Wojtyla il “sovversivo”

12 maggio 2000 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

La singolarità, oggettivamente straordinaria, di questo papato, sta nella capacità di violentare ogni schema; capacità che (a dispetto, anche qui, di ogni previsione) sembra tanto più aumentare quanto più aumentano età e problemi di salute. Esattamente due mesi fa, Giovanni Paolo II spiazzava brutalmente lo schematismo “progressista” che, malgrado ogni prova contraria, continuava a coltivare di lui l’immagine del restauratore, se non del reazionario. Il mattino del 12 marzo, con la liturgia penitenziale in San Pietro e le richieste di perdono per le colpe dei suoi predecessori, il primo papa slavo della storia andava al di là anche dei sogni, ad esempio, dei “modernisti” alla Buonaiuti o, addirittura, alla Loisy. Con iniziativa solitaria, tenacemente voluta, contro il parere di molti suoi collaboratori e tra le perplessità della sua Commissione Teologica, la storia della Chiesa veniva giudicata secondo le moderne categorie liberal, secondo l’ideologia dei “diritti umani” di origine rivoluzionaria. Rousseau e Voltaire chiamati a essere giudici di Torquemada? Decisione davvero “sovversiva”, nel senso etimologico, le cui conseguenze si avvertiranno nella vita della Chiesa, malgrado il tentativo di molti di minimizzare, di tranquillizzarsi dicendo che non c’è niente di nuovo, che la Tradizione è salva. Il presunto papa della “Restaurazione”, con quei “mai più!”, punto di arrivo di un suo percorso di “umanesimo” tutto moderno, spezzava gli ultimi cocci della caricatura costruita attorno a lui dal progressismo, clericale e no. Significativo l’imbarazzo di quei professionisti della contestazione “da sinistra” che, per non perdere il loro ruolo, commentavano che la strada intrapresa era quella giusta ma che non bastava, che era solo un primo passo. Sono passati solo sessanta giorni, ed ecco lo stesso papa a Fatima dove, con iniziativa anche qui tutta sua, ha deciso di bruciar e i tempi e di procedere alla beatificazione dei due veggenti in quest’anno giubilare che ha voluto stipare di eventi clamorosi. Qui pure non è mancato chi ha ricordato le leggi di prudenza e di pazienza che guidano la Chiesa in materie così delicate. Io stesso, nell’ultimo soggiorno portoghese, avevo avuto conferma dell’orientamento prevalente negli ambienti cattolici anche più devoti a quella apparizione: Fatima è ancora in progress, la leader stessa del gruppetto dei tre bambini del 19 17 non solo è ancora viva, ma su di lei corrono voci incontrollabili, tra cui la continuazione delle visioni. Che si troverà, alla sua morte, nella sua cella? La Chiesa, è vero, non beatifica nessuno perché “ha visto la Madonna” ma solo, semmai, perché ha vissuto sino in fondo le esigenze del Vangelo. Così anche per Francesco e Giacinta. Questa la teoria: ma quando mai quei due oscurissimi contadinelli sarebbero stati elevati all’onore degli altari, se il loro destino non fosse stato legato alla più impressionante apparizione mariana del secolo? Come beatificarli senza, in qualche modo, coinvolgere l’ancor viva Lucia? Perché non lasciare che il tempo faccia il suo corso, venerando i due bambini senza, per ora, coinvolgere la Chiesa in beatificazioni che, almeno sul piano pastorale, potrebbero sembrare premature se non rischiose? Anche qui, però, la forte volontà di Giovanni Paolo II ha prevalso; e anche qui, non senza contrasti, come sembra dimostrare il fatto che solo da poco più di un mese si è avuta la conferma definitiva delle beatificazioni. A Fatima, dunque. Ma Fatima è la religiosità popolare, è il santuario e il pellegrinaggio, è il dono di predilezione del Cielo per un popolo di duri conquistadores, è l’anticomunismo militante delle Armate Azzurre. Fatima è la riconferma solenne, con imprimatur celeste, per cose che rizzano i capelli sul capo dei teologi “adulti e aperti”, alla moda postconciliare: devozione mariana, rosario, profezie apocalittiche, Cuori Immacolati, penitenze, digiuni, novene, pene infernali (di cui, ai veggenti, fu riservata addirittura una terrificante visione). Se, il 12 marzo, a Roma, andò in crisi d’identità il progressismo cattolico, che vide svanire anche l’ultima possibilita’ di compattarsi, contrastando Karol Wojtyla come papa reazionario e anticonciliare, questo 13 maggio mette in difficoltà il fronte opposto. E non solo lefevriani e affini, ma anche molti cattolici, pur “papisti”, ma allarmati e avviliti dalla svolta meaculpista, improvvisamente colpiti dal dubbio che dietro questo Polacco rassicurante si celasse in realtà il diavolo modernista. Eccolo, invece, non solo a Fatima; ma eccolo talmente smanioso di riconfermarne la verità da trascurare le usuali norme di prudenza vaticana, con i veggenti beatificati sul tamburo. Inclassificabile, davvero, Giovanni Paolo II! Gli storici futuri avranno tempo e agio per sbrogliare, se ci riusciranno, l’enigma che rappresenta. Quanto a noi, non ci resta che accontentarci di un sospetto: che, cioè, anche questa capacità di sbaragliare ogni schema, che questo saper sfuggire, nei fatti, a definizioni di “destra” e di “sinistra”, sia il segno della grandezza di una personalità eccezionale, al di là di ogni tranquillizzante definizione.

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