dicembre 2004 :: Il Timone :: Vivaio

Gli schemi, ormai da tempo, si sono ribaltati. Nella Chiesa, in effetti, succede che ormai un certo “progressismo” contrassegni quasi soltanto il clero che ha la mia età. I preti e i religiosi, dunque, che erano giovani alla fine del Concilio e vissero poi la tragicommedia del Sessantotto e la sua “contestazione generale”. Aggrappate ai loro anni verdi, queste persone spesso non hanno saputo superare le ideologie e gli schematismi di quella stagione quando, sfondate le porte della cittadella ecclesiale, si precipitarono fuori, meravigliati ed entusiasti di quanto scoprivano. Temo che questi miei coetanei siano amareggiati vedendo invece il giovane clero riscoprire la Tradizione; o, almeno, essere più “conservatore” di loro. Ammesso che, il loro, fosse davvero “progressismo” o non piuttosto, come sospetto, semplicemente il travestimento pseudomoderno di antiche eresie, di utopie e di rivolte già conosciute più volte nella storia due volte millenaria della Chiesa. Penso, per esempio, a quel pauperismo che percorre i secoli, che continuamente rispunta e che nei decenni scorsi si è ripresentato con virulenza, ammantato di categorie marxiste. O penso al millenarismo e all’utopismo che rispuntano periodicamente e che nel Sessantotto e dintorni furono annunciati da sedicenti “profeti” clericali che perseguivano l’ideale – così poco cristiano, malgrado le apparenze edificanti – della Chiesa e della Società perfette, da costruire qui, sulla terra.

Sta di fatto che, come sempre è successo anche in passato, esaurito l’eccesso febbrile rispunta, grazie a Dio, il sensus fidei e la Chiesa riprende il suo cammino. Dunque, gli ormai pochi ospiti dei seminari e della case di formazione religiosa spesso, e ormai da tempo, non sono in sintonia con i loro docenti, legati a quello che per intenderci, in modo approssimativo, potremmo chiamare “sinistrismo”. Ne ebbi una conferma personale tempo fa, quando mi giunse la telefonata di un seminarista piemontese: vista l’esiguità numerica delle vocazioni (una diocesi come Torino, due milioni di battezzati, non dà che un paio di preti all’anno) i giovani in formazione del clero diocesano dell’intera regione erano stati riuniti in un seminario a Vercelli. Mi pare che ora non sia più così; ma qui non importa.

Importa, piuttosto, che – come mi disse quel giovane – ogni anno gli allievi, al termine dei corsi annuali, proponevano ai docenti una persona con cui desideravano incontrarsi e confrontarsi. Quella volta, la maggioranza dei giovani aveva proposto il mio nome, ma si era scontrata con l’opposizione dei professori: «Messori? Un amico, se non un reggicoda di quel reazionario del cardinal Ratzinger? Un papista? Un cultore di quell’anacronismo dannoso che è l’apologetica? Un non impegnato, socialmente e politicamente?». Alla fine, come mi disse soddisfatto il seminarista, gli studenti ce l’avevano fatta, i “vecchi” avevano dovuto rassegnarsi ed ora eccolo qua, al telefono, con la sua richiesta di una giornata di confronto. Come rifiutare, malgrado la pigrizia, la stanchezza (o, probabilmente, qualcosa di più e di più serio) che mi fa declinare la grande maggioranza degli inviti?

Andai, dunque. Come da programma, passai la mattinata con i giovani, iniziando con una mia relazione certamente non neutrale né edulcorata. Malgrado il mio rifiuto – costante e da sempre – di ogni giovanilismo, di ogni atteggiamento compiacente verso chi non ha che il merito di essere sotto i trent’anni (e di cui la Scrittura dice di diffidare, all’esatto opposto della nostra vulgata), nacque dal dibattito che seguì un bel clima di comprensione, di amicizia solidale, di accordo sulle grandi prospettive. Ma i seminaristi avevano previsto per il pomeriggio anche un incontro con i loro professori. Me ne avvertirono a cose fatte, quando non c’era più tempo per porre rimedio. Eccomi, allora, condotto dopo pranzo in
una saletta dove sedevano i docenti. Gelo, silenzio. Anzi, dopo le mie prime parole per cercare di dissipare l’imbarazzo, uno di loro mi disse chiaro e tondo che, con me, nulla avevano da dibattere, che l’incontro era inutile per tutti e che quindi evitassimo di perdere tempo. L’accoglienza più scortese che abbia mai subito, al limite della maleducazione. In realtà, essendo di scorza dura e allergico alle ipocrisie, fui grato di quella chiarezza, l’apprezzai ben di più che un’ospitalità formalmente cortese ma in realtà infastidita. Quando seppero di quel brusco congedo, i giovani rimasero male, si scusarono, si mostrarono chiaramente a disagio. Cercai di spiegare loro che, in realtà, quell’accoglienza oggettivamente scortese era una sorta di dono. In effetti, venti, trent’anni prima, quei miei coetanei la pensavano allo stesso modo di adesso e io, già allora, il contrario di loro. Solo che, a quei tempi, erano convinti di avere per sé l’avvenire: dunque, mi guardavano con superiorità e sarcasmo, convinti che, con idee come le mie, mi tagliassi ogni possibilità di contatto con i mitici “giovani”, che combattessi una battaglia di retroguardia, che tentassi di fare il custode di un modo di intendere la fede che il futuro avrebbe reso presto impraticabile. Ma quel futuro era arrivato, era il nostro presente: ed ecco che, proprio i “giovani”, proprio con me volevano confrontarsi e con tale tenacia da affrontare le resistenze degli anziani. Insomma, come dice Franco Cardini, «nella Chiesa, essere all’avanguardia è facile, basta stare tenaci e pazienti sulle posizioni del buon senso, del realismo, della Tradizione, del Magistero. Prima o poi le mode passano, le infatuazioni pure e tu, che eri considerato un ridicolo reazionario, tagliato fuori dalla storia, sei acclamato come il vero “moderno”. Da retroguardia ti promuovono ad avanguardia, anche se tu non hai fatto nulla, ti sei limitato a stare fermo, aspettando, mentre tanti altri si affannavano, si eccitavano, profetizzavano».

Perché rievoco qui questo episodio? Ma perché continuo a inciampare in articoli, in libri, magari in omelie di preti – appunto – della mia generazione che continuano ad usare quella che i francesi chiamano la langue de bais, la lingua di legno. È quella raccolta, cioè, di slogan per una lettura del Vangelo “adulta e aperta al nuovo”. Tra quei capisaldi verbali c’è anche la “profetica” affermazione secondo la quale si è cristiani «solo se ci si schiera dalla parte degli oppressi». Mi è capitato di riascoltare di recente questo classico del linguaggio engagé proprio nella predica in una messa celebrata, ovviamente, da un mio coetaneo, uno che ha fatto il seminario nei primi, cupi anni Settanta, quando il vangelo altro non era che «il manifesto della liberazione». Quella sociale e politica, naturalmente: non quella liberazione dal peccato e dalla colpa che è il cuore stesso del Vangelo e il fine primario della redenzione. Restiamo pure sul piano politico, pur consapevoli che non è che un aspetto secondario, un fal/aut, una conseguenza della liberazione spirituale, quella da cui tutto deriva. Su quel piano, dunque, cerchiamo di riflettere, chiedendoci: «chi è, storicamente, un oppresso?».

La prima definizione che mi viene subito in mente è che l’oppresso è un signore che, se appena ne avrà la possibilità, diventerà con piacere un oppressore. Risposta, me ne rendo conto, pofitically very incorrect. Ma il realismo, si sa, è oggi la cosa più scorretta in circola-zione.

Quel realismo che ricorda, ad esempio, che quando Spartaco, lo schiavo gladiatore, organizzò la rivolta dei suoi simili contro i Romani, ridusse subito in schiavitù e mise al suo servizio quelli che riuscì a prendere prigionieri. L’oppresso che, subito, si fa oppressore. Èancora il realismo che impedisce di dimenticare il caso della Liberia. Repubblica dal nome significativo, scelto per indicare il nobile ideale che portò alla fondazione di quella repubblica. Nella prima metà del XIX secolo, un’associazione di filantropi americani investìgrandi somme per affrancare il maggior numero di schiavi neri e trasportarli in Africa, la terra dalla quale erano stati strappati i loro antenati, ridando loro libertà e radici. A così nobile progetto si unirono altri filantropi, questa volta inglesi, che ottennero dal loro governo la cessione di un territorio sulla costa occidentale africana e dove fu attrezzata la
colonia per accogliere gli ex-schiavi, trasportati dagli Stati Uniti con grandi navi. Giunsero, dunque, i neri liberati; i quali, appena gli americani si furono congedati per tornare in patria, si diedero subito a un’attività che in fondo non hanno smesso neppure oggi: dare la caccia alle tribù indigene per ridurle in schiavitù. Ancora una volta l’oppresso che si fa oppressore. Ma la cosa avvenne, puntualmente, ovunque. Per un esempio tra mille, l’adiacente Sierra Leone, con una capitale che inneggia pure essa, nel nome, alla libertà riconquistata: Freetown. Anche qui, schiavi liberati da americani ed europei che imposero subito il più duro dei servaggi agli altri neri che non possedevano le armi e le nozioni tecniche portate dai luoghi dove erano stati in catene.

Per venire a un caso recente, saltandone una miriade in ogni secolo: tutti ricordiamo la “edificante” guerra indetta dalla Nato, alla fine degli anni Novanta, a difesa dei poveri, innocenti musulmani albanesi perseguitati dai cattivissimi cristiani serbi. Motivazioni commoventi per un intervento sotto il quale stavano, com’è ovvio, ben altre ragioni: a causa del loro appoggio incondizionato a Israele, gli Stati Uniti sono odiati da un miliardo di musulmani. Per cercare di recuperare, se non simpatia, almeno un’avversione meno accesa, gli americani intervengono a favore degli islamici, ovunque sia possibile farlo senza danneggiare gli interessi dello Stato ebraico. Il Kosovo, lontanissimo dalle frontiere di Israele, era ideale per mostrarsi generosi verso i credenti in Allah: ecco dunque gli States organizzare l’intervento, sotto la copertura di quella Nato che è “cosa loro”. Vabbè, veniamo agli esiti di quella azione “umanitaria”: come non era solo prevedibile ma fatale, passando dalla parte dei forti, grazie all’intervento armato “cristiano”, i musulmani da oppressi si sono trasformati in oppressori. Ormai, la condizione degli ortodossi serbi è intollerabile, le loro chiese sono incendiate o saccheggiate, a livello sociale sono ridotti a servi degli albanesi. Tutto regolare, tutto come da consuetudine.

Ma per finirla con gli esempi, ecco l’ultimo in cui mi sia imbattuto e sul quale riflettevo di recente. Riguarda quella Spagna le cui vicende seguo con interesse e con preoccupazione: il governo centrale di Zapatero, con il suo anticlericalismo viscerale, e i governi delle Comunità Autonome, con il loro indipendentismo che tende a farsi secessionismo, stanno ricreando il clima che portò, nel 1936, all’alzamiento franchista e alla guerra civile. Spero di ingannarmi, naturalmente, ma sospetto che il futuro destino spagnolo potrebbe essere simile a quello jugoslavo. Veniamo comunque a quel che qui ci interessa. AI contrario dell’Italia che fu forse, in senso cronologico, la prima nazionalità di Europa e uno degli ultimi Stati unitari, la Spagna fu tra gli Stati più precoci (il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona) ma non riuscì mai a diventare Stato davvero unitario.

All’unificazione si opposero sempre, e oggi più che mai si oppongono, i particolarismi regionali: soprattutto quelli di catalani, valenciani, baschi, galiziani che posseggono non dialetti ma vere e proprie lingue, alle quali non intendono rinunciare ad alcun costo. Ecco dunque legislazioni draconiane come quella della Generafitat, il governo di Barcellona: malgrado la maggioranza dei catalani sia costituita da immigrati da altre regioni (o dal Sud America) e parli il castigliano, tutto, a cominciare dalle scuole – dalle elementari all’università – deve essere in catalano. Chi parlava questa lingua fu oppresso dal regime di Franco; adesso, ancora una volta, gli oppressi si sono fatti oppressori e impongono ad altri una condizione subordinata come fu la loro.

Insomma, per tornare agli inizi. Se davvero, come ci dicono gli anziani preti “impegnati”, si può essere cristiani solo «stando dalla parte degli oppressi», ci avvertano almeno che dobbiamo prepararci a cambiare più volte parte dalla quale stare. Nella storia concreta, che nulla ha a che fare con le utopie demagogiche, non c’è alcuno che non cerchi, se appena gli è possibile, di ridurre gli altri in sudditanza. Spiacevole. Ma, come diceva Renan, «la verità è triste».

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