gennaio 2005 :: Il Timone :: Vivaio

Troppo ovvio, al limite del banale. Non c’è da perdere tempo a fare considerazioni (pur sa-crosante) sulle maestre di Como che hanno censurato il nome “Gesù” dalle canzoncine di Natale e lo hanno sostituito con “virtù”.

Poverette di provincia, succubi – e come potrebbero non esserlo? – della vulgata egemone, dunque del politicamente corretto. In effetti, le sventurate si sono sorprese delle reazioni di alcuni, sono cadute dalle nuvole, pensavano di avere fatto opera meritoria, di guadagnarsi gli applausi per il loro “rispetto del diverso”. Non escludo che riescano a strappare qualche comparsata da Maurizio Costanzo o in altri luoghi televisivi del buonismo “solidale”. Ma se si tentasse di chiarire loro qualche concetto elementare su ciò che significa davvero “rispetto” e “dialogo”, probabilmente non riuscirebbero a capire, immerse come sono nella subcultura del conformismo. Dunque, penserebbero di essere loro le “moderne”, le “aperte”, giudicando “intollerante”, magari “razzista” chi cercasse di farle ragionare.

Ma sì, lasciamo perdere. E non vale la pena di sprecare tempo neppure con i politici della “mia” Aragona. “Mia” perché era per me una regione spagnola come un’altra, fino a quando non scopersi che in un suo borgo sperduto, Calanda, il 29 di marzo del 1640, avvenne “el milagro de los milagros”. U no dei maggiori enigmi nella storia degli interventi mariani.
Da lì, imparai a capire come e perché il grande santuario della Virgen del Pilar, a Saragozza, non è un luogo devozionale come un altro, bensì un posto unico, dove la Vergine venne venerata prima ancora della sua assunzione. La storia dell’Aragona è inscindibilmente intrecciata, da sempre, con quella della “Pilorica”. Ed ecco adesso – sempre in nome, ovviamente, del “politicamente corretto” e del “rispetto delle altre culture”, a cominciare da quella islamica – ecco che il governo della Comunità Autonoma di Aragona si prepara a varare una riforma dello Statuto dove si modifica anche lo scudo dell’antico regno. Per non urtare la delicata sensibilità dei soliti immigrati – seguaci di quel Maometto il cui nome è invocato mentre si decapitano ostaggi in diretta televisiva e dietro lo sgozzato stanno versetti che lo stesso Profeta ci ha tramandati e garantiti – si toglieranno le quattro teste di moros, simili a quelli dello stemma della Sardegna, che ricordano la prima grande vittoria della Riconquista cristiana, la presa di Huesca, liberata dai musulmani nel 1 096. Con gente del Gobierno Aragonés come questa, come fare a discutere? Che cosa capirebbero, se non solo nulla comprendono dell’epopea secolare dei loro avi per ricacciare gli islamici in Africa ma addirittura se ne vergognano? E come discutere – e questo ce lo chiediamo davvero con qualche disagio – con i canonici di Santiago di Compostela che vogliono togliere la spada dalle mani di San Giacomo, il cui cavallo bianco fu visto apparire ogni volta in cui i militi cristiani vinsero sugli invasori?

Lasciamo stare, dunque. Semmai, al caso delle maestre della provincia di Como torniamo perché è interessante non tanto la loro censura di Gesù, quanto la parola con cui hanno sostituito quel nome: Virtù. Nel loro candore non se ne sono, ovviamente, rese conto, ma hanno obbedito così a una costante mai smentita: alla diminuzione della fede corrisponde sempre un aumento dell’interesse per la morale, sino al moralismo sfrenato (e pericoloso, oppressivo, spesso sanguinario) quando quella fede è del tutto svanita. Il culto del Dio di Cristo è sostituito dal culto, appunto, della Virtù. Termine cui, non a caso, hanno pensato subito, istintivamente, le sprovvedute insegnanti.

Giuliano l’Apostata tenta di contrastare la fede nel Nazareno con un deciso “riarmo morale” dell’Impero, cercando di ritrovare e rilanciare le Virtù della cultura pagana. Allo stesso istinto obbedisce il secondo, grande tentativo di scristianizzazione, quello della Rivoluzione Francese. Il programma di Robespierre si propone di realizzare le Royaume de la Vertù, il Regno della Virtù. Egli stesso vive come un’asceta, senza neppure una casa propria, affittando una stanza presso un falegname. E lì, virtuosissimo, senza bere alcolici, senza frequentare donne, senza giocare, mangiando poche e povere cose, persino usando un linguaggio castigatissimo, pensa a come completare le liste di coloro che, ogni giorno, devono essere condannati a morte. Non a caso era chiamato “l’Incorruttibile”: nessuno più morale di lui. È ossessi va, comunque, la predicazione di tutti i rivoluzionari francesi di ogni obbedienza, perché il popolo sia “virtuoso”. Il principale atto di accusa sulla cui base Danton fu inviato sulla ghigliottina fu l’avere detto, spazientito da tutti quei discorsi edificanti, che la sola “virtù” che conoscesse era quella che esercitava tra le sue lenzuola, ogni notte, con qualche popolana. Scandalo intollerabile tra quei farisei dei suoi colleghi e ottimo pretesto per mandarlo a morte.

Nulla di più moralista, poi, di quelle atee ideologie sorelle che sono marxismo e nazionalsocialismo. E la società secolarizzata di oggi non è forse quella in cui, dai politici, ai medici, ai media, non si fa altro che tentare di inculcare nella gente, ancora una volta, la Virtù? Non drogarsi, non fumare, mangiare poco, astenersi dagli zuccheri, dieta il più possibile vegetariana, esercizio fisico, niente cibi con colesterolo, non fare all’amore senza preservativo, guai a chi supera il peso forma, punizioni per chi non mette la cintura di sicurezza, tolleranza zero per chi infrange il codice stradale, inviti a praticare la solidarietà, campagne per il volontariato, sottoscrizioni buoniste alla tv, eventi sportivi benefici, auspici continui di pace universale, manette a chi non rispetti gli usi verbali “virtuosi” e parli male di chiunque non sia bianco, occidentale, “ariano”…

Sbaglia di grosso chi crede che la nostra società, staccatasi dalla fede, sia divenuta permissiva, addirittura libertina: lo è, ma solo nei fatti, non certo nelle parole e nelle intenzioni dichiarate. Razzola molto male ma predica bene, anzi benissimo: è lo Stato stesso che finanzia campagne per indurci a quelle belle virtù che dicevamo e le televisioni alternano donne nude ad austeri moralisti, spesso in camice bianco da primario ospedaliero o in doppiopetto da sociologo, che ci esortano all’etica più ardua. Nelle edicole, le riviste porno si alternano a periodici che ci danno consigli di vita da mettere in difficoltàun asceta della Tebaide. E il Ministro non si chiama più della Sanità, che è cosa tecnica, riguarda l’organizzazione e la burocrazia medica. No, pretende di chiamarsi “Ministro della Salute”: il governo, dunque, entra nella nostra vita privata e, con le buone e con le cattive, vuoi farci rigare dritto per seguire la nuova, esigentissima Etica di Stato.

Insomma, anche in questo quelle poverette di comasche sono in linea perfetta con i tempi. Togli Gesù? Allora devi mettere la Virtù. Con, peraltro, i risultati non entusiasmanti, diciamo con un pietoso eufemismo, che questo cambio ha sempre portato. Historia docet.

Per una piccola conferma – una tra le mille possibili – della attuale schizofrenia culturale. Virtù per eccellenza non è aiutare i bisognosi? Ecco allora la notizia: Sarah Ferguson, irrequieta duchessa di York, ex moglie di Andrea, terzo figlio della regina Elisabetta, ha festeggiato il quarantacinquesimo compleanno con un atto di “solidarietà”. Ha posato nuda per un calendario venduto a beneficio degli ammalati di Aids. Solidarietà virtuosa (per giunta, per una malattia alla moda) e pornografia, naturalmente definita come “elegante erotismo”. Roba da intellettuali, mica da camionisti. Che cosa di più moderno?

Seppure in tutt’altra prospettiva, ecco qui un’ulteriore conferma che mi capita sottomano. Ricevo un libro di Pedro Tierra, exprete (o ex seminarista che sia), militante brasiliano
della Teologia della liberazione, indifferente al crollo del muro, essendo tuttora impegnato tra i comunisti del suo Paese dopo cinque anni di carcere in cui lo rinchiuse la dittatura. Già il titolo del volumetto non è di certo sommesso: Dies lrae. Nel testo di presentazione, sulla quarta di copertina, si susseguono espressioni drammatiche: «il grido degli ultimi e il sangue dei martiri», «la sofferenza scandalosa dei popoli esclusi», «un canto di rivolta», «le trombe dell’Apocalisse»… Roba davvero da “profeta”, come scrive il prefatore, anch’egli un ex, un grande esponente della stessa Teologia della Liberazione. L’autore, alla fine del libro, si autopresenta con una paginetta e mezzo, dove conferma quanto la sua vita sia stata una continua, drammatica lotta contro l’ingiustizia. Note autobiografiche brevi, dove sono contenute le tappe principali di un’eroica esistenza. Ebbene, quelle note così sintetiche, dedicate solo agli eventi più rilevanti della vita di un combattente, terminano testualmente, così: «Non fumo». Non è una barzelletta, il libro del Pedro Tierra è in libreria, ciascuno può controllare. E solo gli ingenui si stupiranno del fatto che questo rivoluzionario, che ha pagato con anni di carcere duro il suo impegno sociale, voglia farci sapere che il dottor Girolamo Sirchia che, nel governo Berlusconi, è Ministro della Salute (in quel senso pericolosamente “etico” che dicevamo), sarebbe contento di lui, aderendo alle sue ossessive campagne antitabacco. Sorprendersi, dico, sarebbe ingenuo: si mostrerebbe di non conoscere la “legge” che ricordavo. E che cioè il moralismo – in questo caso salutista, di pura ascendenza americana, in questo brasiliano nemico degli USA – sostituisce la fede. La spiegazione di quel grottesco e improvviso «Non fumo», come sigillo “virtuoso” di una vita di radicale impegno sociale, sta in un’altra frase della stessa autopresentazione del Tierra: «Sono vissuto in seminari e prigioni. Nei seminari quando non avevo l’uso della ragione. Nelle prigioni dopo averla acquisita». Insomma, anche in questo caso è fatale, neanche in Brasile ci si può sottrarre: quando va via Gesù, ecco che arriva la Virtù. Quella, per giunta, stabilita secondo la mentalità e le ossessioni del benpensante del momento.

Accennavo, prima, all”’lncorruttibile”.

Sto con i profeti che l’annunciarono lungo i secoli e ne indicarono la data, sto con i santi che ne diedero giudizi impressionanti: se da sempre studio e rifletto sulla Rivoluzione Francese è perché sono convinto che il suo significato stia nella metastoria, che sia un discrimine dove i misteriosi disegni della Provvidenza si sono fatti più evidenti. Una frattura davvero decisiva: c’è un prima e un dopo quel 1789, in cui il Dio che regge la Storia ha fatto risuonare un rintocco solenne.

Per Robespierre, comunque, mi sembra valere la definizione che fu coniata per i nazionalsocialisti: la banalità del Male. Il personaggio – almeno in privato – è grigio come un Palmiro Togliatti, non ha nulla del pittoresco che contrassegna altri protagonisti di quel-la Rivoluzione, si anima soltanto nei discorsi politici quotidiani nel chiuso della sala del Club dei giacobini. Rinchiuso nel cerchio dell’astrazione. Un dottrinario, attorno al quale non c’è vita, non ci sono persone, non ci sono che ideologie, documenti, non ci sono che fanatici come lui. Tutto, per lui, è dovere e morale: valori nel cui nome la Francia, l’Europa intera possono, debbono perire, se necessario. Muoiano tutti, perché la virtù prevalga. Creatura dei preti (ne abbiamo già parlato, qui: deve tutto alla Chiesa che lo ha allevato e fatto studiare), del cristianesimo ha preso solo la giustizia, non la misericordia; il senso della colpa, non quello del perdono; il gusto per una dottrina, non quello per la vita. Alla fine, si convinse che, se nessuno era abbastanza virtuoso e, dunque, tutti meritavano la ghigliottina, la stessa sorte doveva subirla egli stesso. L’ultimo discorso, quello che gli fu fatale, è una provocazione perché i suoi compagni – tutti, da lui, minacciati di morte, perché non abbastanza coerenti con l’etica dell’Ente Supremo – punissero anche lui. E
quando la reazione dell’assemblea venne, inevitabile, se ne stette passivo: poteva salvarsi, non volle. Si chiuse nel mutismo, attese nell’inerzia che lo arrestassero. E quando avvenne, non fece appello ai sanculotti che avrebbero potuto salvarlo, sembrò consegnarsi come liberato da un incubo ai fratelli che con lui avevano retto la Repubblica, perché lo facessero espiare. Neppure lui era stato degno del Regno della Virtù, dunque egli pure doveva morire.
Nelle ore tragiche della sua caduta c’è posto anche per il grottesco. I solenni storici filogiacobini che ricostruiscono quegli eventi sono un po’ imbarazzati. A cominciare da Jules Michelet, autore dei sette, celebri, magniloquenti (e settari) volumi sulla “sua” Rivoluzione. In effetti, il giovane soldato, il diciannovenne che sparò un colpo di pistola contro Robespierre appena arrestato, fracassandogli la mandibola, rispondeva al nome di Charles-André Merda. Proprio così. Un patronimico, pare, di origine corsa. Michelet parla, con qualche disagio, di un “nome bizzarro”. Il castigatissimo Robespierre avrebbe di certo preferito che il suo feritore si chiamasse diversamente. Lui, il grand’uomo che si credeva degno di Plutarco, atterrato da un ragazzo a nome Merda? Non ha detto qualcuno che ne uccide più il ridicolo che la spada o, in questo caso, che un colpo di pistola?
Ma, al di là del grottesco, c’è un particolare che mi ha sempre impressionato. Con la mandibola fasciata (il boia, con un atto di inutile sadismo, gliela strapperà prima di tagliargli la testa) legato, con altri 21 suoi seguaci, sulla carretta che aveva portato tanti altri condannati, Robespierre compì il tragitto dalla prigione alla terribile Piace de la Révolution, ora piace de la Concorde, dove la ghigliottina era montata sul luogo in cui sorgeva un monumento, abbattuto, a Luigi XV. AI suo posto, a presiedere al rito sanguinario ripetuto decine, talvolta centinaia di volte al giorno, la gigantesca statua della Dea Repubblica. Arrivato a quel definitivo capolinea, l’Incorruttibile alzò gli occhi e vide quello strumento di morte per la prima volta. Così assicurano gli storici. Dunque, sotto quella mannaia lui e i suoi avevano mandato migliaia di persone, con assoluta indif-ferenza, anzi con la buona coscienza di chi era convinto che quello fosse il suo dovere. Su quel palco, Robespierre aveva potentemente contribuito a far salire il re, la regina stessi, aristocratici e popolani, uomini e donne, giovani e vecchi. Quella ghigliottina era stata l’altar maggiore per il sanguinario culto repubblicano. Eppure, Robespierre non l’aveva mai vista. Mai aveva avuto la curiosità – o, forse, il coraggio – di passare per quel luogo. Per lui, quel “rasoio nazionale”, come egli stesso lo chiamava, non era che un’astrazione, alla pari delle altre nelle quali aveva vissuto, standovi immerso. La sofferenza concreta degli uomini concreti non aveva alcun significato per lui, uomo di carte, di opuscoli, di documenti, di decreti da firmare a una scrivania, nel chiuso delle stanze del potere.

Per l’appunto, come si diceva: la banalità del Male.

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