dicembre 2006 :: Il Timone :: Vivaio

Da tempo lo desideravo: annusare l’aria di Wittenberg, la piccola città della Sassonia dove tutto è cominciato. Il giovane teologo agostiniano, docente in quell’università appena fondata, lo sconosciuto frà Martin Lutero che appende le 95 tesi al portale della chiesa del castello, invitando i colleghi ad un pubblico confronto. In pochi anni, il convento svuotato (come altre migliaia, in Europa) e, ormai deserto, regalato dal principe locale proprio a Martin Lutero che vi si sistema con la moglie, l’ex-suora Caterina, e vi cresce i numerosi figli. La cittadina sull’Elba divenuta un tale polo di attrazione che vi si accorre da tutto il Continente, sperando di vedere e di incontrare quel nuovo profeta, quel riformatore che è riuscito a sfidare vittoriosamente Roma e a spezzare l’unità cristiana.

A Wittenberg sono finalmente andato ma in giorni di agosto, tra i pochi caldi a quelle
latitudini, quando la sconfinata, fangosa pianura sassone è schiacciata da un sole afoso e non, invece, coperta di pioggia, di nebbia, di neve; e quando il grande fiume scorre meno maestoso, pur se affollato di convogli di chiatte le cui sirene suonano lamentose.

Immaginavo, confesso, che la città fosse più remota e appartata, mentre invece non è che a poche decine di chilometri da Berlino ed arrivarvi è semplice: basta una deviazione dalla nuova autostrada – inquietante per dimensioni e modernità e, come ogni altra in Germania, del tutto gratuita – che congiunge Norimberga alla ritrovata capitale. Pensavo, poi, a un borgo medievale, con il castello arroccato su una collina e, attorno, un intrico di strade antiche, con le case a “graticcio” della tradizione teutonica. E invece, la Wittenberg storica (il resto non è che periferia industriale, un tempo soprattutto fabbriche d’armi, volute dai nazisti e potenziate poi dai comunisti) è un lungo e largo stradone, fiancheggiato da edifici banali e di età indefinibile. Tutto è allineato su quella via: a un’estremità, ecco quanto resta del castello con la cappella delle Tesi del 1517 e del sepolcro di Lutero, una cappella ricostruita con pesantezza prussiana dai Kaiser di fine Ottocento e munita di un massiccio campanile che anche ai meno maliziosi rivela subito la forma di un fallo. Dicono che proprio a questo pensasse l’architetto guglielmino, a sfida irridente del papato e del cattolicesimo in genere. Il celebre portale è stato rifatto, in un gotico di fantasia, con
battenti di bronzo che riportano il testo latino delle 95 tesi.

In realtà, Lutero stesso sarà stupefatto delle conseguenze di quella affissione. In effetti, non c’era nulla di straordinario, rispondeva anzi a una vecchia e comune tradizione accademica, nella sfida ai colleghi teologi per un dibattito su questioni disputate. Se si esaminano poi quelle tesi – che la leggenda giudicherà rivoluzionarie – non vi si trova nulla di eterodosso rispetto alle prospettive cattoliche del tempo: semplicemente, vi era la riproposta di una scuola di pensiero, pacificamente accettata da molti ecclesiastici, che considerava negativa, sul piano pastorale, una raccolta di fondi come quella in corso anche in Sassonia per la ricostruzione di San Pietro. Più che di legittimità delle indulgenze (che l’agostiniano accettava senza problemi) si invitava a discutere sulla riscossione delle elemosine e sulla convinzione sbrigativa di molti che bastasse versare un’offerta per evitarsi lunghi purgatori. I creatori della leggenda del giovane, temerario religioso che – sin dall’inizio – osa levarsi contro l’arroganza romana e la sua teologia anticristica, evitano di informarci che fra Martino, prima dell’affissione, volle inviare il testo all’arcivescovo che, esaminatolo, non ebbe nulla da criticare: si era nel campo della lecita diversità di opinioni, legate alla conduzione della Chiesa più che alla sua dottrina. Altri teologi avevano le sue stesse posizioni, suscitando semplicemente discussioni accademiche con i colleghi che parteggiavano per una scuola diversa.

Tra l’altro, tra ciò che non ci dicono c’è che il già irrilevante villaggio di Wittenberg era stato da poco trasformato in piccola ma vivace capitale per i duchi di Sassonia anche grazie all’esposizione, proprio nella chiesa del castello dove le tesi saranno appese, di una ricca collezione di reliquie che attirava pellegrini da ogni dove. Molte di quelle reliquie erano, come spesso accadeva, manifestamente false, eppure davano adito a scene di entusiasmo religioso. Ma su questo nulla aveva da dire il professor Lutero, teologo di provincia, chiamato a insegnare nell’università appena fondata eppure già prestigiosa, da quei principi cui lo legava la gratitudine. Del resto, i superiori qualche anno prima lo avevano inviato a Roma, per risolvere una questione che riguardava l’Ordine, eppure non solo non rimase scandalizzato dal cattolicesimo italiano ma ne lodò l’organizzazione, a cominciare dagli ospedali e dalla loro gestione. E’ una convinzione emersa dopo che, all’origine della Riforma, ci sia lo scandalo per gli abusi, le colpe, le falsificazioni della Chiesa. All’inizio, c’è un problema personale: c’è l’angoscia dell’uomo che, tormentato dagli scrupoli e dal terrore del giudizio divino, cerca affannato una lettura del Vangelo che in qualche modo lo rassicuri.

Sta di fatto che ciò che avvenne in seguito all’affissione a Wittenberg la sera del 31 ottobre 1517 colse il religioso di sorpresa. Non fu lui, furono altri – laici per lo più, non ecclesiastici che conoscevano i problemi e non ne erano certo scandalizzati – che provvidero a tradurre in volgare quelle tesi, a farle stampare, a farle circolare per l’intera Germania. Facendo, così, balenare ai principi la possibilità di mettere le mani sugli agognati beni della Chiesa e ai semplici fedeli di evitare di pagare al clero decime che, in gran parte, finivano al Sud, nella remota Italia. E convincendo quel frate di essere stato chiamato a una missione rovvidenziale cui sino ad allora manco aveva pensato.

Comunque, per ritornare sulla lunga strada che riassume la Wittenberg storica, all’altro capo rispetto al Castello e al suo portale, ecco la Lutherhaus: il convento e poi la casa del riformatore. Poco prima, il palazzetto dove visse e morì Melantone, il professore di greco, collega di Lutero, che seppe dare base teologica alle intuizioni del tormentato (e tormentoso) amico. Giusto a metà della via, in una rientranza dietro il municipio, la cattedrale che fu già cattolica e dove venne celebrata per la prima volta la liturgia riformata.

Non vi è, in questa città, nulla del senso di abbandono, di squallore, di manutenzione trascurata che – malgrado gli sforzi e le spese colossali della Bundesrepublik dopo la riunione – perdura in tante parti di quella che fu la Germania sedicente democratica.

Tutto, qui, era curato già “prima”. In effetti, c’è da riflettere: Wittenberg fu cara al regime dei Kaiser, poi a quello di Hitler, infine a quello dei comunisti. Tutti videro in Lutero la figura più rappresentativa dello spirito tedesco contro quello latino, ogni regime ne fece una bandiera di patriottismo, approfittando anche del fatto che la comunità cristiana che prese il suo nome si schierò sempre e comunque, senza esitazioni, dalla parte del sistema politico al potere. Seguendo, in questo, l’insegnamento del fondatore che, proclamando la libertà del cristiano, in realtà lo assoggettò al principe anche nelle questioni religiose.

L’incubo della Chiesa di Stato: dare a Cesare anche quanto è di Dio è l’esito concreto di una rivolta che voleva ritrovare la purezza del Vangelo.

Nel già convento degli Agostiniani, divenuto casa del frate con moglie e figli (al centro del giardino, una statua di Caterina von Bora in veste di vigorosa massaia che attinge acqua al pozzo) giungono pullmann ed auto di turisti, approfittando delle ferie estive. Dico turisti e non pellegrini perché nulla vi è di religioso: non una cappella visitabile, non una immagine sacra, non un canto o una preghiera intonati dai visitatori. Vi è solo un museo da visitare, pagando regolare e non modesto biglietto, allestito con germanica precisione. Un museo, al cui centro sta la Stube, munita di stufa imponente in maiolica. E’ la cucina-soggiornostudio dove il dottor Martino passava i lunghi inverni ,leggeva, scriveva, riceveva i molti visitatori e, spesso e volentieri, banchettava e beveva, parlando incessantemente, mentre un giovane allievo prendeva nota di ogni parola. Ne vennero quei Tischreden, quei “discorsi a tavola” che svelano il volto riposto del sanguigno ex-religioso.

Una sezione della casa-museo è dedicata alle vicende del luteranesimo in quasi mezzo
millennio di storia. In una delle ultime sale, mi incuriosiscono un paio di foto incorniciate ma, a differenza delle altre immagini, piccole e appese talmente in basso che per scorgerle non basta chinarsi, occorre accucciarsi. Lo faccio, incuriosito, e scopro il motivo del nascondimento: sono fotografie scattate durante la visita a Wittenberg di Adolf Hitler che, in Lutero, venerava non solo colui che aveva riaffermato i diritti della germanicità ma anche il creatore della moderna lingua tedesca. Una delle foto rappresenta il palco del Fuehrer: accanto al lui, irrigiditi nel saluto nazista malgrado gli abiti ecclesiastici, il Reichsbischof, il “Vescovo del Reich” e i suoi confratelli, rappresentanti dell’intera Chiesa luterana nel Reich. Nell’altra immagine, il corteo dei pastori, anch’essi con la cappa nera liturgica, che sfilano a centinaia, la mano destra levata, davanti al Cesare con il ciuffo sulla fronte e i baffetti, mentre sullo sfondo la Lutherhaus è coperta di bandiere con la croce: quella, però, uncinata.

Guardo, non certo sorpreso, sono cose che ben conosco, ne ho anche scritto da qualche parte. Ma non posso non pensare che siamo in uno dei cuori di quella Germania della cui letteratura contemporanea fa parte, maestro ancora venerato da certa cultura, un Rolf Hochuth. Sì, quello de Il Vicario, l’opera teatrale che iniziò la fase più virulenta della campagna contro Pio XII, “il papa dei nazisti”, il leader della Chiesa cattolica che con Hitler giunse a firmare un concordato. Sotto accusa, si sa, deve essere sempre e comunque il Vaticano; per Wittenberg si addice solo il silenzio, magari segnato da rispettosa reverenza.

Proprio davanti alla Lutherhaus, una insegna colorata annuncia: «Pizzeria Bella Napoli».Accanto, c’è un negozio di abbigliamento con il nome di una celebre marca della moda italiana. Ancora due passi e sulla vetrina di un caffé campeggia un avviso vistoso: «Espresso, Cappuccino, Panini». Sorrido alle malizie della storia di (è il caso di dirlo) hegeliana memoria. Proprio qui, in faccia alla casa dove visse colui che è celebrato come l’araldo del Los von Rom, via da Roma, come il severo denunciatore della corruzione mediterranea e della infida mollezza latina!

La situazione si aggrava quando Rosanna ed io, stanchi e anche un po’ affamati dopo la visita, ci sediamo ai tavoli all’aperto della pizzeria. Guardando il menu sembra di essere a Trastevere, errori ed orrori di ortografia a parte, tra macaroni, bruskete, carpacio, gelatti. Si avvicina il giovane gestore, credendolo italiano gli parlo nella nostra lingua. Mi guarda sorpreso: «Ich verstehe nicht», io non capire. Salta fuori che è proprio di lì, è un sassone, in Italia è stato solo qualche volta da turista, ha cercato di studiare i piatti e si è trascritto come poteva i nomi. Dunque, questa «Pizzeria Bella Napoli» proprio davanti alla casa di Lutero non nasce dall’intraprendenza dell’immigrato meridionale bensì (ed questo il grave) dalla offerta di un tedesco alla domanda di cose italiane da parte di tedeschi. Di Wittenberg, per giunta. Ma sì, rido: non c’è più religione. Luterana, almeno. I pronipoti del dottor Martino che si fanno pizzaioli e cuociono, per quelli della stessa razza, pentolate di spaghetti al pomodoro, olio e basilico. Pronipoti degeneri, che non fuggono lontano da Roma, ma che ci vanno ad imparare come si possa cercare di campare in un modo un po’ più gradevole. Lutero, almeno, era un gran mangiatore, come la sua stazza denunciava.

Avrebbe sofferto ma, forse, capito. Invece, come potrebbe sopportarlo quel suo Melantone, diafano asceta, moralista severo, fustigatore implacabile di chi cedesse a certe tentazioni?

Mi è seccato, lo confesso, proseguire verso Nord, per la vicina Berlino. Mi è seccato perchè, di quella città inquietante, volevo conservare il ricordo del soggiorno che vi feci quando ancora il muro la spezzava. Erano i primi anni Settanta: la S-Bahn, la metropolitana soprelevata, correva con i suoi vagoncini rossi e bianchi sulle rovine, la cupola del duomo luterano mostrava ancora i segni del cannone russo, della Anhalter Bahnhof, la più grande stazione d’Europa, restava uno spiazzo e qualche arco annerito, il confine fortificato lo si varcava, a piedi, al mitico Check Point Charlie (Achtung, Sie verlassen jetzt West Berlin!, ammonivano grandi cartelli) e la Volkspolizei ti metteva in mutande nella sua baracca per perquisirti. Città tragica e insieme favolosa, repellente e attraente, specchio impietoso della tragedia non solo tedesca ma europea. Città di spie, di vedove e di hippies, richiamati qui dalla esenzione della leva militare per i giovani che vi avessero la residenza. Mi è stato difficile accettare di sovrapporre a quei ricordi le immagini della capitale
ricostituita in unità e ricostruita, dove i pezzi pregiati dei più costosi architetti del mondo hanno riempito le desolate distese del centro e dove non c’è più il brivido di varcare la più munita frontiera della storia. E dove non riesce più a risuonarmi all’orecchio la voce, arrochita dal fumo e dall’alcol, di Marlene Dietrich che intona lo straziante: «Ho lasciato ancora una valigia, a Berlino».

In auto, percorriamo lentamente (è sabato, il traffico è scarso, i berlinesi sono sui laghi) il grande asse Est-Ovest, già orgoglio imperiale, che taglia il parco del Tiergarten, passa sotto la Porta di Brandeburgo, scorre lungo la mitica Unter den Linden e prosegue verso Est, verso il mondo slavo, tentazione, e rovina, della Prussia. Mi guardo attorno, desideroso di scoprire ciò che cerco. Finalmente, eccoli: una dozzina di grandi lampioni a due braccia che rivelano la mano di un designer del passato ma di gran classe. Quel piccolo gruppo di “oggetti urbani” fusi nella ghisa è tutto ciò che resta del lavoro di Albert Speer, l’architetto ufficiale del regime, l’amico di Hitler, che gli commissionò edifici colossali che avrebbero dovuto sfidare i secoli. E invece non rimase nulla, se non disegni e foto ingiallite: della grande Cancelleria i russi fecero una cava di granito per il gigantesco monumento all’Armata Rossa, lo Stadio del Partito a Norimberga fu trasformato in deposito di macerie e rifiuti e poi demolito. Nulla, di tanto impegno, lavoro, progetti, sogni. Nulla, se non qualche lampione sul viale Est-Ovest di Berlino. Poche cose mi sono sembrate così ammonitorie come quel misero resto. Dopo i vent’anni di carcere a Spandau, fu lo stesso scampato all’impiccagione a Norimberga a riconoscerlo: «Volevamo sbalordire il mondo con gli edifici più grandiosi della storia. Il destino ha voluto che di tutto questo non sopravvivessero che dodici lampioni». “Destino” lo chiamava l’agnostico, forse ateo architetto Speer. Il credente impiegherebbe altre parole, più impegnative. E più vere.

© Il Timone