Vittorio Messori ricorda l’incontro nella residenza estiva di Castelgandolfo

16 ottobre 1998 :: Le Figaro – Corriere della Sera, (Estratti da un’intervista pubblicata da Le Figaro Magazine e realizzata da Etienne de Moniery. La traduzione è a cura del Gruppo Oxford)

«Che cosa si celebra in questo mese d’ottobre? I venti anni di presenza di Karol Wojtyla sul seggio di Pietro, oppure l’anniversario di un pontificato, cioè di un’epoca nella vita della Chiesa? Venti anni fa, un polacco di 58 anni cominciava uno dei regni più lunghi nella storia del cristianesimo. Questa distinzione fra l’uomo e il pontificato è essenziale: il Papa può risultare più o meno simpatico, santo o peccatore, bianco o nero, ma questo è secondario: quello che conta è che rappresenta il garante della fede, il vicario di Cristo. Detto questo, Giovanni Paolo II mi risulta ovviamente, per quel che conta, molto simpatico. Non voglio farmi passare per uno dei suoi intimi, ma si dà il caso che qualche anno fa il Papa abbia pensato a me quando Rai 1 gli ha proposto di farsi intervistare. Mi conosceva, perché aveva letto il mio primo libro, Ipotesi su Gesù, quando era arcivescovo di Cracovia e si trovava a Roma per chiedere a Papa Paolo VI un ritiro spirituale. Mi è stato raccontato che aveva fatto tradurre questo libro in polacco e, per sfuggire alla censura del regime, l’aveva pubblicato a puntate sul giornale della sua diocesi. Ho scoperto in seguito che era un attento lettore dei miei libri e dei miei articoli sui quotidiani italiani. Un giorno mi fece telefonare per invitarmi a colazione nella sua residenza estiva di Castelgandolfo. Come andarono poi le cose, fino alla pubblicazione, in 53 lingue, di Varcare la soglia della speranza, l’ho raccontato nell’introduzione al libro e non è dunque il caso di ritornarvi. Ho riferito in quelle pagine le circostanze di questo incontro perché da allora ho l’impressione di aver colto diverse sfaccettature della personalità di Giovanni Paolo II. Innanzi tutto, direi che è un mistico allo stato puro. Direi addirittura che nel suo caso non si può neanche parlare di “un uomo di fede”, perché la fede è una scommessa, come diceva Pascal; mentre invece il Papa -che peraltro conosce bene il grande filosofo francese, che cita spesso- è posseduto da una certezza. Non ha bisogno di credere: egli vede. Parlando con lui, si ha l’impressione che sia immerso in una sorta di visione. Quello che vede non lo stupisce, gli sembra naturale e non è fonte di dubbio, ma di ammirazione. Lo si comprende guardandolo pregare. Tutte le sere, prima di coricarsi, si ritira in raccoglimento nella sua cappella privata. Non si può spiegare il suo pontificato se non si tiene conto di questo aspetto dell’uomo: ogni suo pensiero e ogni suo atto hanno radici nella contemplazione e nella preghiera. L’altro aspetto di Giovanni Paolo II è la sua straordinaria umanità. In questo inusitato pontificato c’è anche questo particolare: Karol Wojtyla è il primo Papa, da forse due secoli, che non è entrato in seminario da bambino. Ha avuto una gioventù normale nella Polonia fra nazismo e comunismo, quella di un ragazzo della sua generazione, che ha frequentato gli ambienti sportivi e teatrali, e ha conosciuto delle ragazze. Lui stesso racconta che, giovane adolescente, s’innamorò di un’attrice della sua età, Halina Krolikiewitcz, con la quale aveva spesso recitato sulla scena. Questa educazione non clericale ha contribuito ad assicurargli una grande facilità di rapporti con chiunque, uomini e donne, capo di Stato o semplice fedele. Lo si vede da vent’anni, in occasione dei suoi viaggi, durante i quali s’immerge in bagni di folla, incontra gente comune e alti dirigenti con la stessa naturalezza e la stessa benevolenza. Fra le sue foto, che si contano a milioni, ce n’è una che mi emoziona particolarmente perché mi fa comprendere il segreto di quest’uomo. Fu scattata in occasione di un viaggio: si vede una ragazza, molto bella, che porta un cesto di frutta e lo offre al Santo Padre. E lui, istintivamente, le accarezza paternamente una guancia, atto impensabile per Pio XII o Paolo VI. Nessuna ambiguità in questo gesto, nessun imbarazzo. Questa spontaneità riveste una grande importanza nel carisma di Giovanni Paolo II. Quello che affascina gli intellettuali, più che il pensiero, è la persona di Giovanni Paolo II. Il Papa è forse l’uomo più rispettato e al contempo meno ascoltato, perché il mondo moderno vive una situazione tragica: essere, dopo la caduta delle ideologie, un orfanotrofio, dove l’uomo è alla ricerca di un padre. Per una sorta di pigrizia, sono molti quelli che continuano a parlare in termini di categorie “politiche”: Papa restauratore, Papa conservatore o Papa progressista. In Giovanni Paolo II ci sarebbero un ministero pastorale “di sinistra” (l’assemblea interreligiosa ad Assisi nel 1986) e una teologia morale “di destra”. Cercare di comprendere questo pontificato utilizzando parametri ideologici è del tutto fuor di luogo. Di destra, Giovanni Paolo II, in quanto teologo? Ma si dimenticano le accuse di modernismo di cui è stato fatto oggetto quando era arcivescovo di Cracovia, in quanto coautore di uno dei testi più audaci del Concilio Vaticano II, la Gaudium et spes. E tutto quello che ha fatto nel suo pontificato è in questa direzione. Mentre il cardinale Ratzinger mi ha spesso parlato dei danni provocati da certe interpretazioni abusive del Concilio (soprattutto in materia di liturgia), al contrario, nonostante i miei sforzi per far ammettere al Papa che alcuni aspetti del dopo-Concilio avevano avuto connotazioni negative, non sono mai riuscito a cavare da lui la pur minima critica. Conservatore il suo discorso morale? Ma no, la sua teologia del matrimonio è squisitamente rivoluzionaria. Se si legge quello che ha scritto sull’argomento, si scopre che, contrariamente all’insegnamento tradizionale, che considera come finalità primaria del matrimonio la procreazione e l’educazione dei figli, il moralista Wojtyla mette in primo piano l’amore reciproco tra i coniugi. Non è poco, vista la posizione della Chiesa su questa materia. Nel corso di questo pontificato ricco di grandi avvenimenti, è successo a Giovanni Paolo II quanto di peggio può capitare a un uomo: vedere realizzato uno dei suoi sogni più cari. Dai suoi viaggi in Polonia si è potuto constatare quale peso egli abbia avuto nell’evoluzione della situazione politica in quei Paesi, unitamente all’attrazione esercitata dall’Occidente sul blocco orientale. Ma ha subìto la delusione di vedere che, alla caduta del Muro, gli abitanti di Berlino Est non si sono precipitati nelle chiese, ma nel grande sexy-shop di Berlino Ovest. Credo -anzi temo- che se oggi Giovanni Paolo II dovesse scegliere tra due mali, la Polonia-caserma di ieri e la Polonia-casa di tolleranza di oggi, sceglierebbe la prima. Il suo sogno non era probabilmente il crollo definitivo del comunismo a vantaggio di un capitalismo selvaggio, ma la sua intima riforma. Idea condivisa da Gorbaciov: non è un caso che fra i due uomini ci sia stata un’istintiva intesa in occasione del loro incontro a Roma nel dicembre del 1989. Giovanni Paolo II ha lottato contro il comunismo, ma cercando di smussare gli estremismi di Solidarnosc. Certamente non amava il comunismo, ma non ama neppure le mafie camuffate da liberalismo che gli sono succedute. Perché? Perché, secondo Giovanni Paolo II, ci sono due rischi per la fede: la persecuzione e l’assimilazione. L’Est ha conosciuto la persecuzione per cinquanta anni. L’Occidente sperimenta l’assimilazione, il rischio dell’appannamento del cristianesimo ad opera delle idee correnti: forma di persecuzione più sottile, quasi invisibile. Quando il comunismo è caduto, è cominciata la grande crisi d’identità della Chiesa polacca. Ed è per lanciare un segnale contro l’egemonia capitalista nel mondo che il capo della Chiesa cattolica è andato a Cuba e ha reso l’onore delle armi a quel vecchio dittatore condannato dalla Storia che è Fidel Castro. Una visita a cento chilometri dagli Stati Uniti. Una follia, per dire agli americani: “Io ho lottato contro il comunismo, ma non per questo ho l’intenzione di benedire tutto il vostro liberalismo”. Che smacco! Gli onnipotenti Stati Uniti non gliel’hanno perdonato. Bastava leggere la stampa americana dell’epoca per misurare la loro collera. Il Papa ha fatto cadere il comunismo come sistema di potere, ma senza disconoscerne alcuni aspetti positivi: il bisogno di giustizia, un certo richiamo alla generosità umana. Lo si comprende leggendo l’enciclica Centesimus Annus: il Papa vorrebbe al tempo stesso la giustizia (che deriva particolarmente dal socialismo) e la libertà (che si esprime all’occorrenza nel capitalismo). In pochi anni, questo difficile cammino è stato percorso a vantaggio di un sistema liberista esasperato. La delusione di Giovanni Paolo II deriva da questo. Oggi, Giovanni Paolo II sta guidando la Chiesa verso il 2000. Non è certo vittima della superstizione delle date (oltretutto è probabile, come alcuni storici hanno dimostrato, che l’anno 2000 sia stato in realtà il 1994. Poco importa). Ma il Papa vuole cogliere l’occasione di questo evento simbolico per attirare l’attenzione del mondo intero su ciò che giustifica questa data: Cristo, centro del suo pontificato. La sua prima enciclica Redemptor hominis, era stata a Lui consacrata. Il pontificato raggiunge il suo apice con questo “anniversario” che è il Giubileo. Giovanni Paolo II è un Papa escatologico, pressato dall’urgenza di annunciare al mondo quello che la Provvidenza ha previsto per l’umanità. E io credo che se ha voluto viaggiare per il mondo intero, e visitare tutti i Paesi del pianeta -mancano a tutt’oggi la Cina e Israele- è per affrettare la predizione evangelica secondo la quale Cristo non ritornerà sulla terra se non quando il suo messaggio sarà stato annunciato in tutte le nazioni del mondo».

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