“De Felice ha ragione, la nazione non e mai nata”

11 agosto 1993 :: Corriere della Sera, di Dario Fertilio

Sarebbe bello ripetere oggi: “Viva l’Italia che non ha paura”. Quando De Gregori cantava questa canzone il terrorismo non era stato ancora debellato, ma almeno, “con gli occhi asciutti nella notte scura”, si poteva capire da dove veniva. Ora, invece, lo ha ammesso Renzo De Felice nell’intervista apparsa ieri sul Corriere, il nemico è un fantasma. Chi ha fatto scoppiare le bombe? Un essere misterioso e senza volto. Non che De Felice dimostri rassegnazione. Tuttavia, quando stabilisce un collegamento tra nuovo terrorismo e disgregazione nazionale, desta inquietudine. Fu il grande trauma dell’8 settembre 1943, con l’armistizio e la fuga del re, a provocare secondo lui la “dissoluzione del Paese in tre giorni”. A parte le minoranze partigiane o repubblichine che rischiarono la pelle (proprio ieri, dallo stesso sindaco leghista di Milano, Marco Formentini, nel corso della commemorazione dei partigiani uccisi a Piazzale Loreto il 10 agosto ’44, è venuta una condanna degli “eccessi” della guerra civile, che vennero commessi “da una parte e dall’altra”) i più, secondo De Felice, rimasero alla finestra, si “dimisero da italiani”. In seguito, a guerra conclusa, non recuperarono più il senso dell’unità nazionale, precipitandosi a votare Dc proprio perché lo scudo crociato non aveva avuto a che fare né con la Resistenza né con la Repubblica di Salò. Risultato: distacco, scollamento, divisione in “popolo cattolico” e “popolo comunista”. Poi, con la caduta del muro e la fine della guerra fredda, ecco l’ultimo atto. L’Italia diventa terra di conquista per chiunque: guerriglieri dell’Est, mafiosi, mercanti di droga e di armi. Ecco spiegati gli anni Novanta, con i bagliori delle bombe. Ma le cose stanno proprio lugubremente così? O siamo di fronte ad una di quelle provocazioni cui De Felice ci ha abituati? Un altro storico che ha molto scritto sullo stato della nazione italiana, Gian Enrico Rusconi, apprezza il punto di partenza ma si proclama “un po’ meno pessimista”. “È vero – riconosce – che l’8 settembre segna la fine di una nazione, e precisamente di una certa idea sfruttata dal fascismo. Si può anche ammettere la successiva divisione fra “popolo comunista” e “bianchi”. Resta però da spiegare perchè mai la Repubblica non sia riuscita a tener saldo il senso della nazione. Non basta prendere atto dei fatti: bisogna anche studiarli per comprenderne la ragioni”. Comunque Rusconi una sua tesi ce l’ha: “La patria la si è messa da parte per inerzia. Nel dopoguerra ci siamo ritrovati uniti nella ricerca del benessere. Caduto quest’ultimo, è rimasto il vuoto”. Da dove viene il moderato ottimismo di Rusconi? “Dall’idea che la nazione possa essere rifondata sul senso civico di appartenenza comune. E dopo decenni di astinenza nazionalistica forse abbiamo le carte in regola per scoprire una nuova identità”. Sui motivi dello spappolamento dello Stato ha idee molto precise lo storico cattolico Vittorio Messori. D’accordo con De Felice sul significato dell’8 settembre, estende il suo giudizio all’intera storia risorgimentale. “Lo Stato sabaudo nato nel 1861 – afferma Messori – finì ingloriosamente perchè non aveva mai superato il suo vizio d’origine. Volle perseguitare l’unico fattore di unità: la religione cattolica. Tentò di sradicarla, rappresentando appena il 3 per cento della gente contro il 97 di cattolici”. Sicchè nel ’48… “Gli italiani votarono compatti per la Chiesa. Poi, di quel capitale di speranza la DC ha fatto l’uso che sappiamo”. Se Messori rovescia la tesi di De Felice, criticando i cattolici per non aver occupato abbastanza la scena politica, lo storico socialista Giuseppe Tamburrano contesta decisamente i capisaldi del ragionamento. “C’è una contraddizione -afferma- nel riconoscere l’importanza della fine della guerra fredda e allo stesso tempo nel far risalire tutti i mali all’8 settembre del ’43. In realtà, rispetto ad allora l’Italia è completamente cambiata. Di protagonisti della guerra civile ne restano ben pochi e le generazioni successive, proprio grazie ai governi DC, hanno di fatto rimosso la Resistenza. Il crollo del muro e la scoperta della corruzione hanno fatto il resto. Insomma, il crollo della nazione è venuto dopo. Il vuoto è conseguenza del crollo del muro e di quello della Dc, che era la diga contro il comunismo…”. Resta da chiarire l’ultimo, fondamentale aspetto della tesi di De Felice: da dove vengono le bombe? Rusconi nega decisamente che possa esistere un rapporto di causa ed effetto tra “fine della nazione” e nuovo terrorismo. Il rischio più forte a suo avviso resta piuttosto la separazione di una parte dell’Italia, la secessione. Messori si affida lapidariamente alle Scritture: “L’abisso invoca altri abissi”. Poi precisa che “chiunque compia attentati mira ad una sola cosa: disfare lo Stato. E quanto più un sistema è un pantano, tanto più una bomba può alzare fango”. Tamburrano non nasconde l’incertezza. “Gli attentati degli anni ’70 portavano una firma, miravano evidentemente a creare panico e desiderio di ordine contro l’avanzare delle sinistre. Ma oggi, questa gente che cosa vuole? Si è detto che combattono i giudici, il nuovo corso politico, il governo Ciampi. Che siamo di fronte ad un’alleanza fra mafia e commercianti di droga, che forse i serbi si considerano in guerra con l’Italia per le basi di Aviano… tutto e il suo contrario. Non è chiaro nemmeno se invochino uno Stato forte o debole. Come si può vedere nella notte nera?”.

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