XX Settembre. La battaglia che ha unito e diviso l’Italia

19 settembre 2000 :: Corriere della Sera, di Sergio Romano

La data del «XX settembre», rigorosamente scritta in numeri romani, dovrebbe essere ricordata e celebrata come la maggiore data europea dell’ Ottocento. Segna la conclusione di un grande fenomeno politico: la nascita della nazione italiana. È il più evidente simbolo del principio di nazionalità. Mette termine a una lunghissima fase storica durante la quale il Pontefice romano ha regnato, come un qualsiasi sovrano temporale, su uno Stato europeo di media grandezza. È l’inizio di una nuova fase in cui la Chiesa cattolica può esercitare più liberamente la sua missione spirituale nel mondo. Non sarebbe illogico quindi sperare che domani, a Porta Pia, si riunissero per celebrare quell’avvenimento i rappresentanti dello Stato italiano, della S anta Sede, dell’Unione europea, dell’Onu: tutti, per diversi aspetti, beneficiari della storica spallata con cui i bersaglieri del generale Cadorna entrarono nella città eterna il 20 settembre del 1870. Ma, a dispetto del suo obiettivo significato e della sua universale importanza, la ricorrenza è sempre stata, in Italia e in Europa, una data scomoda, troppo carica di significati polemici e di interpretazioni controverse. Forse il miglior modo per spiegarne le ragioni è quello di riassumere brevemente il diverso significato che il XX settembre ha assunto nel corso degli ultimi 130 anni. Agli inizi la conquista di Roma non è, nelle intenzioni degli «aggressori», un atto sacrilego. Il generale Raffaele Cadorna è cattolico. I maggiori esponenti della Destra storica sono cattolici e liberali. Uno di essi, in particolare, Bettino Ricasoli, spera che la fine del potere temporale costringerà la Chiesa a rinnovarsi e a permettere una maggiore partecipazione dei fedeli alla sua missione. Questa classe dirigente dimostra i suoi sentimenti approvando qualche mese dopo le norme più sagge e liberali mai emanate da un governo italiano sullo spinoso problema dei rapporti con la Chiesa. La legge delle guarentigie, ricorda Gioacchino Volpe, sopprime molti vecchi controlli statali, toglie ogni restrizione al diritto di riunione del clero, rinuncia al giuramento dei vescovi, abolisce i placet e gli exequatur per la pubblicazione e la esecuzione di gran parte degli atti delle autorità ecclesiastiche. Il XX settembre assume così un nuovo significato: è il giorno in cui un grande principio del liberalismo europeo -«libera Chiesa in libero Stato»- diviene finalmente realtà. La Chiesa non accetta, considera la libertà dello Stato un limite alla propria. Ma avrebbe forse compreso e apprezzato, con il passare del tempo, i meriti di questa straordinaria rivoluzione se una nuova classe dirigente non avesse conquistato il potere nel 1876. La Sinistra non è liberale e oscilla da allora fra due atteggiamenti apparentemente contraddittori. Da un lato cova sentimenti anticlericali, si compiace di volgari manifestazioni massoniche, innalza monumenti a Giordano Bruno, canonizza i martiri della Chiesa di Roma, inscena processioni blasfeme, celebra il XX settembre come festa dell’anticlericalismo. Ma dall’altro cerca spregiudicatamente una conciliazione con la Chiesa romana. L’uomo che maggiormente esprime questa duplice tendenza è Francesco Crispi, massone, anticlericale e, grazie alle mediazioni fallite di padre Tosti, «conciliazionista». Prende corpo così un’Italia concordataria composta da nazionalisti, moderati, opportunisti della Sinistra democratica, tutti decisi a servirsi della Chiesa per consolidare il tessuto nazionale e meglio governare il Paese contro le minacce della Sinistra «extraparlamentare»: l’anarchia e il socialismo. Anche la Chiesa ha paura di questi nuovi nemici e comincia a fare qualche passo verso lo Stato «usurpatore». Benedice la guerra di Libia, mette in soffitta il non expedit (la formula con cui Pio IX, nel 1874, aveva esortato i fedeli a non essere «né eletti né elettori»), consiglia agli italiani di regolarsi, nelle questioni politiche, «secondo coscienza». I due partiti della conciliazione continuano a scrutarsi prudentemente sino al giorno in cui un uomo raccoglie l’eredità della Sinistra e realizza ciò che molti suoi predecessori avevano inutilmente tentato. Mussolini comprende che l’Italia è geneticamente cattolica e scopre di avere bisogno della Chiesa per benedire bandiere, gagliardetti, imprese coloniali. Pio XI, dal canto suo, sa che lo Stato nazionale, dopo la Grande guerra, ha superato con successo il suo esame più difficile e che è ormai un partner necessario. Il vero nemico della Chiesa, alla fine degli anni Venti, non è più l’anticlericalismo massonico e democratico: è il bolscevismo. Il XX settembre smette da quel momento di essere una festa contro la Chiesa e diviene semplicemente, nelle intenzioni del regime, una celebrazione risorgimentale e patriottica. Dopo il crollo del fascismo, la fine della Seconda guerra mondiale, il collasso della monarchia e lo scoppio della guerra fredda, la Chiesa ritiene di non avere altra scelta fuor che quella di riempire con la Democrazia cristiana e le proprie organizzazioni il vuoto politico e istituzionale della nazione. Volente o nolente l’Italia, da quel momento, non può che essere concordataria. Togliatti ne prende atto e accetta che un cenno ai patti Lateranensi venga inserito nella Costituzione italiana. È il marzo del 1947. Tre anni dopo, quando Pio XII proclama l’inizio dell’anno giubilare, Roma diventa, con l’aiuto dell’ala clericale della Democrazia cristiana, una «città sacra». Il clero chiede e ottiene che la polizia tenga d’occhio gli innamorati mentre passeggiano sul Pincio e censuri i manifesti cinematografici troppo arditi. Negli anni seguenti il XX settembre scompare dal calendario delle festività nazionali. Spiace dirlo, ma la cancellazione avviene senza che la grande maggioranza degli italiani se ne accorga e se ne dolga. Molte cose cose, da allora, sono cambiate. Il Concilio Vaticano II ha modificato lo stile della Chiesa e il «’68» ha sovvertito lo stile della società. Craxi ha negoziato e firmato un nuovo Concordato. Il Conclave del 1978 ha eletto un Papa polacco. La Democrazia cristiana è morta. Il voto cattolico si è disperso attraverso numerose formazioni politiche. I baci proibiti del Pincio sono diventati i baci permessi e incoraggiati di Tor Vergata. È possibile, in teoria, «rivisitare» il XX settembre, restituirgli il suo significato originale, riunire a Porta Pia gli eredi di tutti i protagonisti del 1870. Ma non accadrà. Mancherebbero all’appuntamento, purtroppo, i più importanti: gli eredi di Cavour.

 

Si trattò di un’autentica rapina

di Vittorio Messori

A 130 anni da quell’alba in cui le batterie di Raffaele Cadorna apersero il fuoco dalla via Nomentana, un possibile, schematico bilancio cattolico distingue il piano storico da quello provvidenziale. Al livello della storia, la spoliazione sabauda fu un’autentica rapina, una serie di atti di pirateria internazionale. Il tutto ammantato dall’ipocrisia (i plebisciti truccati, le motivazioni truffaldine di «tutela dell’ordine pubblico»), dalla retorica patriottarda per troppo facili vittorie e dalle giustificazioni patetiche per le disfatte (i nuovi fucili francesi, gli chassepots, responsabili della fuga di Garibaldi a Mentana…). Se solo il governo del remoto Ecuador espresse a Pio IX solidarietà dopo il 20 settembre, i popoli cattolici di tutto il mondo si strinsero attorno alla vittima del sopruso. In una lettura di fede, ebbe invece ragione Paolo VI che de finì provvidenziale il fatto che la Chiesa, seppure tra violenze e ingiustizie, fosse stata liberata dal fardello del dominio temporale. Quella «gran seccatura», come lo chiamava Pio IX, tempra di pastore prigioniero di un ruolo anche di sovrano che impacciava il suo afflato religioso. Eppure, ora vediamo con chiarezza come papa Mastai abbia avuto ragione nell’opporsi a una spoliazione che pure era spiritualmente benefica, come egli stesso intuiva. Ebbe piena ragione nel respingere quel diktat unilaterale che era l’ipocrita Legge delle Guarentigie, dove era lo Stato italiano che, benignamente, elargiva concessioni che poteva revocare a piacere. Senza la tenace resistenza di quel santo vecchio, senza il rinchiudersi, dichiarandosi prigioniero, nel palazzo vaticano, non si sarebbe giunti a quegli accordi lateranensi del 1929 che segnarono il punto di arrivo ideale. Tornava, con quella Conciliazione, il papa anche re: di un territorio di 0,44 chilometri quadrati, il più piccolo Stato del mondo, ma uno Stato vero, tanto che nemmeno i paracadutisti tedeschi, nel 1943, osarono varcarne il confine, costituito da una linea gialla dipinta sull’acciottolato di piazza San Pietro. Era proprio ciò che Pio IX voleva: un papa libero nel suo magistero perché padrone in casa sua, con un territorio al contempo simbolico ma inviolabile. Per non fare la fine dei suoi predecessori, ospiti ad Avignone dei re di Francia; o del patriarca di Costantinopoli, alla corte prima degli imperatori e poi del sultano. Alla fine, insomma, è stato l’apparente sconfitto del Risorgimento a vincere la partita. E Pio IX avrà sorriso dal suo paradiso allorché Palmiro Togliatti stesso si affannò per convincere i suoi a inserire nella Costituzione democratica e repubblicana quei Patti del ’29 firmati da un re di Savoia e da un duce di Predappio. Di meglio, il prigioniero, lo spogliato del 1870 non poteva desiderare. Così, per quanto importa, ogni volta che passo davanti a Porta Pia e vedo il bronzeo bersagliere all’attacco, da cattolico, sorrido io pure: «Vous avez fait la revolution sans nous et contre nous, mais pour nous».

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