Tra Bologna e Assisi

29 settembre 1997 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Giovanni Paolo II non crede in Gesù come Messia annunciato dai profeti d’Israele. Non ci crede perché ha raggiunto quel vertice della vita spirituale che è la mistica. A differenza del «credente» che, per dirla con San Paolo, vede sì, ma «come in uno specchio», il mistico è colui che scorge, constata, tocca. Non si «crede» in ciò che è tangibile, se ne prende atto. Così sembra essere per questo prete polacco, davanti al Cristo di cui è Vicario in terra, a tal punto che, a volte, come mi confidavano i suoi intimi, occorre trascinarlo via dalla cappella privata, nel cuore della notte. Ma il mistico è anche colui che a tal punto ha affinato la sensibilità da cogliere sino in fondo (con una gioia che si mescola alla sofferenza) il mistero in cui l’umanità è immersa. È colui che è consapevole che l’universo altro non è che un misterioso, immenso sistema di orme, tracce, impronte di un Creatore che ha scelto il chiaroscuro, lanciandoci segnali che solo il mistico, appunto, sa decifrare. Pensavo a questo, l’altra sera, scrutando il volto di Karol Wojtyla, Sommo Pontefice Romano, rannicchiato sul seggiolone accanto al palco bolognese dove (come da contratti con sponsor, reti televisive e religious manager vari) si era programmato di «far festa», tra lo strimpellio di chitarre d’annata e le voci arrochite di quelli che, per i giovani, sono i venerandi «cantanti di papà». Scrutavo quel volto, e mi sembrava di non scorgervi soltanto la sofferenza abituale, quella del corpo, che l’accompagna da anni. Dietro quel tentativo di sorriso tirato, dietro quegli accenni di applauso a ogni «numero» previsto dal copione, mi sembrava di scorgere una sofferenza ancor maggiore. Quella dell’uomo di Dio, che pareva domandarsi che ci facesse lì, tra strilli e mossette di menestrelli, mentre, a poche decine di chilometri di distanza, dei figli suoi piangevano i loro cari defunti, o soffrivano all’addiaccio, o contemplavano le macerie di quella che era stata la loro casa. Ma forse anche l’inquietudine sofferta di quel mistico che è, di fronte a ciò che non poteva non apparirgli come «un segno». Uno ulteriore. La statuetta di una Vergine, con il nome Medjugorje inciso sul basamento, ha pianto sangue, tra le braccia stesse di un vescovo, alle porte di Roma, in quella Civitavecchia che è lo storico accesso alla Città Santa. Le fiamme hanno lambito, nella cattedrale di Torino (luogo enigmatico di santità e di diabolico), l’Icona stessa del Cristo. Ora la terra trema ad Assisi e uccide, con due poveri tecnici, il maestro dei novizi e un giovane postulante, polacco e attratto tra quei conventuali cui appartenne padre Kolbe, al Papa tanto caro da far violenza persino alle norme canoniche pur di metterlo al più presto sugli altari. Giovanni Paolo II è, come ogni Pontefice, «primate d’Italia»: e, dell’Italia, Francesco d’Assisi è patrono principale. Negli affreschi che il crollo ha distrutto, il maestro medievale aveva rappresentato gli inizi stessi della Chiesa che si prepara a celebrare l’ingresso nel suo terzo millennio. Davvero «segni»? O soltanto una superficialità illuminista può vedervi una serie di curiose coincidenze? Bisognerà che, un giorno, qualcuno tenti di rivelare la segreta «chiave apocalittica» di un pontificato che padre Pio preconizzò, vedendosi davanti un giovane e sconosciuto prete polacco. Occorrerà pure cercare di decifrare l’ansia misteriosa che sta dietro quella sorta di ossessione per il duemillesimo compleanno di Cristo o per il tentativo di purificare, a suon di dolorosi mea culpa, gli uomini di Chiesa in vista dell’ingresso nel tempo che sarà scandito dal Giubileo. Ma sì, pensavo a questo mentre, su un piazzale di Bologna, quel vecchio in abito bianco aspettava che giungessero le ventitré, ora «decente» per finalmente congedarsi. E mi permettevo di pensare che, solo, si sarà gettato ginocchioni ai piedi del suo letto, varcando con la preghiera i 180 chilometri che lo separavano da Assisi, dalla tomba di Francesco, forse ultimo tra i «segni» di quel «sistema di segni cristici» che per lui, come per ogni mistico, sono il mondo e la sua storia. No, non a Bologna, non nel rock, quella sera, il Mistero bussava a quel cuore.

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