Conobbe l’amarezza del deserto lottando per l’unità della Chiesa

8 agosto 1978 :: La Stampa, di Vittorio Messori

Ogni sera, dopo la cena frugale e la recita del rosario con i segretari e le suore addette alla Casa Pontificia, Paolo VI entrava nella biblioteca privata. Sulla scrivania, le novità editoriali che, per precisa disposizione, i collaboratori dovevano procurargli spesso prima ancora dell’uscita in libreria. Abituato sin da giovane a non concedere più di cinque ore al sonno, tormentato dall’insonnia negli ultimi anni, il Papa ascoltava nella notte le voci inquietanti che le pagine gli portavano dal mondo, le nuove arrischiate teologie dei professorini delle università tedesche, olandesi, americane; gli attacchi a quella Chiesa, alla sua Chiesa, più virulenti quando portati dall’interno: la saggistica «laica». anche qualche opera importante di narrativa. Dappertutto. i beni della crisi dell’ uomo e del mondo un disperato bisogno di credere che gli sembrava di leggere dietro gli assalti più ostinati.

Dicono vedesse (malgrado l’impegno dei segretari per celargliele, fingendo magari scioperi di giornalisti e di poligrafici) le caricature crudeli di settimanali e quotidiani dopo ogni suo intervento più contestato. Gli accenni al diavolo, il divorzio, i contraccettivi, l’aborto, le dichiarazioni preelettorali, tutto era pretesto di sarcasmo, di disegni impietosi. Chi gli è stato vicino dice che il Papa, pur soffrendone in modo manifesto, non si lamentava di quel trattamento. Qualche volta si limitava a ricordare, parafrasando una frase evangelica. di «avere scelto la parte peggiore » e di non volere che gli fosse tolta. Soltanto ora che è morto abbiamo saputo che spesso, nel cuore di certe notti tormentate dalla malattia ma ancor più dal male del mondo, Paolo VI prendeva la penna scriveva agli intellettuali, agli scrittori più lontani, ai più virulenti, ai militanti contro la Chiesa. Non certo, dice chi ha avuto la sorpresa di quelle lettere autografe, per «protesta» o per minacciare: ma per proporre un incontro personale, per ricordare che la «sua Chiesa prereferiva il dialogo il confronto alla scomunica.

L’incontro quotidiano di Giovanni Battista Montini con i libri e gli scrittori è durato tutta una vita: sin da quando amantissimo degli studi ma di salute malferma non poteva frequentare le aule dell’Arici, il collegio bresciano dei Gesuiti e preparava a casa gli esami, chiuso nella biblioteca dell’avvocata, dell’onorevole Giorgio, il padre, direttore del quotidiano « Il Cittadino », deputato per tre legislature e presidente della Unione Elettorale dei Cattolici.

Con gli intimi, Montini lamentava spesso di essere stato «stanato» dagli studi, dai libri, dall’insegnamento cui avrebbe, voluto dedicarsi. Anzi, la Chiesa che già aveva messo gli occhi sul giovane magro e serissimo che si preparava a farsi prete, lo lasciò soltanto due anni in seminario: fu ordinato nel 1920, a 23 anni, prima che fosse trascorso il periodo normale di preparazione al sacerdozio. Lo stesso anno, bruciando i tempi, già otteneva la laurea in Diritto Canonico della Pontificia Facoltà di Diritto di Milano. Poi, e il 1920 non era ancora finito, subito a Roma, al nuovo Seminario Lombardo dove fu iscritto, contemporaneamente, ai corsi di filosofia alla Gregoriana e all’Università statale, facoltà di Lettere. Ma già nel ’21 mons. Pizzardo, Sostituto della Segreteria di Stato, lo chiamava all’Accademia Ecclesiastica e lo introduceva nel diplomazia vaticana. Nel ’23 era già alla Nunziatura Apostolica di Varsavia.

Per capire Montini, il suo costante amore dei libri, il suo desiderio contrastato di passare in biblioteca le giornate, non è secondario fissarlo nella sua Brescia. Città di provincia per altri aspetti, il capoluogo lombardo ha però il privilegio di capitale dell’editoria teologica italiana. L’avv. Montini non era soltanto direttore (e in parte proprietario) del secondo quotidiano bresciano, in lotta con il più grande La provincia di Brescia del “massone” Zanardelli. Ma presiedeva “La Scuola”, una delle maggiori e più moderne editrici scolastiche e, per legami familiari, sedeva nel consiglio di amministrazione della Morcelliana. Proprio per questa editrice mons. Montini avrebbe poi tradotto e presentato i «Tre riformatori Lutero, Cartesio, Rousseau».

Assistente Nazionale della Fuci dal ’25 al ’32 (e lo scontro, con i Guf, non di rado fu anche fisico) si affrettò a fondare una editrice, la Studium, scrivendo lui stesso i primi tre titoli per la formazione degli universitari cattolici. Tra gli amici di tutta una vita, due scrittori: il «suo» Jacques Maritain (si disse addirittura dell’intenzione di nominare cardinale il filosofo, riprendendo la antica consuetudine dei porporati laici) e Jean Guitton anch’egli filosofo, Accademico di Francia, cui diede il privilegio di una lunga intervista da cui nacquero i «Dialoghi con Paolo VI».

Imbevuto di quella cultura cattolica nata ai margini del rischio (e del tormento) modernista lombardo-veneto, il duecentosessantesimo Papa ha sentito in modo drammatico, speso angosciato, la necessità di legare la Chiesa alla cultura moderna. « AI pari del monachesimo medievale – ha scritto uno storico laico – la Chiesa a apparsa ai suoi occhi come l’erede e la custode di quella stessa cultura da cui si era sino ad allora rigorosamente distinta.

I limiti della pur vivace sintesi maritainiana cui sempre rimase fedele (anche se contro la sua Chiesa, l’ultimo Maritain lanciò l’accusa di essere ormai in ginocchio davanti al mondo), hanno condizionato la riuscita del disegno ambizioso. Anche perché, dai tempi napoleonici forse nessun Papa fu così drammaticamente assorbito dallo sforzo quotidiano di impedire lo sfascio stesso della Chiesa

Forse i tempi durissimi gli hanno impedito di essere quel che avrebbe voluto: un Papa « umanista », nel senso severo del termine; uno stimolatore di energie intellettuali; il capo di una Chiesa « produttrice » di cultura. Assistente della Fuci dovette chiudersi in difensiva davanti all’emorragia di tanti suoi giovani che passavano alle organizzazioni fasciste; Papa, assistette all’esodo in massa dalle istituzioni cattoliche ai gruppi e ai gruppuscoli della sinistra extraparlamentare.

Cosi, questo Papa “straniero”(nel senso del rifiuto del gusto romano per lo spettacolare, il fastoso), questo lettore di Bernanos e di Mazzolari, questo discepolo dello straordinario padre Bevilacqua, più che la Chiesa comunità di cultura, oltre che di fede, ha conosciuto la tormenta, il deserto, l’amarezza della solitudine, anche in questo suo destino drammatico. davvero da intellettuale moderno come era e si sentiva, sta la grandezza di papa Montini.

© La Stampa

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