aprile 2004 :: Il Timone :: Vivaio

Ritorno, almeno per questa puntata, all’abitudine coltivata già ai tempi del vecchio “Vivaio”, quello che pubblicavo su Avvenire. Abitudine che, lo so per esperienza, non riusciva sgradita ai lettori: pescare, cioè, nelle cartelle dove raccolgo ogni genere di appunti, fotocopie, note di letture. Una raccolta che continua a crescere e che, dunque, ogni tanto ha bisogno di essere un po’ sfoltita.

Ecco, allora, una citazione che presi dal “manifesto” con cui, nel 1903, Benedetto Croce presentava il suo bimestrale, La Critica, che uscì puntualmente per ben 41 anni, sino al 1944, e che neppure i fascisti osarono sopprimere, per il prestigio del filosofo (che, pure, non era neanche laureato) e per timore delle reazioni internazionali: «Niente è piùcontrario al sano svolgimento degli studi di quel malinteso senso di tolleranza (che è, in fondo, indifferenza e scetticismo) per il quale, da molti, si fa spazio nelle proprie riviste a concetti diversi e discordanti; e, pur s’abbiano articoli in abbondanza e firme di scrittori noti e simpatici, non si pensa al fine ultimo, alla traccia che bisogna proporsi di lasciare nelle menti dei lettori». Vien da osservare che anche certa stampa cosiddetta “cattolica” di oggi dovrebbe ricordarsi di questo avvertimento dell’agnostico (o, secondo alcuni, addirittura ateo) Croce: un “malinteso senso di tolleranza” che fa sì che certi giornali, o televisioni, fatti da credenti per credenti siano in realtà centoni, zibaldoni, antologie di pareri discordanti. E se quei pareri vengono da non cattolici, da non cristiani, da non credenti, tanto meglio: non dobbiamo forse dialogare con tutti? Il fatto è che non c’è dialogo se ciascuno degli interlocutori non ha chiare le sue idee, se non sottopone al dibattito le sue convinzioni, se non abbandona le sue reverenze, inchini, salamelecchi perché così praticherebbe il “rispetto per tutti”. La mancanza di rispetto, invece, passa proprio da questo abbandono della propria identità. Un abbandono che, a ben pensarci, defrauda l’altro, al quale non è proposta una prospettiva che potrebbe arricchirlo. Il solito discorso, insomma, del sale che diventa insipido e che, a quel punto, non serve più a nessuno. Ed è singolare che a ricordarlo ai cattolici sia proprio un Croce, del quale non deve ingannare il sin troppo famoso articolo “perché non possiamo non dirci cristiani” che commuove gli ingenui ma non i lettori attenti, che vi scorgono il più rigoroso dei laicismi, sotto i riconoscimenti dell’importanza che, nella storia, ebbe la figura di Gesù.

Questo giornale non corre certo il rischio denunciato da don Benedetto. C’è però per noi (lo dico sorridendo ma, al contempo, serio) un altro rischio, quello che minaccia “l’apologeta”. Lo ricorda Kierkegaard con un apologo. Racconta, dunque, il grande Danese di quel dotto professore che, dopo molti anni di ricerche e di riflessioni, arrivò a una conclusione che giudicò irrefragabile: non solo Dio esiste, ma in Gesù Cristo si è rivelato e quella presenza divina continua nella storia attraverso la Chiesa. Un giorno, quel sapiente incappò in una malattia che lo condusse in punto di morte. Decise allora che era tempo di prepararsi al Grande Passo con una confessione generale, l’eucaristia, l’estrema unzione (come allora si chiamava). Ma qualche cosa lo frenava, non riuscendo a ricostruire alcuni passaggi del ragionamento che lo aveva indotto ad accettare la fede. Diede allora ordine ai familiari di cercargli il grosso quaderno in cui aveva segnato, in buon ordine, tutte le sue riflessioni. Ma, pur mettendo a soqquadro la casa, non si riuscì a trovare quelle pagine. Così, il professore morì disperato: senza quegli appunti, con la loro logica stringente, non riuscì a rifare tutto il ragionamento che lo aveva portato alla fede e, dunque, non riuscendo a convincersi interamente della verità cristiana, non poté concedersi i sacramenti. Che conclusioni trarne? Ciascuno potrebbe trovare le sue. Quanto a me, la storiella kierkegaardiana ricorda la logica dell’et-et: le “ragioni della ragione”, certo, ma accanto a loro, le “ragioni del cuore”. L’uomo è complesso e l’atto di fede investe tutto di lui: credere non riguarda solo la mente (che pure è prezioso dono divino) ma ogni altra facoltà.

Per questo sono così a rischio coloro che, con termine significativo, chiamano intellettuali”: l’intelletto, da solo, non basta; anzi, se è lasciato a se stesso, porta alla disumanità. Magari colta, coltissima, e giusto per questo così pericolosa.

Il mio computer (come tutti ma, purtroppo, di più che altri, visto che l’indirizzo va sui giornali) è bersagliato quotidianamente da chi cerca di iniettargli dei virus. I quali, qualche volta, superano le barriere, creandomi grosse difficoltà nel lavoro. Secondo una teoria maliziosa, molti di quei virus sono creati e messi in circolazione dalle stesse aziende elettroniche che propongono per la vendita i programmi di difesa, invitando a pagare di continuo supplementi per gli aggiornamenti. C’è poi una quota di virus, come dire?, “ideologici”, creati per danneggiare ed ostacolare coloro verso i quali si nutrono ostilità, rancori, sentimenti di vendetta. Sono certo (lo vedo anche dal contenuto dei messaggi) che molto di ciò che prende di mira il mio computer appartiene a questa categoria. Quando ci si espone in pubblico, non si può piacere a tutti e bisogna accettare, oltre agli onori, anche gli oneri. Dunque, non mi lamento più di tanto. Tutto questo riconosciuto, resta pur sempre una quota abbondante di programmi “malefici” messi in rete per il solo gusto di danneggiare il prossimo, di infliggergli noie, spese, perdite di tempo e di serenità. Ecco, dunque, che pure l’elettronica dà l’ennesima conferma della superficialità illuministica: può fare il male solo chi sia preda dell’ignoranza, della miseria, dell’oppressione. Date, a tutti, istruzione, benessere, libertà e tutti saranno fraterni e benefici per tutti. Questi anonimi creatori di virus sono non solo istruiti, non solo vivono nel liberissimo Occidente, ma sono anche intelligenti e abili: mi dicono gli esperti che molti dei programmi che creano sono piccoli capolavori, per i quali occorrono ingegno, esperienza, tempo, fatica. Tutto questo a servizio del vandalismo “gratuito”, del puro desiderio di indispettire, di colpire persone a loro sconosciute. Siamo ben lontani, ancora una volta, dalle teorie alla Rousseau che tanti si ostinano ancora a prendere sul serio malgrado le dure, continue smentite. E come la prospettiva cristiana del “peccato originale”, con le sue conseguenze nefaste, appare sempre più realistica!

Giusto a proposito: ho qui un ritaglio di giornale, un’intervista a un passato ministro della sanità, un’illuminista confesso e orgoglioso di esserlo come il celebre oncologo Umberto Veronesi. Rivela costui che, stando ai dati del ministero che allora dirigeva, almeno la metà degli studenti ha o ha avuto a che fare con qualche droga, leggera o pesante che sia. Quale la ricetta del medico-politico per fronteggiare una simile situazione? Ma, naturalmente, è ovvio: “più istruzione”, “corsi”, “dibattiti”, “campagne di informazione”, “conferenze”. Il solito rosario impotente, insomma, del conformista “illuminato”. Stavolta, però, all’impotenza si aggiunge il grottesco, visto che è lo stesso Veronesi ad ammettere che, stando alla stessa inchiesta, una proporzione quasi equivalente dei docenti ha o avuto a che fare con le droghe. Ammesso – e, ovviamente, non concesso – che l’accanimento pedagogico («occorre l’impegno della scuola!») sia una soluzione per questo come per altri problemi sociali, ci affideremo a questo genere di pedagoghi? Chi farà i mitici “corsi” per convincere i giovani a lasciar perdere gli stupefacenti?

Assistendo alla proiezione di The Passion of the Christ di Mel Gibson, mi sono accorto che pensavo spesso a Clodoveo, il barbaro re dei Franchi che, convertendosi al cattolicesimo (correva il V secolo) determinò per sempre il destino delle Gallie.

Che c’entra quel fondatore della dinastia dei Merovingi con il film del regista ed attore americano? C’entra, c’entra. In effetti, tutte le volte che gli leggevano i racconti evangelici della Passione, Clodoveo stringeva i pugni, digrignava i denti e gridava: «Ah!, perché quel giorno non ero io là, a Gerusalemme, con la mia cavalleria?». Ci fosse stato, diceva, avrebbe sbaragliato romani e giudei e strappato Gesù dalle loro grinfie. Ma sì, vedendo al cinema sgranarsi per due ore il martirio del Cristo, in un crescendo di violenza e di sadismo, viene davvero voglia di intervenire per farlo cessare: e non con le parole, che a nulla servirebbero, ma con le armi. Io stesso, lo dicevo, ho avvertito istintivamente una simile reazione.
Naturalmente, una reazione non solo assurda ma, in fondo, blasfema. Proprio all’inizio, al momento della cattura, davanti alla reazione violenta di Pietro, Gesù gli ricorda: «Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come, allora, si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?» (Mt 26,53s.).

Me la ricordo bene la mobilitazione del solito milieu di clericali “impegnati” e “aperti” contro la Chiesa gerarchica e l’Ordine Salesiano per le misure adottate nei confronti di don Jean Bertrand Aristide. Era la fine degli Ottanta e non si misurarono le indignazioni, spesso gli insulti, contro i vescovi e i superiori della famiglia di don Bosco, colpevoli di non essere entusiasti di questo “difensore dei poveri”, di questo “esponente prestigioso della teologia della liberazione”, di questo “prete poverissimo, ricco solo del suo coraggio per difendere gli oppressi e i perseguitati”.

Una quindicina d’anni dopo, ecco proprio il popolo di Haiti cacciare esasperato questo ex-salesiano, sposato, ingrassato, carico di denaro dalla provenienza sospetta, passato ai culti indigeni più superstiziosi e (scandalo forse ancora peggiore per gli ultimi nostalgici del catto-comunismo) sorretto dagli Stati Uniti che lo avevano anzi reinsediato al potere con la forza. Dicono che i tiranni che lo hanno preceduto – e contro i quali combatteva a mani nude, stando agli apologeti – abbiano fatto meno disastri e meno assassini politici di lui, “teologo della liberazione” che voleva insegnare alla disprezzata Chiesa ufficiale quale sia il significato vero del vangelo. Ora è scappato, inseguito dalle maledizioni dei poveri haitiani e da una scia di sangue, lasciando i miserabili ancor più disperati. Non scappano, invece, fanno finta di nulla, anzi stanno già coltivando nuovi miti illusori i clericali di Europa ed America che lo acclamarono come «la speranza dei diseredati», come «il messaggero di un nuovo futuro».

L’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede mi telefona dicendomi che gli farebbe piacere conoscermi e confrontare le nostre opinioni. Fa piacere anche a me e, dunque, approfitto di una puntata a Roma per rispondere all’invito. L’autista mi deposita all’inizio di una via secondaria ai Parioli. Bisogna proseguire a piedi perché la strada è sbarrata da grosse catene ed è presidiata da poliziotti italiani dentro garitte corazzate. Superato questo primo ostacolo, ci si trova davanti all’ingresso della palazzina: ma non è un normale portone, è una lastra di acciaio. Un agente israeliano, sgusciato fuori dopo che si è controllato (attraverso un citofono) che il tuo nome risulta nell’elenco delle visite del giorno, procede all’esame dei documenti, comunicando i dati dentro una radio portatile. Quando la lastra di acciaio si schiude, si accede a un locale sbarrato verso l’interno da un’altra porta corazzata. Qui, si è perquisiti e la borsa che si ha con sé è passata accuratamente al setaccio: la penna è smontata, un pacchetto di sigarette ancora chiuso viene valutato (se è pesante, dentro non c’è tabacco) e si esamina che la confezione in plastica trasparente non sia stata manomessa. All’attenzione non sfugge il contenuto degli oggetti per la toilette, dal dentifricio allo spray con il sapone da barba: sono proprio le bombolette a subire l’analisi più scrupolosa. Quando anche la seconda paratia corazzata si apre, eccomi in una piccola sala d’aspetto: ma i due robusti giovanotti che siedono su un divano e ti scrutano, non hanno certo l’aria di visitatori né di turisti capitati lì per caso. Sotto le giacche, mi pare di scorgere un rigonfio significativo. Finalmente, l’incontro con l’ambasciatore che, persona affabile, mentre ordina per te un caffè alla segretaria, si scusa per la trafila.

Non solo scuso ma compatisco (nel senso etimologico) e rifletto, ancora una volta, sul mistero di un popolo che, uscito dopo tanti secoli dai ghetti dove altri l’avevano rinchiuso, è stato costretto a costruirsene altri, di ghetti, e con le sue stesse mani. Che altro è questa via romana preclusa a tutti, che cos’è questo edificio impenetrabile se non per ebrei e per chi da loro è stato invitato? E, soprattutto, che altro è – se non il segno drammatico di un gigantesco ghetto, il più grande del mondo e della storia – il muro lungo centinaia di chilometri dietro il quale si è rinchiusa l’intera repubblica di Israele? C’è qui, ancora una volta, un enigma di cui un cristiano intravede i contorni, un enigma che va al di là della storia “positiva” e raggiunge la dimensione metafisica. Il laico, soprattutto se politically correct, ancora una volta non può far altro che chiedere i soliti “corsi” per esorcizzare il mistero di Israele e così, come dicono, «combattere l’antisemitismo».

Un appunto che prendo da un libro di storia non manipolata e, dunque, non conformista: il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato creato da Mussolini emise, in tutta la sua attività, cinque condanne a morte per antifascismo. Nello stesso periodo, furono 55 gli antifascisti italiani rifugiatisi in Urss che furono fatti fucilare da Stalin: e si parla solo di condanne ufficiali, non delle decine se non centinaia di esecuzioni senza processo di nostri connazionali, con un colpo alla testa nelle cantine della Lubianka. Insomma, gli antifascisti italiani uccisi dai fascisti furono molto, ma molto di meno degli antifascisti uccisi dai
comunisti. E non solo nella Russia di Stalin ma anche in Italia: solo da poco si è cominciato a parlare delle stragi di partigiani non comunisti massacrati dai “rossi” solo per eliminare avversari politici.

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