febbraio 2005 :: Il Timone :: Vivaio

Viene a trovarmi, per un’intervista televisiva, un giornalista francese, di grande esperienza e molto noto nel suo Paese. Mi dice: «Da noi, se alla tv – a cominciare da quella di Stato – dici qualcosa di negativo sui musulmani, ti licenziano. Se lo dici sugli ebrei, ti denunciano. Se esprimi perplessità sul buddismo, si indigna no. Se critichi qualche confessione protestante, ti zittiscono. Se diffami i cattolici, ti promuovono». Gli chiedo, sorridendo un po’ amaro, se è sicuro che questo succeda soltanto in Francia… Ma, in fondo, gli dico, può esserci qualcosa di positivo in questa sorta di impunità – nel regno ipocrita del politicamente corretto – solo per chi diffami il cattolicesimo. Non è Gesù stesso che avverte che, assieme all’amore, l’odio accompagnerà sempre i Suoi seguaci? Ma poi – in questo concentrarsi sulla Chiesa di Roma come bersaglio privilegiato – non c’è un istintivo riconoscimento della sua diversità, della sua unicità, magari anche della sua forza? Chi si darebbe la pena di diffamarla se fosse avvertita come irrilevante?
Gianni Vattimo, il filosofo del “pensiero debole”, è tra i fondatori del movimento omosessuale. Aldo Busi è lo scrittore che di una omosessualità provocatoria, esibita,
ossessi va ha fatto l’elemento caratterizzante dei suoi romanzi. Vedo in un ritaglio di qualche tempo fa che Vattimo querelò Busi. Questi, in effetti, in un dibattito in tv lo aveva apostrofato chiamandolo: «Vecchia checca cattolica». Stando a Vattimo, l’insulto non sta nel dargli della “checca”, condizione che rivendica con orgoglio, ma del “cattolico”.
Le irrimediabili divergenze tra protestanti: per alcuni di loro (Quaccheri, Anabattisti) la pena di morte è sempre e radicalmente incompatibile con il Vangelo; per altri (Calvinisti e molte altre soprattutto americane) la Legge divina espressa nella Scrittura esige che la pena capitale faccia parte obbligatoriamente della legislazione civile. Come al solito, l’equilibrio cattolico si pone tra gli estremi, l’et-et romano: la pena di morte «<purché non sia inflitta dall’odio ma dalla giustizia, non con precipitazione ma con cautela estrema e sia amministrata dalla legittima autorità», Innocenzo III) non è contraria alla volontà divina, ma neppure è richiesta necessariamente da essa. È lecita ma non è sempre opportuna. Come conferma, checché se ne dica, anche il Nuovo Catechismo.
Lamento di un teologo che, in questi decenni, ha rincorso affannato i cosiddetti “segni dei tempi”: «Proprio quando avevamo pronte le risposte, ci hanno cambiato tutte le domande». Il rapido passaggio dalla “società secolarizzata» al “ritorno del Sacro»; la fine delle ideologie, a cominciare dal marxismo; il discredito del moderno e la riscoperta della Tradizione; dall’ossessione per il “pubblico” alla riscoperta del “privato”… Più che mai confermato: chi sposa le mode resta presto vedovo.
Passa per la piazza un corteo studentesco (fanno tenerezza, ogni generazione deve pur fare un po’ di contestazione, è come l’onanismo, un prologo “obbligato” verso la maturità), i giovani intonano quello che lo studente con il megafono definisce: «Il canto dell’eroismo partigiano». Ecco, dunque, alzarsi l’aria di Oh bella ciao: «Questa. mattina mi sono alzato e ho trovato l’invasor”. Emozionante, certo. Purché si precisi che nessun “resistente” ha mai cantato così. Per insuperabili ragioni cronologiche: le parole furono create nel 1948 per un Congresso, a Praga, dei “Partigiani della pace” (la pace di Stai in) e furono adattate alla melodia di un canto ottocentesco delle mondine padane. Canto “presunto” perché forse anche quello fu inventato a tavolino da qualche vecchio politico socialista.
In viaggio, a Messa, in una chiesa parrocchiale che non è la mia. All’atto penitenziale dell’inizio, il celebrante non dice: I«Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i
nostri peccati e ci conduca alla vita eterna». Scandisce, invece (e, dall’intonazione di voce, con l’aria di sfida di chi si sente più misericordioso della Chiesa e, forse, di Cristo stesso): «Dio onnipotente ha misericordia di noi, perdona i nostri peccati e ci conduce alla vita eterna».

Dall’invocazione, dunque, dalla preghiera, dalla supplica, a una constatazione sicura, anzi all’affermazione di un diritto. Chissà se questo reinventore della liturgia si rende conto dello stravolgimento di tutta la prospettiva cristiana – se non, a pensarci bene, del suo annichili mento – determinato da questo ritocco che, di certo in buona fede, deve sembrargli “aperto”, “umano”, magari “moderno”?
Una citazione su cui riflettere: «C’è un paradosso nella denuncia dei cattolici tradizionalisti della “protestantizzazione” della Chiesa di Roma. In effetti, i tradizionalisti adottano lo schema secondo il quale la “vera Chiesa” sarebbe là dove si insegna “la vera fede” e si pratica la “fedeltà autentica alla antica Tradizione”. Ebbene: questa fu esattamente la prospettiva di Lutero e non ha nulla a che fare con la prospettiva cattolica, secondo la quale la “vera Chiesa” è là dove sta il Papa, dove stanno i vescovi. Dove ci sono, insomma, i maestri vivi della fede, nei quali vive la concretezza della successione apostolica, con la fisicità della imposizione della mani».
L’America del presidente democratico Thomas W. Wilson che intervenne nella Grande Guerra mondiale proclamando di scendere in campo “per ragioni ideali”, “per la difesa della civiltà”, per “un nuovo ordine mondiale basato sulla giustizia”. Leggo nella monumentale Grande storia della Prima Guerra mondiale di Martin Gilbert: «In Francia approdarono anche truppe americane di colore, tra cui la 369 divisione di fanteria, composta interamente di neri. I soldati di questa divisione furono mandati a lavora re come scaricatori nei porti e ne furono offesi. Chiesero di essere inviati al fronte, da soldati e non da facchini; ma poiché la legge americana ne vietava esplicitamente l’impiego a fianco dei bianchi, si dovette schierarli accanto ad unità francesi. Anche molte donne americane di colore si offrite di andare volontarie in Francia come infermiere. Ne vennero accettate solo 5: non solo i pregiudizi correnti ma anche la politica ufficiale non permetteva che delle nere assistessero i soldati bianchi feriti. In cambio, furono 25.000 le donne bianche – che attraversarono l’Atlantico per collaborare con le truppe combattenti». L’ipocrisia americana non è solo di oggi: accompagna la storia di quel Paese, sin da quei sospetti Padri Fondatori, tutti massoni praticanti. Nonché fieri moralisti in pubblico e assai meno rigidi in privato. L’ultima scoperta non è quella dei ragazzi, maschi, circuiti e portati a letto dal sèvero Abraham Lincoln?
I guadagni, per il popolo, della Rivoluzione francese. Abbiamo i conti precisi: la consacrazione di Napoleone a imperatore, a Notre Dame, costò all’amministrazione statale esattamente 5 milioni e 151.574 franchi. La consacrazione di Luigi XVI, il re ghigliottinato pochissimi anni prima, ucciso per farla finita con i privilegi e gli sprechi della monarchia, era costata 6 (sei) volte di meno.

Quelli angosciati dal “mondo troppo pieno”, quelli che maledicono la Chiesa cattolica,
istituzione criminale che, non aiutando a diminuire la fertilità, è anch’essa responsabile della fame di un mondo dalle risorse limitate, che non è in grado di nutrire tante bocche. L’Argentina, uno dei Paesi più ricchi di materie prime, di acqua, di terre fertili, di pascoli fecondi, è nella situazione disperata che sappiamo, con folle che muoiono di fame. La sua densità è di 13 abitanti per chilometro quadrato. Il Giappone, senza materie prime, con un territorio tutto sottoposto a terremoti e tifoni, eppure con uno dei redditi più elevati del mondo, ha 335 abitanti per chilometro quadrato. Singapore, una delle “tigri economiche” dell’Asia, con uno sviluppo ruggente, ha quasi 5.000 abitanti per chilometro quadrato.
Per due volte, i cristiani dell’Irlanda hanno avuto un ruolo importante se non decisivo per la Chiesa cattolica. Nei primi secoli, quando dall’isola partì una schiera di missionari eroici, che convertì intere popolazioni nordiche e che contribuì a rafforzare la fede anche in Francia, in Italia, in Germania. Gli agiografi parlano addirittura di una “isola dei santi”. Poi, a partire soprattutto dall’Ottocento, l’emigrazione, che fondò la Chiesa in Australia e Nuova Zelanda e costituì la spina dorsale di quella nordamericana. Un’emigrazione fatta a villaggi interi, capitanata dal parroco e dalle suore. Una diaspora provvidenziale, che allargò le frontiere cattoliche.

Ebbene: il coriaceo cattolicesimo irlandese ha una origine “sospetta”, anzi addirittura “deprecabile” per le delicate categorie di noi moderni. In effetti, San Patrizio e gli altri evangelizzatori ottennero una conversione rapidissima dell’intera isola: poiché quel popolo era organizzato in rigidi clan, bastava convincere al battesimo il principe e i suoi dignitari e tutto il popolo doveva seguirne l’esempio. Volente o nolente. Pare certo che, per arrivare al consenso dei capi, si sia fatto ricorso anche a doni preziosi e a forti somme di denaro che Patrizio, di famiglia nobile, si procurava vendendo i suoi beni. Gli è attribuito un detto, secondo il quale, per convincere il reuccio di uno di quei clan ad ascoltare la predicazione del Vangelo, avrebbe versato l’equivalente del prezzo di 15 schiavi. Che cosa di meno entusiasmante per le nostre categorie, tutte basate sul dialogo, la scelta, la convinzione personale, la libertà individuale, il rispetto delle credenze di ciascuno? E che cosa di più solido della comunità cristiana irlandese che nacque da simili origini che a noi appaiono così oscure? L’ennesima conferma dello stile di un Dio che sa scrivere dritto su righe storte? Oppure, c’è qualcosa di rivedere nelle nostre convinzioni a proposito di pastorale e di apostolato?
Le crociate in Terra Santa come marchio, di cui chiedere perdono, del cattolicesimo? Ne sono convinti anche tanti cattolici stessi che di quel passato si vergognano: non dimentichiamo che il Comune di Milano, su richiesta dei preti, ha cancellato di recente il nome antico di piazza delle Crociate e lo ha sostituito con quello di Paolo VI. Sfoglio il celebre Book of Martyrs (è del 1566) di John Foxe, calvinista fanatico ma divenuto apologeta dell’anglicanesimo e proverbialmente astioso verso la Chiesa di Roma. Questo teologo non certo marginale, bensì tra i maggiori della Riforma, esprime il suo dolore per l’insuccesso delle crociate e un rammarico nostalgico: se quelle spedizioni fallirono è perché furono promosse dai papi, corrotti ed inetti. Perché, si chiede Foxe, non sono i protestanti a riprendere, mezzo millennio dopo, quel sogno meraviglioso, portando lo ad esito felice e sbaragliando i saraceni?
A proposito di anglicanesimo. Non è sempre stato cosa da gentleman: nei suoi periodi di furore (non furono né pochi né brevi) tagliò le teste dei cattolici che resistevano, distrusse le abbazie, passò la calce sugli affreschi nelle chiese, fracassò le antiche vetrate, sostituì il crocifisso con gli scudi del Re e dei Duchi, si scagliò contro tutte le “superstizioni romane”, tra le quali le pratiche ascetiche. Una di queste, però, conservò con cura: il regime di magro nella Quaresima e nell’Avvento. E questo, lo riconobbero i re stessi, autori di severi decreti in proposito, «per non danneggiare il commercio del pesce». La povera Inghilterra di allora aveva nelle flotte pescherecce una delle poche fonti di ricchezza. Via, dunque, i cilici ma non i pesci. Il che, se vogliamo, è molto inglese. Riforma della Chiesa? Ali right, but business first!
Dicevo l’altra volta di Spartaco, lo schiavo in rivolta, che – non appena riuscì a fare dei
prigionieri tra i romani – si affrettò a ridurli in schiavitù, in condizioni peggiori di quantom non fossero state le sue e quelle degli altri che lo avevano seguito. Mi viene in mente che avrei potuto aggiungere un altro esempio, tutto sommato divertente, di un paio di millenni dopo. Isolotto di Santo Stefano, accanto a Ventoténe, dove il re di Napoli fece costruire l’ergastolo per i delinquenti peggiori. Nel 1860, quando i detenuti erano più di ottocento, i soldati borbonici che presidiavano la prigione aprirono le celle e se ne andarono, visto che il Regno stava morendo sotto l’aggressione garibaldina. R’estati soli, gli ergastolani si organizzarono a repubblica, eleggendo un loro governo, composto dagli autori dei delitti più efferati. Ebbene, il primo provvedimento di quei signori fu l’istituzione della pena di morte per i furti, anche per quelli minori. A tanto non era mai arrivata neanche la diffamata giustizia dei Borboni. Comunque, la curiosa legge – assassini che chiedono la forca per ladri e ladruncoli – non ebbe tempo di essere applicata perché sbarcarono anche lì le truppe piemontesi e gli ergastolani rientrarono nelle loro celle.
Nel mosaico degli episodi sconcertanti aggiungerei una tessera. Quella dei tempi di Alessandro VI, il Borgia, su cui si sono appuntati tanti strali moralistici. Invettive giustificate, intendiamoci. Persino il barone Ludwig von Pastor, il grande (e cattolicissimo) storico del papato, alla fine delle pagine dedicate a quel pontefice, allarga le braccia: niente da fare, pur con tutte le attenuanti dei tempi in cui visse, fu davvero un uomo dissoluto, dedito innanzitutto al piacere suo e alla gloria della sua famiglia. Eppure, è lo stesso von Pastor che dimostra come Alessandro VI razzolasse malissimo ma predicasse assai bene: sul piano religioso il suo pontificato fu impeccabile, fu difesa l’ortodossia, non si dimenticò l’apostolato, si incoraggiarono le iniziative dei santi fondatori. E sono certo che, alla fine, la Vergine intervenne benigna per un papa che ebbe una grande devozione per sant’Anna e che, soprattutto, ripristinò ed estese a tutta la cristianità il suono dell’Angelus.

Ma qui vorrei parlare della singolare benevolenza di Alessandro VI per gli ebrei, che protesse e favorì e dai quali trasse tra l’altro i suoi medici di fiducia. Quando, nel 1492, i re di Spagna espulsero i loro marranos, il pontefice decise di accoglierne quanti poteva nei suoi stati e in Roma stessa. Ed è qui che si verifica l’episodio singolare: gli ebrei romani si recarono da Alessandro VI scongiurandolo di non aprire le porte ai loro correligionari spagnoli. Di fronte al rifiuto papale di accettare la loro supplica, gli israeliti fecero ricorso ad un argomento al quale lo sapevano molto sensibile. Gli offrirono, cioè, una grossa somma di denaro, purché non ospitasse quegli ebrei forestieri, di cui loro, i circoncisi romani, diffidavano. La simpatia e la solidarietà di papa Alessandro verso i profughi iberici dovevano essere davvero vive se neppure l’oro funzionò. Dunque, gli ebrei spagnoli furono accolti e ancor oggi molti israeliti di Roma e dell’Italia Centrale ne discendono.

Episodio dimenticato, probabilmente rimosso: ma sul quale occorre riflettere di fronte a tante accuse ancor oggi ripetute contro la Chiesa per un suo presunto “antisemitismo”. Che, invece, almeno in quella occasione, sembrò paradossalmente contrassegnare proprio i “figli di Abramo”. Quelli, almeno, sotto il governo papale.

Può sembrare una semplice curiosità; ma, forse, potrebbe essere qualcosa di più. Un veterinario mi spiega che, per la loro conformazione anatomica, è impossibile per i maiali alzare la testa. Questa, per una questione muscolare e scheletrica, è rivolta necessariamente solo verso il basso, verso la terra, alla ricerca della materialità del cibo. Nessun porco, dunque, ha mai visto il cielo. Mi chiedo se questo – e non le asserite ragioni igieniche – non stia dietro l’orrore semitico (non solo ebraico ma anche islamico) per il maiale.

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