Entrate, qualcuno vi attende

1° luglio 1970 :: M12, di Vittorio Messori

Magnano è un piccolo paese fuori mano, al limite tra le province di Torino e Vercelli. Dappertutto, campi ormai incolti, boschi, e silenzio: anche Magnano, come tanti altri paesi in Piemonte, è stato dissanguato dalle fabbriche della città che vogliono uomini, e uomini giovani.

Andando per i sentieri, fuori dalle strade asfaltate, si scopre tra gli alberi una chiesa romanica con un robusto campanile. I monaci benedettini che costruirono gli edifici giunsero qui da Vercelli verso il Mille, inviati a evangelizzare una zona ancora tenacemente aggrappata alle divinità pagane dei monti, dei boschi, delle acque. Vinti gli dèi, distrutte le are e i tempietti nei campi, i benedettini sciamarono verso altre regioni, lasciando in abbandono il fortilizio della fede costruito tra i boschi di Magnano, la terra dei magnin, gli stagnai ambulanti delle campagne piemontesi.

Nella primavera del 1966, un gruppo di giovani apparve attorno alla chiesa in piena rovina e ne cominciò il restauro. A tanti secoli dalla partenza dei monaci medievali, “nuovi monaci” giungevano a continuare un’esperienza religiosa millenaria, riparando per prima cosa, con gesto significativo, i ruderi dell’antico monachesimo.

La storia di quei giovani “restauratori”, “monaci in blue-jeans”, come qualcuno li ha definiti, merita di essere conosciuta. È un segno dei tempi che ha il suo posto tra. gli altri mille del cristianesimo di oggi.

Tutto cominciò in via Piave a Torino, una vecchia strada dalle parti dei Quartieri, le settecentesche caserme del Regno di Sardegna. Fu qui infatti che cominciò a radunarsi nel 1965 un gruppo di giovani attorno a Enzo Bianchi, allora studente alla facoltà di Economia e Commercio. Il gruppo, formatosi per portare una testimonianza cristiana tra i giovani, iniziò a condividere i pasti, lo studio, la lettura della Bibbia. Per anni si susseguirono nel vecchio alloggio anche incontri tra i cattolici del gruppo e protestanti (battisti e valdesi, particolarmente numerosi in Piemonte), nella ricerca fraterna di un «nuovo modo» di essere cristiani. Si intraprese presto la traduzione italiana dell’Ufficio di Taizé, per riunire ogni sera nella preghiera gli amici di diverse confessioni cristiane.

Coll’avvicinarsi per molti della fine degli studi, sorse spontaneo il desiderio di continuare l’esperienza tanto proficua di fraternità: occorreva una casa comune, un luogo di preghiera in di sparte. Quella casa fu trovata nella frazione Bose di Magnano, un gruppo di case abbandonate presso la chiesa romanica. Fu appunto a partire dalla primavera del 1966 che i giovani di via Piave tra scorsero i giorni di libertà a Bose, restaurando la chiesa e le case.

Infine, il 6 agosto del 1968, sette giovani uomini e donne, protestanti e cattolici (erano tra loro anche un prete e un pastore valdese), si trasferivano stabilmente a Bose per iniziarvi una vita comune. Nasceva così la prima comunità religiosa ecumenica (per le diverse confessioni dei membri) e mista, per la presenza di uomini e di donne.

Da quell’estate del 1968 sono ogni giorno più numerosi coloro che salgono a Bose (su due pezzi di legno all’ingresso della frazione una scritta dice: Entrate, qualcuno vi attende), per conoscere la comunità o condividerne per qualche giorno la vita, in una sosta di povertà e di preghiera.

Padre Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino, per due volte è stato ospite dei giovani di Magnano che hanno visto presentarsi alla loro porta anche Roger Schutz, il celebre priore di Taizé e Max Thurian, vice-priore della comunità francese. Il patriarca di Costantinopoli, Atenagora, ha inviato alla comunità, in segno di amicizia e di stima, un’icòna della Madonna che decora l’antica stalla Daniel, pastore vale della frazione trasformata in cappella.

Saliti anche noi a Bose, abbiamo rivolto alcune domande a Enzo Bianchi, per comprendere il «perché» della nuova esperienza religiosa di cui è protagonista con Daniel, 27 anni; Marité, 24; Edoardo, 27; Domenico, 24; Christiane, 26.
Enzo Bianchi, 26 anni, piemontese delle Langhe, laureato in Economia, sino allo scorso anno assistente all’università di Torino, ora insegnante in una scuola secondaria di Ivrea, è l’iniziatore della nuova comunità, nata dopo un suo lungo peregrinare in autostop per i «luoghi di preghiera» di tutta Europa: monasteri ortodossi, abbazie cattoliche, comunità protestanti.

Della Comunità ecumenica di Bose,Enzo Bianchi rifiuta recisamente di essere chiamato «fondatore», «priore» o peggio, «capo» (l’autorità appartiene a tutta intera la comunità e a quella sola), preferendo definirsi semplice «suscitatore di unità» tra i membri.

M 12. Bianchi, innanzitutto una domanda molto « diretta », troppo forse, ma che vi è certo rivolta da chi, lontano dalla vostra tensione spirituale, si stupisce della vostra scelta. Quali motivi soprattutto vi hanno condotti a vivere tra i boschi di Magnano?

Bianchi. Siamo venuti qui semplicemente per cercare di vivere, nel mondo di oggi, lo spirito della prima comunità cristiana, quella che gli Atti degli Apostoli descrivono così: “Ed erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna, nello spezzare il pane e nella preghiera”. Tentiamo di essere dei cristiani che prendono sul serio il vangelo (qualcuno ha definito la nostra vita un «radicalismo evangelico») e vogliono viverlo non da soli ma in comunità.

M 12. Ma perché la scelta di un luogo tanto appartato? È una scelta che sembra testimoniare un desiderio di fuga dal mondo che non pare in sintonia con la spiritualità cristiana del nostro tempo.

Bianchi. La scelta di Bose é solo apparente nella linea della fuga mundi, dell’antica tradizione monastica. E’ una “fuga” che per noi significa il rifiuto di integrarci nella civiltà del benessere e dei consumi, significa l’accettare di essere “sobri e vigilanti” dinanzi alle potenze (come le chiama San Paolo), le ideologie cioè che ispirano il “secolo”: la società borghese. È una « fuga», dunque, che, invece di separarci, ci stimola a condividere la vita degli ultimi, degli oppressi, degli abbandonati, nelle fabbriche, nelle scuole, in queste stesse campagne. Alcuni di noi sono attivamente impegnati nelle lotte sindacali: non abbiamo paura di « sporcarci le mani », in un impegno che non é per noi una scelta o uno sforzo, ma che crediamo faccia invece parte dell’accettazione integrale del Vangelo.

M 12. La vostra accettazione di ciò che tradizionalmente costituisce la vita religiosa (la comunione dei beni, il celibato, l’obbedienza …) vi fa considerare « monaci », come talvolta vi chiamate, «semplici cristiani », come vi definite altre volte?

Bianchi. Certo noi accettiamo alcuni degli aspetti che hanno caratterizzato in ogni tempo le esperienze monastiche, ma non cessiamo per questo di sentirci « semplici battezzati», alla pari di ogni altro. Non abbiamo regola, se non il Vangelo; non abbiamo « abito » comune né voti,bastandoci l’impegno fraterno nell’amicizia. Offriamo a tutti la possibilità di una vita con noi e come noi (stabile o provvisoria), qualunque sia la confessione cristiana. Come tutti gli uomini «normali », viviamo del nostro lavoro e non accettiamo offerte: anche gli ospiti sono liberi di lasciare o no un contributo per il loro soggiorno. Alcuni di noi lavorano in fabbrica;
Daniel, il pastore protestante, vive del ministero parrocchiale, altri insegnano nelle scuole.

M12. Secondo quali ritmi, di lavoro e di preghiera, si svolge la vostra giornata?

Bianchi. Dividiamo la nostra giornata nei tre «tempi forti » del lavoro, dell’orazione, dell’accoglienza di tutti coloro che giungono a Bose. Secondo l’antica consuetudine cristiana, ci riuniamo tre volte al giorno nella cappella per il canto della preghiera che la comunità ha elaborato. Pur nella fedeltà di fondo alle tradizioni liturgiche delle chiese cristiane, la Preghiera della Comunità ecumenica di Bose vuole essere preghiera per l’uomo d’oggi, il tentativo di rivolgersi a Dio dell’uomo che vive i problemi e le ansie del mondo contemporaneo.

M 12. Quali ragioni hanno indotto voi tutti, anche i protestanti, a scegliere il celibato?

Bianchi. Non crediamo che il celibato renda la preghiera più intensa o l’amore più ardente, anche se ci offre una maggiore disponibilità per il servizio ai fratelli. Per noi, il celibato é soprattutto uno stato di povertà assoluta, é un essere come gli uomini più poveri che non hanno una loro famiglia o che l’hanno perduta. Ci sembra, inoltre, che il celibato vissuto gioiosamente in una comunità mista possa essere un « segno » per il mondo d’oggi: la sessualità non è il fine primario dell’uomo. Vissuto nella certezza della chiamata interiore, il celibato “per il Regno” esprime anche concretamente l’attesa della venuta di Cristo in cui si trovano le chiese.

M 12. Le chiese: il termine stesso che usate esprime già il carattere interconfessionale della vostra comunità. Come vivete, qui a Bose, il vostro ecumenismo?

Bianchi. Sia chiaro prima di tutto che non siamo una nuova chiesa o setta. Il nostro sforzo di testimonianza e di predicazione (nelle ore libere dal lavoro teniamo corsi biblici, organizziamo dibattiti), è servizio alle chiese alle quali apparteniamo e che ci hanno generato a Cristo con il battesimo.

La vita comune, la stessa parola di Dio, la medesima preghiera, ci hanno portati a una visione teologica che ci riunisce anziché dividerci. Gli incontri ecumenici che promuoviamo da tempo hanno certo mutato già qualcosa nei rapporti tra le chiese cattolica e valdese in Piemonte. Ecumenismo, per noi, è tendere all’unità nel Cristo e non in una chiesa particolare. Unità che non è uniformità, oggi ormai impossibile e fonte di impoverimenti.

M 12. Comunità di contestazione, quella di Bose ?

Bianchi. Vogliamo vivere la nostra testimonianza in modo autentico ma discreto, senza alcuna ricerca di pubblicità. La nostra casa è aperta a coloro che soffrono per la lentezza del rinnovamento e a coloro che soffrono per questo stesso rinnovamento. “Contestazione” sì, se così vogliamo chiamarla, ma basata sul Vangelo, con la sua forza profetica, la sua pazienza, la sua carità. Le difficoltà iniziali con la gerarchia (del resto ora ampiamente superate) sono state assunte dalla comunità come pegno di maturazione.

M 12. Come pensate il vostro futuro ? C’è forse la prospettiva di rendere stabile, «istituzionale » la vostra esperienza ?

Bianchi. Assolutamente no! Desideriamo conservare gelosamente la spontaneità e la provvisorietà: preferiremmo lo scioglimento immediato della comunità a una « istituzionalizzazione », cioè alla sua sclerosi. Pensiamo che ogni comunità religiosa debba essere un segno per il suo tempo, senza pretendere di sopravvivere indefinitamente. Né vogliamo alcuna forma di « previdenza» per il futuro, come la speranza di essere mantenuti dai « confratelli » più giovani, divenuti noi vecchi. Ci sono tanti e tristissimi ospizi per vecchi che aspettano che qualcuno porti un po’ di gioia e di speranza cristiana!

Non vogliamo essere neppure più numerosi: contiamo anzi di non accettare altri membri se e quando raggiungeremo la dozzina. Oltre questo numero il dialogo in profondità è ostacolato e occorre pensare a strutture «amministrative» che rifiutiamo decisamente. Nel caso dovessimo aumentare, fonderemmo altrove altre comunità, con lo stesso spirito e gli stessi scopi.

© M12

3 commenti
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