gennaio 2004 :: Il Timone :: Vivaio

Come qualcuno ricorda, “Vivaio“ fu il nome (che presi da un appunto del Diario di Giovanni Papini) della rubrica che tenni su Avvenire dal maggio del 1987 sino al dicembre del 1992. Buona parte di quegli articoli – quasi 600, se non ricordo male – fu raccolta dalle Edizioni San Paolo in tre volumi: Pensare la storia, La sfida della fede, Le cose della vita. La ricerca di una possibile lettura esplicitamente cattolica, sia della cronaca che della storia, è continuata poi sulle pagine di Jesus, con due rubriche mensili: una più breve, “Sillabario cristiano” e una più estesa, “La Bussola”. A partire da questo mese, mentre continuo su Jesus il “Sillabario”“, porto su Il Timone il pezzo “lungo”. Sono lieto di dare la mia collaborazione, per quanto vale, a un giornale che persegue la riscoperta di quella apologetica che, dimenticata se non irrisa in certi ambienti, è oggi più che mai urgente ed essenziale. Sono convinto che la crisi attuale non sia di strutture e di istituzioni ecclesiali o di formulazione di norme etiche, bensì di fede, che riguardi innanzitutto la possibilità stessa del credere. Sforzarsi di mostrare che il credente non è un credulo, che non c’è opposizione tra fede e ragione, che scommettere sui vangeli è ragionevole, è tra gli impegni più urgenti. Ed è anche più che mai necessario contrastare gli equivoci, le incomprensioni, se non le vere e proprie menzogne sulla storia della Chiesa e sul comportamento nei secoli di coloro che si dissero suoi figli. Equivoci, incomprensioni e menzogne alimentati oggi, purtroppo, anche da qualcuno che, all’interno della struttura ecclesiale, ha finito per arrendersi alle “leggende nere” ripetute ossessivamente da due secoli; o che, dimenticando che peccato mortale dello storico è l’anacronismo, vorrebbe giudicare il passato con l’attuale vulgata politicamente corretta, transitoria e precaria, ma vista quasi fosse il punto di arrivo definitivo del pensiero. Con modestia pari alla passione, questo giornale si è posto il compito di aiutare a capire, a conoscere, a ritrovare le ragioni della fede e la gratitudine e la giusta fierezza di dirsi cattolici, senza arroganze ma anche senza complessi. Vale dunque la pena che chi può scrivere lo faccia e che i lettori sostengano con gli abbonamenti un’impresa che (ed è una garanzia di libertà) solo su di essi può contare. Cominciamo questi nostri incontri affrontando il “tormentone“ per eccellenza, continuamente rilanciato e sul quale maggiore è oggi l’imbarazzo, il disagio, il rimorso di tanti cattolici, stando ai quali tutto – qui, in special modo – tutto è stato sbagliato dai nostri predecessori e per tutto bisogna sperare nel benevolo perdono dei “fratelli maggiori“. Pensiamo, ovviamente, al rapporto con gli ebrei e, soprattutto,all’atteggiamento cattolico davanti alle leggi di discriminazione verso gli israeliti che si sono succedute in molti Stati nel secolo appena terminato. E pensiamo in particolare all’Italia, visto che qui c’è stato dato di nascere e di vivere. Ebbene, chi si confronti con le fonti, deve arrivare a una conclusione “scandalosa“: i provvedimenti presi dal fascismo alla fine degli anni Trenta nei confronti degli ebrei coincidevano in non piccola parte con le aspettative e le richieste portate avanti sin dalla prima metà dell’Ottocento dal cattolicesimo ufficiale. Tanto che (imbarazzo supremo per i cattolici d’oggi che, come io ho fatto, esaminassero le raccolte della Civiltà Cattolica del tempo) tanto che, nei mesi dopo il varo delle leggi razziali, sulla stampa fascista fu tutto un coro di lodi per i gesuiti che da decenni avevano individuato i nodi del cosiddetto “problema giudaico” e ne avevano proposto vigorosi rimedi. Il fascismo, scrivevano i giornali, aveva realizzato con quei provvedimenti di legge gli auspici dei cattolici. Roberto Farinacci, il “duro“, giunse a scrivere sul suo giornale, il Regime fascista: «Confessiamolo: in questo, dobbiamo imparare dalla preveggenza e dal rigore dei gesuiti». Lodi sospette e pelose, tanto che il quindicinale dei figli di sant’Ignazio dovette precisare la sua posizione. In tutti questi anni ci siano arrampicati sugli specchi, andando alla ricerca, per le misure di discriminazione antiebraiche, di un rifiuto, magari di uno sdegno dei credenti, che invece (salvo eccezioni) non ci furono. Coloro che, nella Chiesa, non approvarono esplicitamente le decisioni fasciste tacquero e non ritennero giusto protestare, almeno per quel poco che il regime permetteva. Ci fu invece – ed è molto importante, non va mai dimenticato – la decisa condanna cattolica non di quei provvedimenti di discriminazione, ma di quanto in essi rischiava di esserci di razzista. Fu rinnovata senza esitazione la condanna dell’antisemitismo biologico, materialista, che – come si sottolineò – è figlio della modernità atea e non può esserlo del cristianesimo. Ci fu condanna di ogni violenza, ci fu esortazione ad astenersi da ogni brutalità. Ma non ci fu ripulsa del programma fascista verso gli ebrei, se ci si riferisce a ciò che Mussolini stesso sintetizzò negli slogan: «Separare, non perseguitare» e «Ospiti, non cittadini». Questo era proprio ciò che da decenni chiedeva la Civiltà Cattolica, sulla quale puntiamo l’attenzione perché, più che mai in quel periodo, era considerata portavoce ufficiosa della Santa Sede, soggetta da essa a un tale controllo che le sue bozze, prima della stampa, erano riviste dalla Segreteria di Stato. Non a caso, come dicevo, nel 1938 la stampa italiana riprese con risalto compiaciuto tre articoli del 1890 del quindicinale religioso, articoli sui quali anche noi ci baseremo. Anticipavo pure che la Civiltà Cattolica reagì a quelle lodi, non per smentire quanto aveva scritto, ma solo per precisare che certe asprezze di tono erano giustificate alla fine dell’Ottocento e, cinquant’anni dopo, andavano in qualche punto attenuate: nella forma, però, non nella sostanza. Ma, soprattutto, per chiarire quanto segue: «Il nostro periodico non argomentò mai in modo da favorire, né molto meno giustificare, gli errori oggi correnti in Germania, di falsa esaltazione o persino divinizzazione della razza». O ancora, sempre testualmente: «La moderna “teoria” germanica, o meglio hitleriana, delle razze o schiatte umane, che va sotto il nome di “razzismo“, quasi vangelo nuovo del socialismo nazionalista, è recisamente e manifestamente ripugnante alla dottrina cattolica, anzi ai principi fondamentali del cristianesimo. I quali suppongono originaria sia l’unità che la fratellanza della schiatta umana di cui uno solo è il Signore e il Padre: Iddio. Onde le nazioni tutte vanno tra loro congiunte ». Ecco, dunque, il nostro problema: rifiutare una buona volta le rimozioni un po’ ipocrite e accettare, anche se oggi scomoda, la verità della ostilità cattolica verso il mondo ebraico e, quindi, della sua “comprensione“ se non approvazione per i provvedimenti fascisti, in quanto “separassero“ e non “perseguitassero“. Ma, ed è la seconda parte del problema, prima di scandalizzarsi, occorre cercare di capire come è perché tanta parte della Chiesa, a cominciare da quella ufficiale, aveva accolto simili prospettive. Prima di strapparci le vesti, di vergognarci dei nostri predecessori, di chiedere scusa per loro, vediamo un poco come stessero le cose. Per stare, e ne ho detto le ragioni, alla Civiltà Cattolica, non ha che l’imbarazzo della scelta chi ne consulti la raccolta e cerchi la voce “ebrei“ negli indici per materie. Quanto a me, mi sono concentrato su una sintesi esemplare, cioè sul saggio, che apparve anche in fascicolo a parte, e che, sulla rivista, fu diviso in tre articoli (Le cause, Gli effetti, I rimedi) pubblicati nel 1890 con il titolo «Della questione giudaica in Europa». Non a caso proprio quelle pagine (stese dal padre Raffaele Ballerini, uno specialista del tema) furono riprese con compiacimento e plauso, nel 1938, dalla stampa del regime. In apertura del primo articolo, il gesuita avverte: «Stoltamente si vuol far passare che, per il cristiano, la questione giudaica nasca da odio di religione o di stirpe». E’ da respingere decisamente, precisa, il termine (e la realtà che sottende) di “antisemitismo“, termine non a caso forgiato proprio in quel XIX secolo e che nasce negli ambienti darwiniani, che portano al razzismo. L’antisemitismo dei nazisti è cosa tutta moderna, viene da ambienti “democratici e progressisti“, imbevuti di scientismo. Chi segue il vangelo non può far altro che denunciarlo e combatterlo. Non a caso, quando – nell’ultimo articolo – il padre Ballerini giungerà ai possibili “rimedi“ a questa “questione“, non semitica ma “giudaica”, respingerà con decisione le soluzioni violente proposte dagli antisemiti. Un no cattolico deciso, dunque, alla confisca dei beni degli ebrei, in base al pretesto che sarebbero il frutto di truffe, di usure, di inganni ai danni dei cristiani. Significativa l’osservazione del Padre per rifiutare una simile misura: «Non tutti gli ebrei sono ladri, arruffoni, bari, usurai, framassoni, farabutti e corruttori dei costumi. In ogni luogo se ne conta un numero che non è complice delle furfanterie degli altri. Perché involgere questi innocenti nella pena dovuta ai rei? ». Significativa, dico, perché chiara conferma della lontananza da ogni prospettiva da razzisti: per costoro non è, come per il cattolico, questione di responsabilità personale, di innocenza o di colpevolezza che va vagliata con giustizia e carità e che varia a seconda delle persone. Per il razzista, chiunque nasca ebreo è da perseguitare, perché ciascuno di essi fa parte di una razza, appunto, che va estirpata. Ma il gesuita della Civiltà Cattolica rifiuta anche «chi invece di gridare “morte al giudeo!“ grida “fuori il giudeo!“, che viva pure ma lontano da noi». Niente, dunque confische o, peggio, morte, ma neanche cacciate o espulsioni, per ragioni di umanità: «Se questo rimedio si avesse universalmente da praticare in tutti i Paesi civili, in quale plaga dell’orbe si troverebbe più posto per gli otto milioni di ebrei che, sparsamente, risiedono dappertutto?». Comunque, ricorda il nostro scrittore, «il presunto rimedio dello scacciamento sarebbe difforme dal modo di sentire e di operare della Chiesa romana». E qui, vengono citati i fratelli Lémann, due convertiti dal giudaismo che, alla pari dei fratelli Ratisbonne, non si fecero soltanto cristiani ma sacerdoti e dedicarono la vita ad annunciare il vangelo agli antichi correligionari. Tra l’altro, l’accoglienza a braccia aperte per questi convertiti (l’Ottocento cattolico ne è ricco), l’accettazione di molti di loro al sacerdozio, è l’ennesima conferma che non c’è posto per alcun razzismo nella Chiesa. Per l’antisemitismo, olim judaeus, semper judaeus, la “macchia“ giudaica non è lavabile, nel lager finivano tutti coloro che non solo erano nati da ebrei ma che avevano anche solo qualche parentela con loro, qualunque fossero le loro credenze e i loro atti. Dai convertiti, e preti, Lémann, il Ballerini prende la frase: «I papi hanno sempre permesso con benevolenza agli ebrei il soggiorno nella Città loro. Questo popolo errabondo aveva libertà di non andarvi, ma sempre vi è andato e, per gratitudine, chiamava Roma “il paradiso degli ebrei“». Perché, spiegherà il giornale in un altro intervento, «quei giudei di un tempo, più assennati dei moderni, riconoscevano che le leggi di separazione erano non meno a difesa loro propria che a tutela dei cristiani, impedendo ogni mutua offesa o violazione di diritto da una parte e dell’altra». No, dunque, alla confisca dei beni. No all’espulsione. Ma allora, quale il rimedio proposto dalla Civilta Cattolica e, dunque, dalla Chiesa, in quel 1890 per replicare alla «questione giudaica in Europa»? Lasciamo la risposta al padre Ballerini. Le sue parole suonano – e sono – assai dure per le nostre orecchie di cattolici di più di un secolo dopo. Ma è con questa prospettiva che dobbiamo confrontarci senza rimozioni, ed è nostro dovere cercare di comprendere da dove queste convinzioni nascessero. Esaminando, naturalmente, se avessero un’oggettiva giustificazione. Ecco, dunque, quanto scrive il religioso: «L’unico e più solido partito per liberare la cristianità dall’oppressione del giudaismo è nel tornare indietro e rifare la strada che si è sbagliata. Se non si rimettono gli ebrei al posto loro, con leggi umane e cristiane sì, ma di eccezione, che tolgan loro l’eguaglianza civile a cui non hanno diritto, che anzi è perniciosa non meno ad essi che ai cristiani, non si farà nulla o si farà ben poco. Data la loro presenza nei vari Paesi, e data la incommutabile lor natura di stranieri in ogni Paese, di nemici della gente di ogni Paese che li sopporta e di società separata sempre dalle società con le quali convive; data la morale del Talmud che seguono e dato il domma fondamentale della lor religione che li sprona ad impadronirsi, con qualsiasi mezzo, del bene di tutti i popoli, perché alla razza loro conferisce il possesso e l’imperio del mondo; dato che l’esperimento di molti secoli e quelli che facciamo ora han dimostrato e dimostrano che la parità dei diritti coi cristiani, concessa loro dagli Stati, ha per effetto o l’oppressione dei cristiani per mano loro o i loro eccidii per parte dei cristiani. Dato tutto questo, ne scende di conseguenza che il solo modo di accordare il soggiorno degli ebrei col diritto dei cristiani, è quello di regolarlo con leggi tali che al tempo stesso impediscano agli ebrei di offendere il bene dei cristiani ed ai cristiani di offendere quello degli ebrei». Una legislazione di “legittima difesa“, dunque, che non perseguiti ma separi (la formula, lo dicevamo, ripresa nel 1938 da Mussolini), una segregazione dai cittadini come quella praticata per gli stranieri ostili, perché, continua il Ballerini esponendo quello che era allora il pensiero cattolico preminente, approvato dalla Santa Sede stessa, <<è questo ciò che, in guise più o meno perfette, si fece pel passato e questo è ciò che gli ebrei da cent’anni in qua si sono studiati di disfare. Ma questo è ciò che, tosto o tardi, per amore o per forza, si avrà da rifare. E forse gli ebrei medesimi saran costretti di supplicare che si rifaccia». E, qui, la Civiltà Cattolica si abbandona a una sorta di profezia che colpisce chi, come noi, sa quel che successe in effetti nel secolo successivo: «Perocchè, la strapotenza alla quale il diritto rivoluzionario li ha oggi sollevati, viene scavando loro sotto i piedi un abisso, pari nella profondità all’altezza cui sono assurti. Ed al primo scoppiare del turbine che essi, con questa loro strapotenza, vengono provocando, traboccheranno in un tale precipizio che sarà senz’esempio nelle istorie loro, com’è senza esempio la moderna audacia colla quale conculcano le nazioni che follemente li hanno esaltati». Una prospettiva inquietante e a suo modo profetica, da accostare alle parole con le quali il Ballerini aveva aperto la prima parte del suo saggio: «Questo secolo decimonono si chiuderà nell’Europa, lasciandola fra le strette di una questione tristissima, della quale nel successivo secolo ventesimo risentirà forse conseguenze sì calamitose che la indurranno a porvi un temine, con una risoluzione definitiva: alludiamo alla mal detta questione semitica, che più rettamente va denominata giudaica». Parole, queste della Civiltà Cattolica, che si rileggono con disagio, tanto si è rovesciata in questi decenni la nostra prospettiva. Non a caso quasi nessuno, nella Chiesa, ha il coraggio di rievocarle. Eppure, riprendendole nel settembre del 1938 (le leggi razziali erano dell’agosto) il quindicinale dei gesuiti così affermava, a firma dell’autorevole padre E. Rosa: «Non negheremo che la forma e lo stile del nostro padre Ballerini, più che la sostanza del pensiero, possa, dopo quasi cinquant’anni, apparire di qualche acerbità, ora che la lotta, sia della massoneria come del giudaismo, sembrerà a molti mitigata, nella forma almeno, se non nella sostanza. Ma checché sia di ciò, il difetto dello stile e della forma non attenua la forza del ragionamento né, quindi, il valore delle conclusioni nella loro sostanza». Insomma, un’esplicita riconferma. Che c’era, insomma, alla base della “diffidenza“ (per usare un eufemismo) della maggioranza dei cattolici, gerarchia compresa, nei confronti degli israeliti? L’ostilità, era davvero inescusabile, perché senza ragioni? Mancando ora lo spazio, vedremo di capire, su queste pagine, il prossimo mese. © Il Timone