dicembre 2007 :: Il Timone :: Vivaio

Ai primi di novembre del 2002 salivo all’abbazia di Montecassino: era la prima volta perché (come ho già scritto da qualche parte) mi ero sempre vietato di andarci per non soffrire ne vedere rifatto – e, dunque, in qualche modo divenuto un “falso” – uno dei cuori della storia della Chiesa. In realtà, scopersi di avere torto. La ricostruzione del monastero – dopo il criminale e militarmente inutile, anzi dannoso, bombardamento di un’America protestante che non sopportava quel simbolo “papista” – la ricostruzione, dunque, è stata compiuta in modo esemplare, utilizzando il più possibile quanto rimasto e rifacendo il resto in modo del tutto degno.

Tra l’altro, come mi faceva notare sorridendo l’abate, pure qui ha agito quel Dio cristiano che sa scrivere dritto sulle righe storte. Anche Montecassino, in effetti, subì la sorte di ogni altra casa religiosa, dopo l’unificazione italiana: cacciata dei monaci e confisca di tutto, senza alcun rimborso, dagli edifici, alle opere d’arte, ai terreni. Inutili gli appelli e le suppliche che giunsero da tutta Europa – si mobilitarono anche molte famose università straniere e parecchi governi, pure protestanti – perchè non fosse spento un focolare non solo di fede ma anche di cultura, con un archivio straordinario dove, tra l’altro, è conservato il primo vagito della lingua italiana. Il settarismo massonico volle che anche Montecassino seguisse la sorte di tutti gli altri monasteri e conventi: via, dunque, i monaci, con la sola concessione di un permesso per un paio di loro come custodi del “monumento”, incamerato dallo Stato.

Ma, come dicevo, l’abate mi ricordava che proprio questa rapina si mostrò provvidenziale quando gli aerei e i cannoni americani – a freddo, per mero odio religioso, pur consapevoli che avrebbero favorito così la difesa tedesca – distrussero tutto quel che si poteva distruggere.

Le spese per una ricostruzione integrale e fedele come quella che fu poi realizzata sarebbero state inaccessibili per qualunque comunità religiosa. Fu invece lo Stato italiano che, essendo proprietario degli edifici, si accollò gli oneri, talmente elevati che occorsero leggi speciali e il frazionamento in vent’anni di esercizi finanziari. Insomma, la confisca, almeno in questo caso, fu ripagata con gli interessi ed il luogo dove Benedetto scrisse la Regola risorse con lo splendore di prima. En passant: seppure interpellati dal nostro governo, gli americani non diedero neanche un dollaro per rimediare al loro vandalismo.

Se, comunque, in quell’autunno raggiungevo Montecassino, non è come pellegrino e neppure come turista: arrivato a Roma in aereo, avevo raggiunto l’abbazia viaggiando (per la prima volta) su un auto targata SCV, Stato della Città del Vaticano. Al volante, infatti, c’era monsignor Walter Brandmueller, Presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, un’istituzione voluta nel 1954 da Pio XII e che non solo fiancheggia con i lavori dei suoi componenti – spesso studiosi illustri – il lavoro della Santa Sede, ma la rappresenta negli organismi accademici internazionali e nei grandi convegni. Il professor Brandmueller, a lungo docente di storia della Chiesa all’università di Augusta, la Augsburg tedesca, è studioso di prestigio e dotato di capacità divulgative. Per questo gli avevo chiesto di incontrarci per una lunga intervista, dalla quale contavo di ricavare un piccolo libro che costituisse per i non specialisti una sorta di introduzione alla storia del cattolicesimo.

Monsignore aveva risposto al mio invito con molta disponibilità e ci si era accordati per trascorrere tre giorni insieme in un luogo simbolo come, appunto, Montecassino. Furono belle ore, in cui fummo ospiti alla mensa dell’abate e dormimmo nell’ala destinata agli ospiti che, nelle dimensioni stesse, dava l’idea di che fosse (e sia) l’ospitalità benedettina: le stanze si affacciano su un corridoio lungo poco meno di 200 metri e largo una dozzina. Vivemmo anche i resti dell’antico stile: pasti su tavoli in legno, senza tovaglia, eppure, su ogni piatto e su ogni posata, l’orgoglioso stemma della Madre di tutte le Abbazie.

Come mi ricordò, sorridendo ma convinto, un religioso, c’è un antico detto, secondo il quale «i benedettini servono il Signore da signori». Una signorilità che permea anche le liturgie, dove non si misura né il tempo, né lo splendore, né la cera, né l’incenso: nulla è più importante dell’opus Dei, di quell’opera di Dio che è, appunto, una liturgia che dia una sorta di anticipo del paradiso in terra. Vedemmo pure la Regola in atto anche in ciò che ci sembra più lontano: il monaco arrivato in ritardo di pochi minuti alla mensa, in ginocchio davanti all’abate, attendendo una sua benedizione di perdono prima di sedersi tra gli altri che, in silenzio, ascoltano – mangiando semplici cose, in quantità modesta – un confratello che esegue la lettura spirituale.

Il grande portale d’ingresso all’abbazia è sormontato dall’emblema tradizionale in marmo: la croce a due braccia piantata sulle tre colline che simboleggiano sia la Trinità che i voti religiosi, il tutto dominato dalle tre lettere di PAX.

Una “pace” che non ha nulla a che fare con quella delle ideologie pacifiste del “mondo”, che è ben lontana da quella delle bandiere multicolori (le stesse del movimento omosessuale) che anche i cristiani appendono ai balconi. È la pace del cuore, quella che riconcilia con se stessi e con gli altri e che – assicura Benedetto – raggiungerà chiunque sperimenti quanto propone la sua Regola. È la pace di cui il Cristo dice: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come quella del mondo». Che ha a che fare, questa, con la politica, i comizi, le sfilate, i rumorosi cortei, le invettive, i manifesti dei “pacifisti” in cui siintruppano anche tanti credenti, convinti che accettare simili ideologie – impotenti se non pericolose – sia nella linea evangelica?

Tornando a noi: per una serie di motivi, finora non ho realizzato il progetto del libro che desse conto degli studi e delle riflessioni dell’intera vita da storico della Chiesa di mons. Brandmueller. Dico “finora” perchè il lavoro potrà, come spero, essere ripreso. Intanto, però, mi è ricapitata in mano la cartellina gonfia degli appunti presi in quei giorni di autunno nella quiete di quelle mura venerande. Sfoglio quelle carte e riferisco qui almeno qualcosa delle osservazioni del docente di Augusburg.

Osservazioni spesso illuminanti e liberanti . Come quella sul “nepotismo” che, come una sorta di mantra, è rimproverato dagli storici a molti papi e a moltissimi cardinali: grandi, magari, ammirevoli, colti, attivi ma, ahimé, «nepotisti»! «Ma che accusa è questa?» mi disse monsignore «Mica è sempre una colpa o un errore! Dipende da com’è il nipote o, in generale, com’è il parente favorito per certe cariche di rilievo. Prendiamo un caso, particolarmente eclatante ma non certo unico: Carlo Borromeo fu fatto cardinale a 22 anni, senza essere vescovo e nemmeno prete perchè il potente cardinale Gian Angelo Medici, suo zio materno, divenne papa con il nome di Pio IV. Nepotismo pieno, dunque: ma poteva esserci scelta migliore? Quale uomo poteva unire in modo così mirabile spiritualità e azione, mistica e realismo nel momento in cui la Chiesa doveva attuare il Concilio di Trento nei fatti? Prendiamo Ottone Colonna, papa Martino V, che, all’inizio del Quattrocento, dovette letteralmente ricostruire lo Stato Pontificio e Roma stessa, oltre a riparare i danni portati alla Chiesa dalla decadenza sia spirituale che materiale.

Minacciato da ogni parte, circondato da corrotti, da ladri, da assassini, da ignoranti, che poteva fare se non affidarsi all’aiuto dei familiari, i soli sulla cui fedeltà naturale poteva contare? Nepotista, certo, per la predilezione, nelle cariche, per i membri della famiglia Colonna: ma un nepotismo benefico, in ogni caso imposto dal realismo. E si potrebbero moltiplicare gli esempi. Insomma, esaminiamo caso per caso e smettiamola di considerare sempre e comunque una colpa il favorire quelli di casa».

Per passare a un’altra osservazione inconsueta di mons. Brandmueller: «Amo Francesco, lo venero – naturalmente come uno dei santi più eccelsi ma, come storico, guardo con qualche allarme al francescanesimo che ha da sempre, e probabilmente sempre avrà, una vicenda agitata. Vicenda litigiosa, spesso addirittura violenta tra le stesse famiglie francescane o verso altri ordini religiosi. Ne sono venuti tanti santi ma anche tanti problemi, per la Chiesa stessa. Il fatto è che il movimento francescano nasce da un’utopia, quella del vangelo nudo e crudo, della povertà integrale, della rinuncia totale. Un’utopia che ha fatto la grandezza di una personalità eccezionale come il Fondatore: ma quanti sono come lui? Non così, invece, per il movimento benedettino, alle cui origini c’è un grande santo che è al contempo un grande realista come Benedetto da Norcia, la cui virtù più determinante è la discretio, la moderazione, l’et-et e non certo l’aut-aut, la benevolenza, la pazienza, l’accettazione dei limiti degli uomini per portarli malgrado tutto alla santità. C’è, nella Regola, il mistico e insieme l’uomo di governo, quel sapere reggere i popoli – in questo caso, il popolo dei chiamati a frequentare la “scuola di cristianesimo” che è il monastero – che era stato degli antichi romani».

A questo proposito, fa riflettere una constatazione: «Il meglio della sapienza pagana aveva il suo centro e il suo simbolo nella Scuola di Atene, i cui inizi risalgono a Platone stesso.

Ebbene, è impressionante la coincidenza: è nel 528 che l’imperatore Giustiniano ordina la chiusura di quella scuola, dichiarando terminato il tempo degli dèi e l’inizio di una cultura permeata interamente di cristianesimo. Esattamente negli stessi anni, Benedetto scrive la Regola che tanta parte avrà nell’edificazione di quella nuova cultura che, al contempo, salverà il salvabile dell’antica. Il Medio Evo è incomprensibile senza i suoi monaci, ma forte è la loro presenza anche nei quindici secoli che giungono sino a noi: non dimentichiamo che i benedettini formano l’istituzione più antica e ancora vitale dell’intero Occidente». E sempre al proposito: «Per capire la santità sociale non occorre la fede. Occorre la fede, invece, per capire il monachesimo: soltanto un vero credente può comprendere una vita dedicata solo alla preghiera. Il monaco predica con la sua vita stessa, testimoniando con la sua scelta di reclusione e di separazione l’esistenza di Dio. La rivoluzione francese e, in genere, tutti i movimenti anticlericali, comprendono il ruolo del parroco e sono persino disposti a riconoscergli un ruolo sociale, mentre considerano il contemplativo, il religioso in clausura come un parassita di cui liberarsi, sequestrandogli anche il monastero».

Per capire la storia della Chiesa, monsignor Brandmueller raccomanda di stare alla larga da certe letture “laiche” che vogliono vedervi delle “svolte”, delle “fratture”: «In realtà, per la Chiesa vaIe più che mai ciò che è stato chiamato “la lunga durata”. C’è uno sviluppo, ma sempre omogeneo, un approfondimento dottrinale che non è mai rifiuto ma arricchimento e purificazione. Organismo vivo, come la natura, Ecclesia catholica etiam non facit saltus».

Lo sguardo del credente, poi, rifiuta l’idea che lo sviluppo della Chiesa sia stato non solo influenzato ma addirittura determinato dalle circostanze storiche. Per cui, ad esempio, il primato del vescovo di Roma, il “carisma petrino” non ci sarebbe stato o avrebbe assunto forme molto diverse se diversi fossero stati gli eventi imprevedibili. «Lo studioso credente deve misurarsi sino in fondo con i fatti, deve avere serietà e competenza pari e, se possibile, ancora superiori a quelle dei suoi colleghi laici. Ma deve avere egualmente una “prospettiva provvidenziale”, deve essere consapevole che la Chiesa è guidata da Chi ha promesso cose come “lo sarò sempre con voi, sino alla fine del mondo” o “vi invierò lo Spirito che vi farà capire ogni cosa”». Per evitare di scandalizzarsi, poi, «occorre non dimenticare che Gesù ha promesso alla sua Chiesa l’indefettibilità e l’infallibilità nella fede ma non la santità di tutti i suoi membri: questa comunità è la grande rete in cui sta ogni genere di pesce, anche quelli delle specie peggiori. La confessione dei peccati è prevista per tutti i battezzati, nessuno escluso».

Sull’ecumenismo: «Lo storico oggettivo sa che non c’è nessuna scissione che sia avvenuta innanzitutto per motivi teologici ma per motivi quasi soltanto politici, culturali, etnici, psicologici. L’ecumenismo deve tenerlo presente e non pensare che il problema sia solo religioso, che si risolva con confronti teologici: spesso è il contrario».

Che cosa, nella sua traversata del tempo, è bene o male per la Chiesa? «È da giudicare positivo tutto ciò che corrisponde alla sua ragione d’essere. La Chiesa esiste per la glorificazione di Dio e la salvezza del mondo. Dunque, realizza la sua missione in quanto evangelizza e in quanto è canale della Grazia del Cristo, attraverso i sacramenti. Sua legge suprema è la salvezza delle anime. Tutto ciò che viene fatto in questa direzione è da considerare un bene».

Importante è poi richiamare l’attenzione «non sul male che la Chiesa avrebbe fatto, ma su tutto il male, che Dio solo conosce, che ha evitato. Senza di essa il mondo sarebbe stato certamente peggiore e non solo per ciò che il clero ha compiuto di buono ma per ciò che ha evitato che si facesse».

Sui rapporti con gli ebrei: «C’è stato indubbiamente un antigiudaismo, cosa religiosa, che è diversissima dall’antisemitismo moderno, che è cosa razziale, dunque del tutto estranea alla Chiesa della quale si può dire, ancor più che dell’impero romano, “e pluribus gentibus fecisti patriam unam”. Ma poco si ricorda che, soprattutto nelle città, le esplosioni di violenza contro gli ebrei sono state estranee alla Chiesa e hanno avuto molto spesso radici economiche.

Per dirla chiara: poiché gli ebrei esercitavano il commercio del denaro, cosa come si sa a lungo proibita ai cristiani, c’erano sempre moltissimi laici che speravano di ammazzarli o almeno di cacciarli per estinguere così i debiti che avevano contratto con loro».

Di grande realismo, poi, il «non dimenticare che non la teologia bensì la psicologia è la base di molti problemi teologici. Nel senso che tanti critici, contestatori, riformatori sono mossi non dai problemi oggettivi che denunciano, ma da problemi personali di cui non parlano e di cui, spesso, sono inconsapevoli».

Ci sono problemi psicologici anche nella contestazione del celibato legato alla consacrazione religiosa: «Lo storico constata che la scelta convinta e seria della castità, della verginità, accompagna sempre i periodi migliori della Chiesa, coincide con i momenti in cui si esercita uno sforzo speciale per sormontare le crisi». Brandmueller è convinto che la Chiesa non abbandonerà mai il legame tra sacerdozio e astensione dal matrimonio e non solo per i religiosi ma anche per il clero secolare: «Se il sacerdozio rappresenta il Signore nei confronti della comunità, appare logico che il sacerdote condivida il ruolo del Signore casto».

Perplesso, come storico, sulle celebri richieste di perdono di Giovanni Paolo Il, il monsignore dice che di altro la Chiesa dovrebbe pentirsi. Ad esempio, per la lotta di Clemente VII, filofrancese, contro l’imperatore, Carlo V, impegnato nel combattere i protestanti: «Se invece di fargli guerra quel Papa lo avesse appoggiato non ci sarebbe stato scampo per i riformati, che sarebbero stati sbaragliati e ci saremmo risparmiate le terribili guerre di religione».

Insomma, come si vede da questa pur rapida scelta, Walter Brandmueller non è afflitto dall’attuale morbo del conformismo. Un motivo in più per cercare di concludere, a Dio piacendo, il libro progettato.

 

 

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