Dopo il Papa, una donna

21 dicembre 1994 :: La Stampa, di Piero Soria

Quest’intervista anticipa la cosiddetta operazione-romanzo: un nuovo stile ed una nuova sfida da affrontare. Sono trascorsi oltre dieci anni ed altri libri: il progetto è ancora nella mente -e nel cuore- dello scrittore.

Vittorio Messori, l’intervistatore del Papa, ha deciso di cambiare pelle: basta A con i saggi, è finalmente arrivata l’ora del romanzo. Per questo si è trasferito a Torino a rimestare tra i suoi ricordi di gioventù: elementari alla Pacchiotti, medie alla Valfré, liceo al D’Azeglio nella mitica sezione «A» che fu di Augusto Monti e Cesare Pavese, laurea in scienze politiche con Galante Garrone, Firpo e Bobbio. E poi Stampa Sera e Tuttolibri

Prima di parlarne c’è però un’ultima curiosità da appagare.

Davvero la «casa polacca» del Pontefice odora di cavoli?

Jas Gawronski lo nega. Può darsi che sia stato ricevuto solo in pranzi ufficiali in Vaticano. Non so. Io comunque ho incontrato il Papa a Castel Gandolfo. E, essendo un cronista, descrivo ciò che vedo e annuso».

Ricapitoliamo…

«Settembre ’93: Joaquim Navarro, portavoce della Santa Sede, mi convoca con Carlo Fuscagni e Pupi Avati».

Ossia gli stati maggiori di quella che doveva essere 1’operazione Papa-Raiuno. «Già. Improvvisamente il caporale della Guardia svizzera scatta sull’attenti e urla stentoreo nel grande salone rinascimentale: “Il Santo Padre”. Battono le alabarde. Il picchetto fa gli onori. E dal fondo compaiono due figurine: una bianca e una nera. Il Papa e il suo segretario. Convenevoli, qualche chiacchiera, curiosità: è la prima volta che mi trovo di fronte a lui. Poi si apre un’altra porticina, entriamo e, d’incanto, il fasto dell’opulenza e i riflessi aurei dell’ufficialità svaniscono. E’ il suo alloggio. Il simbolo contadino della modestia e dell’umiltà».

E del profumo di cavoli.

«Difendo il mio naso. L’alloggio è piccolo. Un corridoio stretto passa accanto alla cucina con alcune suore polacche ai fornelli. Bisogna attraversarlo per arrivare a una sorta di tinello slavo pieno di quadri mediocri: il profumo è intenso. Ma non è una novità. Il Vaticano è pervaso di odori di cibo. Se uno va nel superbo palazzo del Sant’Uffizio -quello del cardinal Ratzinger- passa per una portineria dove una vecchietta sferruzza la sua maglia popolana mentre il ragù borbotta sul fuoco riempiendo’ aria di sapori».

Messori sbuffa. Non lo dice, ma è chiaro, ormai ha altro per la testa. Il Papa, il suo passato di saggista, le sue fughe, la ricerca di una solitudine totale per scrollarsi di dosso il peso di milioni di copie vendute, di traduzioni in ogni lingua conosciuta, di lusinghe editoriali, desiderose soltanto di cavalcare il Kattoliko famoso: basta, tutto questo per ora è accantonato. Adesso vuole cimentarsi con se: stesso. Con il Romanzo. Con una creatura diversa, terribile. Fatta di trama, di personaggi e di dubbi lontano dalle biblioteche, dai testi che danno certezze. E’ la sfida per eccellenza.

Non tanto con gli altri, ma con la propria biografia. La propria storia. Una sorta di confessione generale, ad alta voce, come quelle che i praticanti devono fare ogni cinque, sette anni.

Per questo ha di nuovo dato un taglio a tutto e si è trasferito a Sbrino. In un posto senza indirizzo, senza telefono. Eremita metropolitano nell’unica città italiana «in cui si può stare in solitudine più facilmente che nel Sahara». Ha bisogno di sciacquare la sua fede in Po. E di ritornare alle origini.

Il titolo del romanzo?

«Il Guardiano».

Quello di Messori è un inizio lento, circospetto.Ci sarà un lui, una lei, un fondale su cui muoversi…

«Lui è un intellettuale, un redattore editoriale, con una storia personale piuttosto complicata alle spalle. Un separato. Un agnostico che inciampa per caso nella scoperta della fede. Con la lucidità del neofita sente improvviso il bisogno di vivere quest’esperienza in modo totale. Non come un brodino. Gli manca però la vocazione a farsi prete o frate. Oltretutto non può».

Perché?

«E’ ancora sposato, ricorda. L’unica sua possibilità è abbandonare ogni cosa: il suo impegno nell’industria culturale, i suoi colleghi, il giro che conta. Si trasferisce in quella Tamanrasset di finta sabbia che è Torino. Si sceglie un lavoro umile, nascosto, per avere la testa sgombra e la possibilità di pensare».

Diventa guardiano di cosa?

«No: questo lo tengo per me. E’ il trucco, la chiave di volta. Posso solo dire che il guardiano, in passato, ha viaggiato molto. Ma ha scoperto che, per conoscerlo, è meglio guardarlo che girarlo il mondo. Ora gli interessa solo osservarlo dai margini, vivere la commedia umana senza esserne coinvolto. Da una posizione socialmente irrilevante».
Ma arriva lei, un medico…

«E’ subito incuriosita, affascinata da questa persona che non è come vorrebbe sembrare. Uno che si nasconde… Se ne innamora pazzamente. Ma lui deve difendersi: ha fatto una scelta di solitudine che non sopporta evasioni. Dovrebbe tradire la sua fede non tanto per sposaria, ma anche solo per coucher avec elle».

E allora?

«Quando uno sceglie la fede fa una scommessa. Punta tutto sulla resurrezione della carne, non solo dell’anima. Sul fatto che -come dice il cardinal Biffi- anche nel dopo continueremo a mangiar tortellini. Ma soltanto se si opera secondo il Vangelo che è l’unica Verità. La vita non è inventabile. Il giorno per giorno ci offre però una catena di tre inciampi: divorzio, aborto e eutanasia. Superabili, per il laico, con la logica e il buon senso.

Superabili anche per un «Guardiano»?

«Se Dio volesse convincerci della sua esistenza salterebbe fuori da una nuvola. Se sta nascosto, non rimane che quella scommessa e fidarsi. Comunque io mi limito a descrivere e a offrire una soluzione pascaliana».

Cioè?

«Non mi ha già estorto abbastanza?».

No. Perché proprio Torino?

«Per la sua enigmaticità. Lasciamo stare tutte quelle storie sulla città magica, i convegni sul Diavolo e le bufale esoteriche un po’ triviali nate sull’onda dell’anticlericalismo dei Savoia e di Cavour che ne fecero una sorta di porto franco dell’eterodossia europea concedendo rifugio a maghi, spiritisti e ciarlatani d’ogni genere. La verità è che nei campi taurinensi si sono giocate le origini del cristianesimo: Costantino non avrebbe battuto Massenzio a Rivoli nel 312 senza l’intervento decisivo dei torinesi. Se avesse perso, addio editto di Milano».

Altri enigmi?

«La Sindone. Perché proprio a Torino Qui visse Nietzsche, l’Anticristo che vide nella Mole l’incarnazione di Zarathustra. Ancora: qui ci fu la più grande fioritura di santi, venerabili e beati concentrati in un solo secolo. A partire da Don Bosco».

E dopo? Il Messori post romanzo che farà?

«Le statistiche danno per l’uomo un’età media di 73 anni. Me ne rimangono, se va bene, una ventina. Invece di continuare a disquisire di Buttiglione e compagni, potrei farmi una bella assicurazione sulla vita eterna: trasferirmi a Lourdes a nascondermi sotto il manto della Madonna. Maria non è un hobby per fedeli o un optional per sentimentali: è una che non abbandona mai i suoi devoti. Statene certi. Io, almeno, lo sono».

© La Stampa

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