Verso la Pasqua. E’ il giorno della Resurrezione. Si apre il mondo dell’infinito

12 aprile 1998 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

C’è uno spiritual song dei neri d’America, dove le voci esplodono in un grido ripetuto all’ossessione, tra il clangore di strumenti a fiato e a percussione: My God, what a morning! Mio Dio, che mattino! la gioia dell’alba di Pasqua. Una gioia comparabile a quella dei russi che, nello stesso mattino, si precipitavano per le strade abbracciando i passanti: «Cristo è risorto!». E tutti in coro a rispondere: «Sì, è davvero risorto!». Più contenuta e austera nei sui ritmi gregoriani -ma altrettanto intensa- la gioia della grande, antica liturgia latina. Quella sciaguratamente buttata negli archivi da preti eccitati da jeans e chitarre, da ideologi clericali illusi di rincorrere il mitico «uomo d’oggi» togliendogli la bellezza e soffocando le voci solenni che sembravano giungere dalla profondità della storia. Con il risultato, tra l’altro, di contribuire potentemente a rendere più densa l’annoiata routine che contrassegna ormai le nostre Pasque sbiadite. Ma le generazioni clericali, con i loro errori (pur, ne siamo certi, in ottima fede), passano. La Chiesa -parola stessa proprio di Colui che è oggi risorto- la Chiesa, dunque, resta. Resta custode, malgrado tutto, di quel Vangelo che è tale proprio perché, come l’etimologia spiega, è «la buona notizia». E’ così, certo, per molti, straordinari motivi, alcuni dei quali enumeravamo ieri, chiedendosi -davanti al sepolcro ancor sigillato- che cosa avremmo perso se una forza misteriosa non l’avesse spalancato. Ma il Vangelo è eu-anghélion, è «il messaggio buono» per eccellenza, è quello che riempie di gioia chi ne accetta la verità, per una ragione da cui tutte le altre derivano. Se davvero quell’Uomo ha vinto la morte, non è per Sé: è per noi. E’ per aprire a tutti la strada verso un’eternità felice: «Vado a prepararvi un posto», disse al congedo, durante la Cena del giovedì. Ha vinto la morte per permettere a noi di vincere l’angoscia di quella «passione inutile» che è la breve vita terrena, spalancando prospettive di infinito là dove ogni strada sembrava chiusa dal muro nero di una fine senza speranza. Questa, soprattutto, la gioia di Pasqua. Questo ciò che nutriva la musica struggente degli afroamericani, che spingeva i cristiani ad abbracciarsi nelle strade, tra sconosciuti, un mattino di primavera. Certo, sappiamo bene: in non poche delle omelie alle messe di oggi, capiterà di dovere ascoltare la lettura moralistica del Vangelo, lettura così consueta oggi. Gesù come una sorta di Socrate ebreo, come un maestro di etica, magari come il formulatore di buoni consigli per il cittadino politicamente corretto. Se lo sbadiglio ci insidierà, freniamolo. E pensiamo che c’è una gioia sconvolgente da riscoprire, quella che ha invaso generazioni di credenti, a partire dalla prima, quella che visse il mattino di Gerusalemme. Ma sì, è davvero Pasqua, gli echi delle campane a festa possono e debbono risuonarci nel cuore, non perché si commemori un saggio che ha parlato bene. Ma perché «l’Uomo dei dolori» profetizzato da Isaia e appeso a una croce solo tre giorni fa, ha mostrato, risorgendo stamane, di essere il Dio venuto «a portarci la vita; e a portarcela in abbondanza».

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