Addio chierici traditori

25 novembre 1992 :: Corriere della Sera, di Michele Brambilla

Sarà uno choc, domenica, per i lettori di Avvenire. Vittorio Messori, uno degli scrittori più amati dal mondo cattolico, annuncerà la fine della sua rubrica Vivaio, iniziata nel maggio dell’87. E lo choc sarà ancora più grande quando i lettori conosceranno le motivazioni: oltre che per l’accumulo di impegni, Messori sospende la collaborazione con il quotidiano dei vescovi (la proprietà di Avvenire è saldamente nelle mani della CEI) anche perchè è stanco delle frecciate e delle bacchettate sulle dita che gli vengono in continuazione proprio da una certa intellighenzia clericale di quella Chiesa che lui si sforza, da anni, di difendere. Facciamo un passo indietro. Dopo aver pubblicato volumi di straordinario successo su Gesù e sulla fede, Messori ha cominciato a occuparsi della storia della Chiesa. Lui, ex laicissimo pupillo di Bobbio e Galante Garrone, laureato in storia del Risorgimento a Torino, non si è vergognato di assumersi un ruolo certamente non più di moda: quello dell’apologeta. Cioè di colui che “difende” la fede e la Chiesa. E nato così Vivaio: prima per due volte la settimana, poi per tre, infine alla sola domenica: su Avvenire sono comparsi, per oltre cinque anni, 557 articoli nei quali Messori ha rivisitato la storia della Chiesa, cercato di confutare i luoghi comuni negativi, dimostrare che certamente accanto alla Grazia è stato presente il peccato, ma che le luci superano di gran lunga le ombre. E stato un successo strepitoso, testimoniato dall’aumento delle vendite di Avvenire ne i giorni della rubrica, dalle oltre 8.000 lettere inviate a Messori dai lettori, dalle 40.000 copie vendute in pochi mesi da Pensare la storia, il volume che raccoglie le prime 289 puntate di Vivaio. Fra gli affezionati lettori, il cardinale Giacomo Biffi, che ha voluto prefare Pensare la storia, definendolo “un provvidenziale rimedio ai nostri mali”. Ma se in alcuni piani alti della Chiesa ha trovato consensi e apprezzamento (oltre a Biffi, anche Ratzinger è un suo convinto sostenitore), Messori ha incontrato l’ostilità in altri ambienti ecclesiali. E così ora, dopo tremila cartelle scritte per “una lettura cattolica dell’avventura umana”, si ferma. “Chiariamo subito una cosa -dice-, E’ una decisione solo mia, non ho subìto nè pressioni nè censure. E sia con la direzione di Folloni che con quella di Rizzi ai miei pezzi non è mai stata toccata una virgola. Smetto perchè sento una certa stanchezza psicologica. Pur sapendo di non essere indispensabile, mi sono battuto per cercare di dimostrare che il cristianesimo ha ancora diritto di esistere. Ed è un paradosso che i colpi più insidiosi mi siano arrivati proprio dal mondo della Chiesa, anche da certa nomenklatura. Oggi in alcuni ambienti clericali chi difende i valori della nostra storia è considerato un fastidioso provocatore, uno che attenta al “dialogo””. E infatti, se è vero che da domenica migliaia di lettori di Avvenire si sentiranno orfani, è altrettanto sicuro che non saranno in pochi, in certi palazzi, a tirare un sospiro di sollievo. Basta con quel polemico di Messori: in cinque anni di Vivaio ha sollevato un sacco di “casi” troppo scottanti. “Ad esempio -ricorda Messori-, gli esami al radiocarbonio che “bollarono” la Sindone come un falso medievale. Apparve subito come una vicenda poco chiara. Il custode della Sindone, cioè il cardinale Anastasio Ballestrero, si comportò con grande leggerezza. Non prese le contromisure per tutelarsi da esami che, come sta sempre più emergendo, furono una truffa. E alla conferenza stampa si mostrò vispo e contento, e disse con ironia che “i problemi pastorali della Chiesa erano ben altri”. Eh no: Ballestrero non può non tener conto della sensibilità della gente. Proprio lui aveva fatto esporre la Sindone in Duomo a tre milioni e mezzo di pellegrini. Per i quali, la datazione con il radiocarbonio fu un colpo tremendo. Scrissi tutte queste cose su Vivaio, e fui duramente disapprovato da una certa parte della gerarchia. “Altro motivo di amarezza -prosegue-, le critiche al mio intervento sul Risorgimento al Meeting di Rimini. Fui giudicato non sui fatti e sui dati, ma sulla base di cronache incomplete o faziose. Solo Famiglia Cristiana mi difese. Mi attaccò, con una pagina a favore dei valori risorgimentali persino l’Osservatore Romano, giornale che per 59 anni, dalla breccia di Porta Pia ai Patti Lateranensi, uscì listato a lutto proprio in segno di protesta contro quel modo di fare l’unità d’Italia. Altre coltellate mi arrivarono quando, in occasione del secondo centenario della Rivoluzione Francese, mi permisi di ricordare il genocidio della Vandea, 120.000 uomini e donne massacrati dai giacobini solo perchè cattolici. E quando parlai dei 6.832 preti e frati martirizzati, alcuni con la crocefissione, dagli anarco-social-comunisti durante la guerra civile spagnola del ’36. Paolo VI, temendo speculazioni franchiste, si rifiutò di portare avanti le cause di canonizzazione”. L’elenco delle “imbarazzanti uscite” di Messori è lungo. La confutazione, proprio quest’anno, della Leggenda Nera sul massacro degli indios ad opera degli spagnoli; le domande sul perchè del “blocco” delle cause di canonizzazione di Isabella di Castiglia e Pio IX (“Temono di fare santo il papa dell’Antirisorgimento, l’autore del Sillabo, un documento che magari non hanno neanche letto, e che invece è straordinariamente profetico: Pio IX aveva torto sul suo domani, ma ragione sul dopodomani, che è poi il nostro oggi”); e altri ancora. “Credo che rispondere alle menzogne sulla storia della Chiesa -dice Messori- sia un dovere di giustizia nei confronti dei fratelli che ci hanno preceduto nella fede. Ma, ripeto, chi si assume questo compito passa per un provocatore, e non nel mondo laico. Il fatto è che la vulgata clericale egemone, oggi, è quella moderna, mentre siamo già in piena era postmoderna. E mentre la modernità era chiusa al mistero, il post-moderno è disponibile e aperto. Sui miracoli, ad esempio, trovi ascoltatori interessati propri o fra i laici: ma certi Church-intellectuals storcono il naso, credendo che siano cose superate. Hanno sposato il razionalismo illuministico quando questo era già sepolto da un pezzo”. Ma non sembra, a Messori, di passare per un ultraconservatore, magari per un lefebvriano? “Eh, no, sia chiaro che io non esco dalla Chiesa. Non ho nessuna tentazione ereticale o scismatica. Chi ha pensato di cambiare le cose uscendo dalla Chiesa, ha fallito. Bisogna stare dentro, con umiltà e, quando occorre, con sofferenza. E poi non voglio andare contro, ma oltre la modernità. Vengo da lontano, dal mondo dell’agnosticismo, non posso avere alcuna nostalgia preconciliare. Anzi, nella Chiesa preconciliare non avrei avuto la libertà di scrivere quello ho scritto. Le battaglie di Lefebvre, come quella per la messa in latino, erano su questioni secondarie. Io invece voglio difendere la Tradizione con la T maiuscola… Voglio difendere le radici di una storia che comincia quattromila anni fa, con Abramo, in Caldea. Una storia che nessun altro gruppo umano può vantare… Io amo la Chiesa, e non ho pudore a dirlo”.

© Corriere della Sera

5 commenti
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