aprile 1995 :: Jesus, di Maurizio De Paoli

Laico di formazione, di gusti, di curiosità intellettuali, in quel suo cristianesimo liberamente affermato, senza rispetti umani, arricchito da devozioni magari riscoperte via via (la sua pietà mariana, ad esempio; o l’amore geloso per la Sindone), portava un poco dello spirito di quel Medioevo passionale che amava e in cui aveva ambientato il suo romanzo forse migliore, L’ordalia».

Così, nel numero di Jesus di marzo, Vittorio Messori ricordava Italo Alighiero Chiusano, l’amico fraterno, scomparso il 15 febbraio scorso. E da Messori siamo tornati, per farci guidare alla riscoperta del Chiusano più vero, un impasto a tinte forti di laicità convinta e fede radicalmente vissuta, al di sopra di ogni compromesso.

Quando hai incontrato la prima volta Chiusano?

«L’ho conosciuto quando ancora lavoravo alla Stampa. Lui collaborava a “Tuttolibri”, un impegno che ha lasciato quando è nata La Repubblica e lui, pur così credente, cattolico praticante, ha avuto un contratto in esclusiva per questo giornale per il quale ha fatto il germanista fin oltre la morte, visto che l’ultimo suo articolo è stato pubblicato all’indomani della sua scomparsa. Ed era certamente significativo il fatto che a La Repubblica, un quotidiano laico e laicista con una certa diffidenza verso il mondo cattolico, Eugenio Scalfari avesse voluto fin dalla fondazione un cattolico che si occupasse di un settore così delicato e importante come la letteratura tedesca. E Chiusano ne era contento. Lui, un “cristiano con la visiera alzata”, conviveva benissimo cori il mondo laico più ostinato».

Poi lo incontrasti nuovamente sulle colonne di Jesus.

«Sì, in contemporanea con l’uscita de L’ordalia, il romanzo che gli diede quella notorietà e popolarità che fino ad allora sul piano letterario gli era sfuggita. Chiusano collaborava già dalla metà degli Anni Settanta con i Periodici San Paolo. Quando Jesus nacque, nel 1979, fu tra le prime firme prestigiose, tra i collaboratori più affezionati e apprezzati del nuovo mensile».

Il romanzo L’ordalia è ambientato nel Medioevo. Perché questa assonanza tra Chiusano e le suggestioni medievali?

«Secondo me L’ordalia è il romanzo che meglio si addice allo stile di Chiusano, al suo modo di vivere e pensare, perché ha come scenario il Medioevo “barbarico”, gli anni davvero oscuri, e ha la forza e anche l’aspetto grezzo della scultura romanica. Chiusano era infatti uomo di forti passioni, era in qualche modo un “cristiano barbarico”, nel senso migliore, perché aveva la schiettezza e la passione dei barbari appena convertiti. Quella sua fede non leziosa, tutta l’opposto dell’abatino settecentesco, veniva fuori in un modo particolarmente e immediatamente visibile in questo libro “romanico”».
Questo romanzo, tuttavia, contiene anche una critica alla Chiesa.

«Certo, la critica a un certo tipo di Chiesa, al suo potere mondano. Lui però era così intelligente e di gusto per non impancarsi nella contestazione spicciola, da minuscoli contestatori clericali, anche perché lui clericale non era. In lui era preminente un desiderio: che la fede venisse fuori al di là delle compromissioni, al di là delle piccole prudenze e diplomazie. La sua critica all’istituzione ecclesiale era motivata solo dal fatto che in qualche modo questa istituzione velava ciò che era davvero essenziale, la fede in Cristo».

Eccoci allo snodo cruciale dell’esperienza esistenziale di Chiusano, la fede. Com’era la fede di questo letterato, orgogliosamente laico e ostinatamente cristiano?

«Una fede direi molto materialista, di un sano materialismo cristiano. Una convinzione forte ci ha sempre accomunati: la consapevolezza che essere cristiano non significa sperare che sarà salvata soltanto la nostra anima ma che saremo salvati tutti quanti, integralmente, anima e corpo. Entrambi credevamo testardamente nella resurrezione dei corpi. Entrambi eravamo arrivati alla fede dopo un vagare errabondo nei primi anni della giovinezza. E ogni tanto ci dicevamo che nessuno dei due si era fatto cristiano perché attratto dallo spiritualismo, ma c’eravamo fatti cristiani perché materialisti. Ci interessava la materialità della salvezza. Il cristianesimo spiritualista, gnostico come si suol dire, il cristianesimo disincarnato della semplice parola non interessava né lui né me; ci interessava il cristianesimo della carne. Tutto ciò è presente non solo in L’ordalia ma anche nella produzione, un po’ nascosta e tutta da recuperare, dei radiodrammi».

Parliamo, allora, di questo Chiusano meno noto.

«Era uno dei pochi che qui da noi praticavano questo genere letterario che invece in Germania è molto diffuso. La tecnica del radiodramma in qualche modo l’aveva appresa dagli scrittori tedeschi. Era una tecnica che gli andava a pennello proprio perché il radiodramma è un genere a forti tinte e lui era scrittore a forti tinte. Gli era congeniale la velocità, l’amore per la pagina decisa, forte e breve».

Non è paradossale che, dopo una stagione giovanile vissuta lontano dalla fede, a fargli riscoprire il cristianesimo sia stato Nietzche?

«No. Anzi è comprensibilissimo ed è anche questa un’esperienza che ho condiviso con lui. Anch’io amo Nietzche, non esito a dirlo. Entrambi siamo stati affascinati da questo “santo al rovescio”. Il suo tentativo di fuoriuscire dal cristianesimo è così patetico e così grottescamente fallito che ci si rende conto che in realtà dietro questo tentativo di inveire contro Cristo c’è un grande amore, un amore deluso. Dietro l’Anticristo di Nietzche si sente un’invocazione disperata a Cristo. Dunque è comprensibilissimo e paradossalmente logico che attraverso il profeta dell’Anticristo si possa scoprire Cristo».

L’ultimo Chiusano si confessava tentato soprattutto dalla poesia che definiva in una delle ultime interviste come «una compagna più discreta, un’ispiratrice silenziosa. Quando è avvenuta in lui questa scoperta della poesia?

«In realtà poeta lo era stato sempre, anche se il meglio della sua produzione poetica è stato pubblicato piuttosto di recente, nel 1987 Bacche amare (Garzanti) e nelle Preghiere selvatiche (Piemme). Di fatto, Chiusano non è mai stato professore o saggista accademico. Tra le cose che ammiravo di lui c’era anche il fatto che ha sempre rifiutato, per garantire la sua indipendenza, un contratto fisso o cattedre universitarie di letteratura tedesca, che pure gli furono offerte. Preferiva collaborare qui e là, così si sentiva più libero. Ma poeta lo era sempre, fin dentro l’anima, anche quando analizzava un testo letterario, scriveva un saggio, davanti a un brano evangelico».

Attardiamoci un attimo su questo aspetto, sul suo rapporto con Il Vangelo e con la Bibbia in generale.

«Dietro il Vangelo c’è -diceva lui- la mano di un artista misterioso. Lettore molto attento del “Caso Cristo”, ci confrontavamo spesso su questo tema. Naturalmente discutevamo apertamente e francamente, e talvolta si diceva in disaccordo su qualche taglio un po’ dialettico della mia indagine ma ne condivideva il significato e il metodo; il suo modo di leggere il Vangelo era quello dell’artista che sente la musica delle pagine evangeliche, una musica dove risuona l’incommensurabile mistero che c’è dietro».

E che dire del saggista, dello studioso colto e raffinato, del prestigioso e indiscusso specialista di letteratura tedesca?

«Anche la sua saggistica era tutto tranne che scrittura accademica. Era sì rigorosa, però chi legga ad esempio la sua Literatur. Scrittori e libri tedeschi (Rusconi) si rende subito conto che non è il “professor” Chiusano ma l’uomo Chiusano che si confronta, si entusiasma, si arrabbia, maledice, benedice: è tutto tranne che un saggista neutro».

Torniamo per un momento al suo rapporto con la Chiesa istituzione. Come lo viveva?

«Lui era stato lontano dalla Chiesa durante il periodo giovanile, poi era ritornato cattolico, ma aveva mantenuto sempre una certa distanza dall’istituzione. Direi che la sua riscoperta della Chiesa anche come istituzione risale al Concilio. Lui ha vissuto il Vaticano II come un evento liberatorio, evento che gli aveva consentito di comprendere come alcune cose che venivano vissute come essenziali dai cattolici prima della stagione conciliare, in realtà non lo erano. Con la Chiesa istituzione aveva un rapporto corretto, cordiale, da cattolico vero, mala sua laicità e grande fede lo portavano certamente a non essere un uomo di sacrestia. Non era un uomo che frequentasse troppo ambienti clericali. Eravamo d’accordo anche su questo atteggiamento che potremmo riassumere con la definizione di Maritain: “Il modo migliore per amare il cattolicesimo è frequentare poco certa Chiesa cattolica”, non farsi clericalizzare, guardare con rispetto, ma alla lontana, certo mondo clericale».

Si è mai lasciato tentare o sedurre dall’impegno politico?

«Proprio questo è stato uno degli argomenti di una delle ultime telefonate tra noi. Insieme abbiamo commentato una poesia contenuta nella raccolta Bacche amare. Lui si difendeva dall’accusa rivoltagli soprattutto negli “anni di piombo”, quando o ci si impegnava in politica o si veniva considerati dei disertori. Lui rispondeva con una bellissima composizione poetica all’accusa di non mettersi al servizio degli altri nella politica. Replicava che il suo modo di servire gli altri era cercare di rientrare in se stesso, comprendere la sua umanità e tentare di farne parte con gli altri. Questo era il suo modo di fare politica, di una politica che passasse attraverso la testimonianza personale. Ma una testimonianza della propria fede e incredulità, del dolore e della gioia, cioè un impegno politico, nella polis, che passa attraverso il privato del letterato e sia in qualche modo di esempio e di aiuto agli altri».

ll santo che sentiva più vicino alla sua sensibilità era Francesco d’Assisi. Perché?

«Ho sempre avuto l’impressione che lo attirasse il Francesco “medievale”, il Francesco cavaliere, il Francesco in qualche modo romantico. In Francesco lo attirava il gusto della radicalità. Nonostante fosse figlio di un diplomatico, Chiosano era tutto tranne che un diplomatico. Amava la vita a colori forti, come Francesco, il radicale interprete del Vangelo, oltre che il poeta che ha affascinato e sedotto i letterati di ogni epoca».

Un altro dei suoi “chiodi fissi “era la devozione per la Sindone. Che cosa cercava e trovava nel lenzuolo conservato a Torino?

«Semplicemente il volto di Cristo! La raffigurazione “artistica” del volto di Cristo. Per questo era particolarmente critico verso quelle che considerava maldestre iniziative e prese di posizione, che a suo dire non avevano ben considerato gli effetti dirompenti che un frettoloso e superficiale pronunciamento pseudoscientifico poteva avere nell’impatto pastorale. Per Chiusano il lenzuolo della Sindone era il racconto del volto di Cristo, un volto che egli sapeva contemplare con la tenerezza di un poeta e la passionalità di un amante».

Il “racconto” di Messori potrebbe continuare all’infinito. Ma lo sguardo penetrante di Chiusano, incorniciato in un volto medievale, sembra rimproverarci severo, perché rischiamo di stemperare nelle troppe parole il ricordo di uno scrittore grande e di un cristiano autentico che ha saputo fare della parola un’arte e della fede il senso vero della vita, l’una e l’altra ritmate dallo stile essenziale, grezzo e rude del suo inquieto spirito “barbarico”. Questo suo sguardo e le sue provocazioni, così puntuali e appassionate, le rimpiangiamo con tutti i nostri lettori.

© Jesus