Anticristo e resurrezione: polemica sui “misteri” di Quinzio

23 febbraio 1995 :: Corriere della Sera

L’intervista a Sergio Quinzio, apparsa sul Corriere di martedì a proposito del suo nuovo libro Mysterium Iniquitatis che sta per uscire da Adelphi, ha provocato una serie di commenti. E un intervento di Maurizio Blondet, autore del pamphlet Gli Adelphi della discordia (n.d.r. Gli Adelphi della dissoluzione), in cui vengono ripetute le accuse di complotto anticristiano già rivolte alla casa editrice. Di diverso tenore il dibattito che l’intervista ha aperto fra intellettuali cattolici, a cominciare dai giudizi apparsi sull’Avvenire. Il libro di Quinzio consiste in due immaginarie encicliche di un futuro papa Pietro II: nella prima, eleva a dogma la resurrezione dei morti, nella seconda dichiara il fallimento della Chiesa, colpevole di essersi allontanata dalle Scritture per adeguarsi al mondo moderno. Per Vittorio Messori, “il grido di allarme di Quinzio è giustificato”. “È vero”, dice, “che la Chiesa ha subito un processo di eccessiva spiritualizzazione. Voglio dire che ci salveremo tutti interi, non solo l’anima. Ma l’annuncio di questo scandalo (la paolina “follia”) non mi sembra più praticato oggi nella Chiesa”. Anche Domenico Del Rio è sostanzialmente d’accordo con Quinzio perché “contrasta l’andazzo laicista che vorrebbe il Cristianesimo ridotto a etica”. Molto critico, invece, Gianni Baget Bozzo, per il quale “Quinzio interpreta il Cristianesimo in modo giudaico e islamico”. Per lui, ha dichiarato, “l’unica cosa che importa è la pura escatologia: nemmeno la vita eterna e la salvezza dalla morte. Secondo lui, la Chiesa ha fallito perché non dice che il mondo finirà: come se fossimo i testimoni di Geova”. Critico anche Cesare Cavalleri, che mette Quinzio fra “coloro per i quali è meglio che la città terrena si dissolva al più presto così da far spazio alla venuta dell’Anticristo”. Infine, Cesare Cardia, docente di diritto ecclesiastico a Pisa, dissente: “Non sono d’accordo con lui sul fallimento storico del Cristianesimo. Per me, anzi, proprio dal punto di vista storico il Vangelo è stato il maggior fattore di sviluppo dell’umanità”. Pubblichiamo qui a fianco una breve replica di Quinzio.

La replica di Sergio Quinzio

Replicare ai recensori di un proprio libro non è di buon gusto. Ma un’altra cosa è rispondere a interventi che precedono la lettura del libro. Il quotidiano cattolico Avvenire ha pubblicato ieri un’intera pagina di opinioni pro o contro il mio ultimo libretto adelphiano -Mysterium Iniquitatis- che sarà in libreria solo il primo marzo. Gli interventi riprendono un’ampia intervista che, sul tema, mi aveva dedicato due giorni prima il Corriere. Spero che giudici, benevoli e meno benevoli, possano trarre dalla lettura del libro qualche motivo che li induca a una considerazione -favorevole o meno che sia- più approfondita dei contenuti. Grazie, comunque, dell’attenzione che mi è già stata finora dedicata, e grazie anzitutto, naturalmente, a Vittorio Messori e a Domenico Del Rio che si sono detti sostanzialmente vicini alle mie intenzioni e preoccupazioni. Quanto ai tre oppositori, cominciare i dall’ultimo, Carlo Cardia, che è un professore di diritto di estrazione “laica”. È anche, fra i tre, il più ben disposto nei miei confronti; il che, ammetto, potrebbe essere una riprova di un cattolicesimo che farebbe di me- a detta di Cesare Cavalleri, ma finora almeno non dell’autorità ecclesiastica- un “cattolico soggettivo” (e cioè che si illude soltanto di essere tale). Cardia, se il Cristianesimo e la Chiesa sono e devono essere quello che pensa lui – legati cioè soprattutto all’impegno storico, etico, sociale, e molto meno solleciti delle supreme verità “teologiche” – ha ragione. Ma appunto, bisognerebbe allora discutere se il Cristianesimo, così come si è realizzato in venti secoli, abbia davvero portato nella storia quegli straordinari frutti di salvezza che le origini cristiane avevano annunciato come liberazione dal male e dalla morte. Le osservazioni di cui non riesco invece a vedere il rapporto con quanto ho scritto sono quelle del mio vecchio amico Baget Bozzo. Che io “interpreti il Cristianesimo in modo giudaico o islamico” mi pare la cosa più inverosimile che si potesse dire: bastano, a dimostrarlo, i miei libri, strettamente legati, fin dal titolo, all’unicità del mistero della Croce: come La fede sepolta, La Croce e il nulla, La sconfitta di Dio, e quest’ultimo, che ha per titolo una citazione da San Paolo, Mysterium Iniquitatis. Invito Baget Bozzo, se non ha niente di meglio da fare, a dire dove io ho negato “l’anima, la grazia, la virtù”, dichiarato falsi “i sacramenti, la Chiesa”, “ignorato lo Spirito Santo”, per sostenere invece che l’unica cosa che conta sarebbe esclusivamente la fisicità dell’evento della resurrezione della carne. Baget Bozzo sa bene che io ho sempre legato la speranza della resurrezione al pudore, alla pietà, alla tenerezza, al rimpianto per la mia giovanissima sposa da tanti anni perduta.

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