dicembre 2005 :: Il Timone :: Vivaio

Lo osservavo, mi pare, la volta scorsa: il mondo di oggi è sempre più moralista. Restando intesi, naturalmente, che la predica vale per gli altri, non per il predicatore. Il «fate quel che vi dico, non fate ciò che io faccio» è ormai la regola di coloro che, laicamente, ci catechizzano dai media. Come esempi tra gli innumerevoli possibili, ricordavo il famoso giornalista che si avvia alla novantina imponendo agli editori fotocopie dei suoi vecchi articoli e libri ed al contempo esorta gli altri a sapersi ritirare al momento giusto. E ricordavo l’altrettanto celebre sociologo che accusa i colleghi di avere sbagliato, negli ultimi decenni, tutte le diagnosi e le terapie sociali, dimenticando di essere stato un caposcuola di quei pataccari.

Ecco adesso un cantante sin troppo famoso, Adriano Celentano (cui siamo pur debitori di qualche canzonetta il cui ascolto ci immerge nella nostalgia), che appare in Tv per una serie di sue esibizioni “politicamente impegnate”, applaudite freneticamente come “coraggiose” e “dirompenti” soprattutto dalla solita sinistra demagogica, lieta perché sulla televisione pubblica si beffeggia il governo.

Questioni noiosamente politiche, nelle quali non voglio entrare: non l’ho mai fatto, non intendo farlo in futuro, già sono troppi quelli che si accapigliano per «questa aiola che ci fa tanto feroci», per dirla dantescamente. In questo caso, però, ci si dimentica, o si finge di dimenticare, che: 1) il telepredicatore Celentano ha parole di sdegno contro chi aggredisce
la natura e la cementifica, ma egli ha comprato e cintato con alte mura una intera collina boscosa in Brianza, costruendovi sopra un complesso con le ville per sé, per i cari figlioletti, per la sua azienda musicale, con un totale, dicono, di quattromila metri quadrati; 2) lo stesso telepredicatore tuona contro l’inquinamento da mefitico traffico automobilistico ma i garage delle ville sono pieni non di carrozzelle e di cavalli da tiro ma di grosse cilindrate e di mastodontici Suv, come li chiamano, cioè quella specie di giganteschi furgoni fuoristrada, nati per l’Africa o per il New Mexico, ridicoli in Lombardia e comunque produttori generosi di veleni; 3) sempre il Celentano in questione ha esaltato, con parole nostalgiche, la bellezza dei rapporti tra persone, il calore umano della provincia a contrasto con l’anonimato e l’indifferenza della metropoli. Ma un giornalista, inviato nel paesino in cui ha costruito la sua inaccessibile reggia nel verde, ha constatato che nessuno in quel borgo lo ha mai incontrato: la sola cosa che vedono è il va e vieni di automobili con le tendine abbassate o i vetri oscurati, dietro i quali si nascondono il nostro moralista, i familiari, gli amici nei loro va e vieni con la grande città, dove stanno gli interessi economici. Nessuno, naturalmente ha mai potuto varcare i cancelli della immensa proprietà, protetta dalla sorveglianza armata. Ancora una volta, questo non è che un piccolo promemoria per qualche anima bella (non manca neanche tra i cattolici) che volesse prendere sul serio una cultura come quella egemone, la cui cifra è l’ipocrisia; e del genere più sfacciato.

Laurea nazista

A proposito di ipocrisia da political correctness, infezione che ha avuto negli Stati Uniti la sua patria e ha poi contagiato tutto l’Occidente, se non il mondo. Sappiamo che “l’Impero del Bene”, come l’America ama definire se stessa, aborrisce gli “Imperi del Male” – a cominciare da quello nazionalsocialista – anche e soprattutto per le loro teorie razziali. Come ci mostrano infiniti film, il coraggioso soldato che impugna the Old Glory, la bandiera a stelle e strisce, ha combattuto e combatte tutti i cattivi, tra i quali i peggiori furono forse i razzisti teutonici. Peccato che nel 1936, su proposta di Hitler e Himmler stessi, l’università tedesca di Heidelberg, la più prestigiosa del Reich, abbia conferito la laurea honoris causa all’americano Harry Laughlin le cui teorie erano state la base per la politica eugenetica degli
Stati Uniti, con la sterilizzazione obbligatoria e in massa – per legge federale – dei portatori di malattie che potessero trasmettersi alla prole e così danneggiare la forza e la bellezza della razza del Nuovo Continente. La prima legge per castrare «criminali, imbecilli, stupratori, idioti» fu promulgata nel 1907 nello stato dell’Indiana e dichiarata costituzionale dalla Corte Suprema nel 1927, aprendo così la strada all’estensione a tutta l’Unione. Ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso, oltre 50.000 omosessuali furono sterilizzati per ordine dei tribunali americani. Hitler, per sua stessa ammissione, elaborò il suo razzismo e le sue ossessioni eugenetiche sulla prassi degli Stati Uniti e sugli studi di teorici di quelle parti: il professor Laughlin, come dicevo, insignito di laurea nazista, ma anche Madison Grant, un intimo di Theodore Roosevelt, autore nel 1916 di Il passaggio della Grande Razza, bibbia dei credenti nella superiorità “ariana”. Quando il libro fu tradotto in tedesco e proprio Hitler, allora agli inizi della carriera politica, mandò all’autore una lettera dove esprimeva il suo grato entusiasmo. Grant ne fu molto fiero e fece di tutto per far conoscere un apprezzamento così autorevole e lusinghiero.
Cento a uno

Ma non sono sempre gli americani che, a carico del nazionalsocialismo, mettono non unicamente il razzismo ma anche una barbarie nel condurre una guerra che li portò a rappresaglie spietate? In effetti non solo le SS ma la Wehrmacht intera – applicando alla lettera, peraltro, un accordo internazionale sottoscritto all’inizio del Novecento – fucilavano per rappresaglia dieci prigionieri od ostaggi o anche civili per ogni loro caduto in un’azione condotta da irregolari o da partigiani. Ebbene, proprio gli Stati Uniti hanno elevato la proporzione a oltre cento contro uno.

Nell’attacco “partigiano”, “guerrigliero” contro i grattacieli di New York e il Pentagono (il primo atto di guerra, non dimentichiamolo, sul loro territorio, vergine sino ad allora dei bombardamenti subiti da quasi ogni altro Paese ) sono morte meno di tremila persone.

Nell’attacco contro l’Afghanistan e l’Iraq, stando alle cifre più attendibili, sono morti in trecentomila, tra militari e civili, sotto bombardamenti a tappeto, in scontri a fuoco o a causa della guerra civile scatenata dall’invasione americana. Ma il bilancio è provvisorio,
visto che il terribile conto cresce di giorno in giorno. Dunque, lo dicevamo, più di cento ad uno, contro il dieci a uno dei tedeschi. Ma questa, si sa, è la meritoria esportazione della libertà, della democrazia, offerte generosamente dall’Impero del Bene.

Chi la fa… l’aspetti

Ma l’ipocrisia, s’intende, regna ovunque nella società e nella storia contemporanee: compresa proprio quella Germania di cui parlavamo, e che per decenni non ebbe parole abbastanza sdegnate per esecrare il Diktat impostole a Versailles al termine della Prima
Guerra Mondiale. Fu proprio quel Trattato spietato che ingrossò le fila del piccolo partito di Hitler, portandolo al potere nel 1933: e con libere e regolari elezioni democratiche, come troppo spesso si dimentica. Imponendo quel taglione esagerato ai tedeschi vinti, gli Alleati posero le basi per la ripresa della guerra, vent’anni dopo.

Su questo c’è accordo e noi stessi non abbiamo nulla da obiettare. Abbiamo, però, qualcosa di non irrilevante da aggiungere. In effetti, proprio all’inizio di quel 1918 che avrebbe visto la loro disfatta, alla Russia sconvolta dalla rivoluzione bolscevica i tedeschi imposero il trattato detto di Brest Litowsk. Sentiamo Robert Asprey, uno storico inglese: «Le condizioni volute dalla Germania furono quanto di più brutale e violento si potesse immaginare. La Russia perdeva la Georgia, l’Ucraina, la parte della Polonia e della regione
baltica sotto la sua sovranità ed altri vastissimi territori. Si trattava di oltre tre milioni di chilometri quadrati, con 56milioni di abitanti, pari al 32 per cento dell’intera popolazione, un terzo della rete ferroviaria, il 73 per cento della produzione di ferro e l’89 per cento del carbone, oltre 5.000 stabilimenti industriali e raffinerie. Inoltre, la Russia doveva consegnare la sua flotta da guerra e versare sei miliardi di marchi a titolo di riparazioni di guerra». Commenta sempre Asprey: «Si trattò di uno dei più insensati e perniciosi trattati di pace imposti al termine di una guerra: fu una conferma dell’arroganza e dei futuri intendimenti della Germania e del suo alleato austro- ungarico. Accettato – a loro eterna ignominia – anche dai deputati socialisti al Parlamento di Berlino e di Vienna, quel Diktat fornì al mondo la misura della spietatezza tedesca: la stessa sorte sarebbe toccata al Belgio, alla Francia, alla Gran Bretagna, all’Italia se la Germania avesse vinto la guerra». Logica la conclusione dello storico: «Brest-Litowsk servì a stabilire una convinzione che doveva poi rivelarsi fatale per i tedeschi: quello del trattamento inesorabile da riservare ai vinti, qualora a prevalere fossero stati gli Alleati. Le condizioni imposte alla Russia (e quelle successivamente imposta alla Romania, essa pure vinta dai germanici, con il trattato di Bucarest) furono di gran lunga più spietate delle clausole di Versailles cui generazioni di storici tedeschi hanno fatto sdegnato riferimento».

Insomma: per dirla con la saggezza del detto popolare, «chi la fa, l’aspetti». Versailles fu essa pure animata dal desiderio di vendetta, soprattutto francese (in queste cose, gli inglesi non sono più umani, ma sono più preveggenti e pragmatici) e, lo dicevamo, la conseguenza fu un’altra guerra mondiale. Ma c’è ipocrisia nel puntare il dito solo contro i “cattivi” che, in realtà, non fecero che ritorcere contro la Germania un metodo in cui si era mostrata maestra.

“Male radicale”

A Versailles, dunque, si posero le basi per il futuro avvento di un regime come quello nazista che sembra uscito da tempo dalla storia per entrare nella metastoria, come avatar, apparizione nel mondo del Male Radicale. Non v’è infamia che non gli venga attribuita,
l’avversione verso di esso ha lasciato il terreno della politica per divenire religiosa.

Mi capitano in mano due esempi: un libro su Giovanni Paolo II, scritto con malevolenza da Juan Arias che, nel Sessantotto e dintorni, conobbi come prete e che, munito di moglie, da molto tempo fa il vaticanista per El Pais, il quotidiano spagnolo equivalente alla nostra Repubblica. Il già reverendo Arias accenna a Pio XII che, scrive testualmente, «è ricordato ancora dagli italiani soprattutto per la veste bianca sporca di sangue quando accorse nel quartiere romano di San Lorenzo, bombardato a tappeto dall’aviazione nazista». Non credo che Arias ignori che quel bombardamento, del 19 luglio del 1943, fu fatto dagli aerei americani e che, in tutta la guerra, su Roma non cadde una sola bomba tedesca.

No, non può ignorarlo, deve essersi sbagliato inavvertitamente: ma proprio per questo il lapsus è significativo, è spia di quell’esecrazione “teologica” di cui dicevo e che non ha ormai più nulla a che fare con l’oggettività della storia.

Probabilmente, c’è invece dolo, c’è settarismo politico nella voce “foibe” del “Vocabolario della lingua parlata in Italia” di Carlo Salinari. Un lettore mi segnala la stesura di quella voce, di cui mi manda fotocopia: «Foibe: dolina con sottosuolo cavernoso, indica particolarmente le fosse del Carso nelle quali, nella Seconda Guerra Mondiale, furono gettati i corpi delle vittime delle rappresaglie naziste».

Non farò torto ai lettori ricordando che non ci fu cadavere (o, troppo spesso, corpo ancor vivo) gettato nelle foibe, se non dai partigiani comunisti e dalle truppe comuniste slovene. Ma può esserci una barbarie che non sia nazista? Non è anche questo un modo economico per sentirci, noi, buoni?

Carità senza vangelo

Scriveva comunque in tedesco Ludwig Feuerbach, il maestro in ateismo di Marx , quello di «der Mensch ist wass er isst», l’uomo è ciò che mangia, non siamo che materia. Ritrovo un’appunto preso leggendo, tanto tempo fa, la sua Essenza del cristianesimo. Mi annotai quelle parole perché mi parvero dolorosamente profetiche; e oggi sembrano esserlo ancor più. Scriveva, dunque, quel profeta dell’ateismo moderno: «L’uomo sarà felice solo quando avrà ucciso quel cristianesimo che gli impedisce di essere uomo. Ma non sarà attraverso una persecuzione che lo si ucciderà, perché la persecuzione alimenta e rafforza. Sarà attraverso l’irreversibile trasformazione interna del cristianesimo in ateismo umanista, con l’aiuto degli stessi cristiani, guidati da un concetto di carità che nulla avrà a che fare con il vangelo». In questo, Feuerbach mostrò di avere, purtroppo, la vista lunga.

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