Un giallo con al centro il mistero della psiche umana

6 maggio 1998 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

«La verità è triste, ahimé» lamentava -da storico, ma anche da gazzettiere di alto livello- il vecchio Ernest Renan. Ma sì, può essere «triste» arrendersi, ancora una volta, a quella che sembra proprio essere la «verità». Dunque soltanto uno squallido, drammatico (ma in fondo banale, per la legge dei grandi numeri) cedimento di nervi in un oscuro e complessato provinciale svizzero. C’è da deludere, ne siamo consapevoli, chi già pregustava affascinanti intrighi, oscure manovre, vizi e relazioni inconfessabili, magari gli immancabili «servizi segreti», sullo sfondo di una corte pontificia dipinta come non dissimile da quella di papa Borgia. Naturalmente, i dietrologi affilano comunque le armi, considerando ogni precisazione e smentita come una conferma che, sotto, si nasconde chissà che cosa. Tutti hanno diritto a campare, anche questi presunti segugi. Prepariamoci, dunque, a subirli. Quanto a noi (pur insofferenti del «minimizzare, sedare» cui troppo spesso si ispira l’ufficialità clericale), a noi sembra che i fatti diano ragione al portavoce della Santa Sede. Il «dottor» che precede il nome di Joaquín Navarro-Valls non rinvia a qualche laurea umanistica, ma alla facoltà di medicina di Siviglia, con susseguente specializzazione in psichiatria. Con questo efficiente «medico dei matti» passato a prendersi cura dei giornalisti, abbiamo parlato ieri mattina con la franchezza cui ci dà forse qualche diritto l’amicizia. «Un giallo? Certo», ci diceva Navarro, quasi indossando per l’occasione il camice del clinico che è stato e che tuttora è. «È giallo che, al suo centro, ha il mistero della psiche umana che vacilla e talvolta, purtroppo, sprofonda. Come in ogni poliziesco, c’è un fascio di indizi da raccogliere: ma soltanto adesso, a tragedia consumata, è possibile capire che quelle tracce portavano verso un esito sanguinoso». In altri articoli, si elencheranno alcuni almeno dei fatti che compongono il puzzle: la personalità disturbata, pare, anche da una sorta di «complesso di inferiorità», essendo il vice-caporale oriundo di un cantone francofono in un corpo a maggioranza tedesco; il rancore verso il nuovo comandante, a causa anche di ammonizioni per mancanze disciplinari; forse, la gelosia, l’invidia per quell’ufficiale tanto brillante, giunto così giovane così in alto, privilegiato da una vicinanza particolare con il Pontefice. Tante altre tessere si aggiungeranno, pur non completando mai un mosaico dove continuerà a occupare posto quell’enigma della psiche di cui parla lo psichiatra Navarro-Valls. Del resto, ogni gruppo umano paga un tributo a quell’enigma: tributo che rischia di essere sanguinoso, se i membri di quel gruppo hanno a disposizione armi, come l’automatica d’ordinanza calibro 9 che ha fatto fuoco per 5 volte. Quella pistola è stata impugnata proprio la sera che precedeva il giorno che il vice-caporale Tornay deve avere sentito come intollerabile: il giorno dell’investitura ufficiale, del «trionfo» di uno che era come lui, che, anche lui, veniva dalla mediocrità di un ambiente contadino, dal fondo di una vallata tra le montagne svizzere e che era riuscito a raggiungere il vertice. Per lui, misero vice-caporale, nemmeno quella piccola medaglia cui pure pensava di avere pieno diritto. Sulla personalità del comandante ucciso, le testimonianze sono unanimi nell’escludere sospetti di quelle «doppie vite» che non mancano da alcuna parte, nemmeno in Vaticano. Ultimo esempio, quello sventurato «gentiluomo di Sua Santità», quel 66enne «addetto al cerimoniale pontificio», massacrato nella sua austera casa, lo scorso gennaio, da uno dei mercenari gay che assoldava. Impietosa, la cronaca ecclesiale di questi anni è stata prodiga di casi che rendono comprensibili interrogativi immediati: era giusto svizzero il vescovo che ha dovuto dimettersi per la gravidanza della segretaria; addirittura cardinale, oltre che arcivescovo, l’austriaco ritiratosi in convento dopo la rivelazione delle «molestie» sui giovani seminaristi; americani i presuli le cui diocesi rischiano la bancarotta per i risarcimenti provocati da storiacce sessuali… Dunque, in noi, nessuna pruderie da cattolico timorato, nell’escludere quanto pure, non conoscendo i protagonisti, non avremmo rifiutato a priori. Pensiamo di non violare la privacy della vittima e della moglie, rivelando che entrambi erano assai vicini a un’istituzione di laici cattolici, il cui rigore nel vagliare e nel sorvegliare la vita privata degli aderenti è addirittura proverbiale, quasi da leggenda. Ma quel vuoto di comando di 7 mesi, prima di procedere a una nomina che pur sembrava naturale, la migliore, vista la personalità di un Estermann in cui la «vocazione» militare conviveva con l’impegno religioso e l’amore alla Chiesa? Nessun sospetto neppure davanti a quel ritardo? Chi si ponga simili domande ignora quanto continui a operare, in certi ambienti vaticani, il rispetto della tradizione: in questo caso, quella che vuole un non nobiliare davanti al nome altisonante del colonnello comandante della Cohors pedestris Helvetiorum, come suona il nome ufficiale della Guardia Svizzera. Un «contadino» con quella divisa che da quasi mezzo millennio è stata sempre prerogativa di grandi aristocratici? Una ferita ulteriore per la nomenclatura vaticana. Da qui, resistenze che, pare, lo stesso Pontefice ha impiegato mesi per piegare. Quel Giovanni Paolo II che, già nella notte, ha voluto raccogliersi in preghiera, offrendo a Dio di accettare la sua volontà, anche se così tragica. E, a viste umane, così incomprensibile.

© Corriere della Sera