aprile 2007 :: Il Timone :: Vivaio

Scrivendo qui, un paio di mesi fa, del luciferino attivismo dei radicali alla Pannella, facevo un cenno alla strumentalizzazione dell’incidente di Seveso per accelerare la strada alla legalizzazione dell’aborto. Qualche lettore, troppo giovane per ricordare, mi ha chiesto di esplicitare, di spiegare come andarono le cose.

Questo, dunque, successe: il 10 luglio 1976, alla periferia di quella cittadina della provincia di Milano, ci fu un’esplosione alla Icmesa, una fabbrica chimica di proprietà della multinazionale Hoffman- La Roche. Da un deposito squarciato uscì una nube contenente diossina, una sostanza usata per produrre erbicidi e pesticidi per l’agricoltura. Gli esperti subito si divisero sul grado di tossicità dell’elemento chimico; e sono tuttora divisi. La sola cosa certa è che alcune persone, venute a contatto con la sostanza, contrassero una cloracne: una malattia della pelle che per qualche tempo deturpa il volto ma che è curabile e guaribile. In effetti, dopo molti anni di cause giudiziarie e di inchieste mediche, la multinazionale fu condannata da tribunali indipendenti internazionali a pagare risarcimenti solo per questa affezione.

Pare accertato che la diossina, purché ad alte dosi e dopo una esposizione prolungata, sia cancerogena. Ma infinite consulenze e commissioni mediche non sono giunte a provare in modo sicuro un collegamento tra quella nube tossica e i casi di tumore nella zona lombarda.

Su Seveso, comunque, piombarono come corvi le “frange lunatiche”, attivisti e ideologi di ogni tipo: innanzitutto, i Verdi (allora all’inizio di quelle loro crociate reazionarie che ben conosciamo, malgrado si schierino, chissà perchè, con i sedicenti “progressisti”), i Verdi, dunque, che inveivano contro la nocività dello sviluppo industriale. Accorsero anche gruppi e gruppetti “rossi” – si era in piena stagione del terrorismo e proprio quell’anno, per la prima volta, i voti del Pci si avvicinarono pericolosamente a quelli della Dc – cui non parve vero di gridare contro la dittatura disumana delle multinazionali. Ma arrivarono anche i radicali, in piena campagna per legalizzare l’aborto, che condussero una propaganda terroristica, affermando che le donne incinte di Seveso e dintorni avrebbero partorito orribili mostri. La cinica strumentalizzazione fu tale che il debole governo – l’ennesima ammucchiata tenuta insieme bene o male da qualche democristiano – derogò alla legge che ancora lo impediva e, in nome della emergenza, autorizzò l’aborto per le future madri che l’avessero voluto.

Trentatre povere donne presero sul serio gli annunci catastrofici di Pannella e soci e, così, trentatre vite furono stroncate nella clinica ginecologica milanese del professor Candiani. Il quale, anni dopo, mentre parlava dal palco di un convegno, al nome “Seveso” ebbe un crollo di nervi e scoppiò in lacrime, rivelando che si era trattato di una vera e propria “strage degli innocenti”: nessun feto presentava malformazioni, quelle vite erano state soppresse come sacrificio umano sull’altare della ideologia radicale. Per fortuna, altre gestanti seppero resistere, coraggiosamente, alle pressioni dei politicanti settari e dei sedicenti “esperti”, anche medici, e rifiutarono la pelosa “carità” dell’aborto. Partorirono, tutte, creature sane, ragazzi e ragazze che oggi hanno compiuto da poco i trent’anni e vivono normalmente, scampati all’eliminazione grazie alla forza morale delle loro madri.

Naturalmente, i commandos pannelliani – fiancheggiati, peraltro, da ogni genere di sinistre – riuscirono a mettere la sordina al fatto che quelle interruzioni di gravidanza erano state inutili, anzi criminose. Non c’è soltanto la testimonianza del ginecologo che procedette alla strage, c’è anche la risultanza della Commissione parlamentare d’inchiesta che con due documenti, nel 1977 e nel 1978, confermò che nessuno dei feti abortiti presentava malformazioni. La strumentalizzazione sulla nube di Seveso continuò come se niente fosse e servì per arrivare alla legge 194 approvata il 29 maggio del 1978. Anche allora, si usò come clava un altro evento drammatico: venti giorni prima era stato ritrovato il cadavere di Aldo Moro, si proclamò che la situazione politica del Paese era talmente grave che non era ammissibile una tensione ulteriore con un voto del Parlamento contrario alla IVG, come veniva chiamato l’aborto in lingua “politicamente corretta”, mentre il feto era diventato un leggiadro “zigote”.

La legge, dunque, passò, portando la firma – in nome della “ragion di Stato” – di tre cattolici espliciti e praticanti e come tali scelti dagli elettori delle parrocchie: il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, il Presidente del consiglio Giulio Andreotti e il ministro della sanità, una donna della quale non ricordo il nome. Ma forse è meglio così.

Catastrofismo verde

A proposito di quei Verdi che, nell’episodio di Seveso, ebbero la loro parte importante nel drammatizzare in modo abnorme, isterico (si giunse a chiedere, in via precauzionale, un apocalittico sgombero di Milano!). Si sa che anche nel mondo cristiano è penetrato l’ambientalismo, spesso più ideologico che realista. Per stare ai cattolici: è singolare che tra i più pronti a prendere sul serio il catastrofismo ecologico siano proprio quelli che non cessano di esaltare papa Giovanni perchè, nel discorso inaugurale del Vaticano II, denunciò i “profeti di sventura”. Ottimismo ad oltranza quando si tratta di fede e di morale, pessimismo radicale quando si tratta di natura?

Proprio di lugubri profeti ecologici – talvolta in buona fede, talvolta no: il verdismo è un partito politico come gli altri, con i suoi schemi ideologici, i suoi interessi non sempre puliti – si è occupato di recente l’arcivescovo di Sidney nonché Primate d’Australia e incaricato di organizzare la Giornata Mondiale della Gioventù nel 2008. In un articolo pubblicato sulla prima pagina del maggior quotidiano dell’Australia, monsignor George Pell ha giustamente ironizzato, basandosi su una constatazione empirica: nell’emisfero Sud è, ovviamente, estate quando in quello Nord è inverno. Ebbene, gli ambientalisti del Nord denunciano in questi mesi, con toni drammatici, che l’inverno non ha portato freddo e neve mentre, contemporaneamente, i loro compagni del Sud strillano che questa estate è stata troppo piovosa e fresca. Dunque, osserva il cardinale, occorre che si mettano d’accordo: si va verso il riscaldamento o verso il raffreddamento? Inoltre, tutte le rilevazioni non solo satellitari ma anche dirette, tramite sopralluoghi scientifici – e gli australiani sono in questo assai attivi – mostrano che il gelo al polo antartico è in aumento da anni, così come la copertura di ghiacci. È mai possibile che avvenga il contrario al polo artico, per il quale si fantastica di enormi iceberg che si sarebbero staccati e starebbero fondendo? Monsignor
Pell non ha esitato a parlare di «climaterroristi, la cui isteria è pericolosamente vicina alla superstizione». E ha ricordato che non si tratta solo di folklore di propagandisti o di visionari: prendendo sul serio questi inattendibili “profeti di sventura”, dando per buone le loro denuncie sui guasti prodotti dal progresso umano, i governi stanno approvando misure che mettono a rischio lo sviluppo e finiranno col danneggiare tutti, specialmente, come al solito, proprio le economie più deboli.

Insomma, ancora una volta si constata che – smentendo anche qui tutte le previsioni – tocca ai cristiani difendere la ragione, mentre il mondo creato dal razionalismo è finito (lo prevedeva già Pio IX nel suo profetico Sillabo) nella superstizione, seppur travestita da scienza.

Ma, tanto per aggiungere una ciliegina: tra chi brinda ai catastrofisti verdi ci sono le grandi compagnie di assicurazioni, i colossi mondiali che tutelano contro i rischi dei disastri naturali come terremoti, alluvioni, uragani, eruzioni vulcaniche.

Tutti questi eventi sono da anni in diminuzione, il 2006 ha visto un calo record in danni e vittime. Dunque, ancora una volta il contrario esatto di quanto affermato dal radicalismo ambientalista con, però, una prelibata ricaduta economica positiva per le grandi Compagnie.

L’allarmismo, infatti, sulle conseguenze disastrose del presunto “riscaldamento globale” spinge privati, enti, governi ad assicurarsi sempre più e sempre meglio. Inoltre, le tariffe aumentano, visto che – basandosi sui falsi dati “verdi” – le Società affermano che per esse il rischio aumenta di continuo per i cambi climatici. Alla fine, bilanci trionfali: ma solo per gli azionisti delle grandi assicurazioni. Anche qui, una domanda: ma i verdi non erano quelli che si schierano, come in Italia, accanto ai “rifondaroli” del comunismo, inveendo contro i guasti, le ingiustizie, i rapaci arricchimenti dei capitalisti, soprattutto banchieri e assicuratori?

Esperti?

Comunque vada, e di qualunque cosa si tratti, diffidare degli “esperti”. Trovo un elenco istruttivo di previsioni degli specialisti, anche i maggiori. Albert Einstein, nel 1932: «Per noi fisici, niente autorizza a pensare che si possa estrarre energia da quella che chiamano fissione nucleare». Ferdinand Foch, Maresciallo di Francia, Comandante Supremo delle truppe alleate contro la Germania, nel 1910: «Gli aeroplani sono giocattoli interessanti, magari divertenti ma non presentano un valore militare ». La Banca del Michigan, rifiutando ad Henry Ford un prestito per costruire la sua prima fabbrica, nel 1902: «Il cavallo è qui per restare, l’automobile è soltanto un capriccio passeggero ». Kenneth Olsen, presidente della Digital Equipement, la maggiore compagnia americana di attrezzature per ufficio, nel 1977: «Non vedo, purtroppo, alcuna ragione per cui un privato dovrebbe tenersi un computer in casa». Lord William Th. Kelvin, il maggiore fisico inglese del XIX secolo, nel 1897: «La radio?
Un aggeggio senza futuro». Derris F. Zanuck, Presidente della 20th Century Fox nel 1946: «Macchè televisione! Basteranno sei mesi e chiunque si stuferà di stare tutte le sere avanti a una scatola di compensato per vedere delle ombre». William Orton, direttore della Western Union, nel 1899: «Mi rifiuto di spendere anche un solo dollaro per comprare brevetti di questo giocattolo elettrico che chiamano telefono».

Guardate che la perspicacia e il senso profetico dei “conoscitori” sono gli stessi anche quando sentenziano in materia religiosa. Sono abbastanza vecchio per ricordare gli anni Settanta, allorché quelli “che se ne intendono” davano per scontato un declino ineluttabile, e poi la scomparsa, di ogni fede.

Del cristianesimo, certo; ma soprattutto dell’islamismo, considerato ormai “periferico”, “marginale” davanti all’avanzata del modello occidentale.

Bombardamenti… mirati

Visto che accennavo sopra anche a industrie e fabbriche. Tra i miei appunti ne trovo uno tratto dalla lettura delle memorie del Maresciallo russo Georgij Zukov, comandante supremo delle forze sovietiche, il conquistatore di Berlino. Dopo la resa della Germania, Zukov si incontrò con il suo omologo alleato, il Comandante supremo americano Eisenhower. Questi aveva installato il suo ingombrante quartier generale a Francoforte sul Meno, approfittando del fatto che, tra i pochissimi edifici restati indenni, c’erano quelli, giganteschi, della Farbenindustrie, cioè la maggior industria chimica tedesca, un’impresa che aveva avuto parte decisiva nel sorreggere lo sforzo militare nazista. In una Francoforte quasi completamente distrutta, quegli uffici ed officine erano intatti e potevano dunque ospitare in modo confortevole il comando militare americano. Scrive Zukov: «Faceva uno strano effetto vedere la cittadella industriale non scalfita dalle bombe in mezzo a un mare di rovine di innocui palazzi privati. Ma poi, viaggiando per la Germania, scopersi che, ovunque, le installazioni della Farbenindustrie erano intatte. Era evidente che il comando alleato aveva ricevuto ordini precisi di non bombardarle. In effetti, sapemmo più tardi che esistevano legami stretti tra quella azienda e la finanza e l’industria anglosassoni».

Giustificato, dunque il commento di Zukov che, sovietico o no, parlava qui da militare e da uomo di buon senso: «Rimasi scandalizzato, dopo tanti morti e tanta sofferenza per piegare la Germania, nel constatare che ci si era premurati di non distruggere un apparato industriale senza il quale il nazismo avrebbe dovuto arrendersi ben prima. Munizioni, benzina sintetica, propellenti per i razzi V2, prodotti chimici di ogni tipo a servizio della guerra venivano dalla gigantesca Farbenindustrie, dichiarata però intoccabile per proteggere il capitale dei padroni, che stavano nel campo alleato».

Se cito le memorie del maresciallo russo è, forse, per un ricordo personale.

Anche a Torino, nell’immediato dopoguerra, era motivo di stupore constatare come, tra tante tonnellate di bombe scaricate sulla città, neanche una avesse colpito la più grande fabbrica italiana. Quella, tra l’altro, che più lavorava per la guerra. Parlo, ovviamente, della Fiat Mirafiori il cui progetto, presentato nel 1938, fu osteggiato da Mussolini e dai suoi generali che – prevedendo imminente un conflitto dove il bombardamento avrebbe avuto parte decisiva – non volevano che una produzione essenziale fosse concentrata in un unico, immenso stabilimento. Dicono che alle obiezioni del dittatore, il vecchio senatore Agnelli abbia replicato: «Duce, non preoccupatevi, so quel faccio!». Doveva saperlo davvero, visto che nessun bombardiere inglese o americano si fermò sopra Mirafiori e ben poche bombe, e su settori marginali, caddero sull’altro grande impianto torinese della Fiat, il Lingotto. Tanto che, ancora nel febbraio del 1945 la produzione di autoveicoli – tutti destinati ai tedeschi che occupavano il Nord Italia – era più del doppio di quanto non fosse all’inizio della guerra, malgrado la difficoltà di reperire materie prime e malgrado i sabotaggi (anche se questi fanno parte, pare, più che altro, della leggenda resistenziale forgiata dopo dai comunisti). Ambienti e attrezzature dei reparti Fiat erano in massima parte illesi. Un miracolo? Beh, non è il caso di scomodare il Cielo. Bastano, a volte, spiegazioni assai più terrene, come – ad esempio – l’affiliazione massonica di buona parte del gruppo dirigente della Fiat o la parte notevole del capitale della società detenuto da operatori della borsa di Londra.

Juden raus! Antisemiti rossi

Ancora a proposito di storia che, troppo spesso, non è affatto come credono i fiduciosi. Non so se sia stato tradotto in italiano un libro uscito in Germania alcuni anni fa dal titolo Die Deutschland –Akte e scritto da un docente di storia dell’università di Monaco, Michael Wolffsohn. Tradotto o no, non ha avuto alcuna eco da noi, malgrado contenga rivelazioni davvero importanti. Il racconto inizia a Colonia, la notte di Natale del 1959, quando le mura della sinagoga appena ricostruita e inaugurata proprio il giorno prima vengono imbrattate da grandi svastiche nere e dalla scritta: «Juden raus!», fuori gli ebrei. È la prima di una serie di manifestazioni antisemite che dilagheranno in tutta la Germania occidentale, inceppando pericolosamente la faticosa ricostruzione anche morale del Paese uscito dal nazismo. Lo sdegno coinvolge il mondo intero, ad Ovest come ad Est, i politici di Bonn sono costernati, a cominciare da Adenauer, che si spinge a chiedere via radio scuse al mondo intero e promette ricerche e pene esemplari per gli antisemiti. Nella Berlino comunista si grida più che mai allo scandalo e gli intellettuali del regime firmano un appello dove si sostiene che questa è la prova che la Germania capitalista non ha perso i suoi vizi nazisti.

Ma le manifestazioni di odio razziale si susseguono, negli anni, in uno stillicidio implacabile: cimiteri ebraici profanati, bottiglie incendiarie contro istituzioni ebraiche, lettere anonime con messaggi di morte inviate a cittadini tedeschi di origine ebraica. Ogni volta, in mezzo mondo, proteste indignate, cortei, rimproveri al governo di Bonn che non sa più che fare, visto che né polizia né servizi segreti riescono a trovare i colpevoli. Per scovarli, bisognerà aspettare la caduta del Muro, con l’apertura agli storici degli archivi della Staat Sichereit Informationen, conosciuta come STASI: il servizio e la polizia segreti comunisti, che erano giunti ad assoldare un tedesco orientale su cinque. Il professor Wolffsohn ha trovato e studiato il dossier completo: la quasi totalità delle “manifestazioni antisemite” nella Germania Occidentale, a partire da quel 1959 a Colonia di cui parlavamo, sono state organizzate ed eseguite da agenti comunisti per destabilizzare il sistema tedesco-occidentale. Insomma: più passa il tempo e più conosco il mondo, più mi rallegro di non avere mai firmato alcun appello o manifesto, magari indignato, e di non essere mai sfilato in alcun corteo, reggendo cartelli con scritte di protesta o gridando in un megafono il mio sdegno.

© Il Timone