Tornare alle origini e allontanarsi dai riti di massa. Una proposta: dal 25 dicembre spostiamola al 15 agosto

24 dicembre 2000 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Natale? Il fastidio per l’ovvio impone di liberarsi innanzitutto della solita, moralistica lagna. La filippica, cioè, contro l’orgia di consumismo cui è ormai ridotto il dicembre che fu cristiano. Verissimo, naturalmente. Ma non dimentichiamo che, per esorcizzare le giornate più brevi dell’anno e impetrare la rinascita del Sole, gozzovigliavano già i pagani. E che, oggi, anche in Paesi che non furono né sono cristiani -il Giappone, ad esempio- risplendono più che mai in questo periodo i supermercati, carichi di addobbi e colmi di ogni genere di inutilità. Il mondo ebraico stesso non celebra la sua hannukah, la Festa delle Luci, in prossimità del Natale cristiano? Anzi, con il pretesto della vicinanza della fine del mese di Ramadan, da tempo persino nel mondo islamico ci sono segni di un adeguamento a una sorta di «clima natalizio», inteso nel senso dell’Occidente postmoderno. C è, insomma, un bisogno universale di far festa all’inizio dell’inverno, attorno ai giorni di passaggio da un anno all’altro. Solo uno sprovveduto può scandalizzarsi se questo richiamo ancestrale (la lotta tra luce e tenebra, tra vita e morte simboleggiati dalla sconfitta e vittoria del Sole), assume oggi l’aspetto di un ritorno a forme pagane. Diciamolo fuori dai denti: dopo venti secoli di persecuzione e di esilio, gli dèi dell’ Olimpo -apparentemente ibernati, ma mai davvero morti- sembrano volere celebrare la loro rivincita. In qualche contrada europea, la millenaria «parentesi cristiana» pare ormai in via di conclusione. Senza proclami, senza drammi almeno apparenti, senza complotti di oscuri ideologi, ma per la forza delle cose -e per la debolezza delle Chiese- sta per consumarsi, o si è già consumato, il congedo dal Vangelo. E’ la «apostasia tranquilla» di cui parlano i sociologi più avvertiti: e non inganni il presunto «ritorno della spiritualità» che è, semmai, un segno ulteriore del distacco dalla sana materialità, dall’oggettività dell’Evento cristiano. Perché, dunque, la Gran Festa di dicembre dovrebbe avere ancora qualcosa a che fare con quel Giudeo di Nazareth? Invece di tuonare contro la malizia dei tempi, compito di noi, superstiti credenti, dovrebbe essere il prendere atto realisticamente della situazione: si è ormai minoritari, è indubbio; si cerchi almeno di non essere complici. Si cominci (lo proponevamo tempo fa su un giornale cattolico) col separare le responsabilità. La data invernale del Natale fu scelta per cristianizzare le feste romane di Mithra, Sol Invictus: per purificare, vi accennavamo, la peccaminosa baldoria pagana dello scorcio dell’anno. In realtà, stando al vangelo di Luca, l’angelo apparve a dare l’annuncio della nascita del Messia a dei «pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge». A noi stessi capitò di partecipare a una messa di mezzanotte a Betlemme e raramente patimmo un freddo tanto pungente come in quella cittadina della Giudea montana. Ancor oggi, come allora, in dicembre le pecore sono ben chiuse nei ricoveri e i pastori dormono nelle loro case. La Natività, dunque, deve essere avvenuta in un periodo di clima più clemente. Ma, allora: se per molti secoli ha funzionato la sovrapposizione della nascita di Gesù ai riti invernali per Mithra, ora quell’abile trovata pastorale si è tramutata in un problema. Il paganesimo ha preso la sua rivincita ed è adesso lui a oscurare la vernice evangelica. Da qui, la proposta, che non è provocazione, bensì parere praticabile e meditato: spostare, nel calendario liturgico, il Natale al 15 agosto (il Ferragosto, le Feriae Augusti, altra ricorrenza pagana cristianizzata con il ricordo dell’Assunzione di Maria). I vantaggi per la prospettiva di fede? Notevolissimi. Città deserte, tutti in vacanza, negozi chiusi, i nonni in montagna, le zie al mare, i giovani in giro per il mondo, persino i postini e i corrieri in ferie: il peggior periodo dell’anno per il commercio, per lo smercio di regali, per l’invio ossessivo di pacchetti omaggio e buste di auguri, per la retorica del vogliamoci-tanto-bene familista, per il buonismo edificante del concerto benefico. A ciascuno il suo: al consumo la sua festa invernale, senza sensi di colpa e senza tartufesche scappellate alla «religione». A quest’ultima la sua, di festa, c on una identità ritrovata: non solo senza eccessi commerciali, ma pure senza renne, abeti, babbinatale, queste aggiunte del paganesimo nordico a quello mediterraneo. Intendiamoci: a una simile proposta è del tutto estraneo ogni rigorismo puritano, da giansenista rompiscatole che colpevolizzi l’umanissimo desiderio di andar per negozi e boutiques. Il Dio di quel Gesù accusato di essere «un mangione e un bevitore» (Mt 11,19), ci scampi dagli austeri banditori dell’etica pura e dura. Gli ambienti cristiani, oggi, sono fin troppo tentati di demagogia anticonsumista, auspicando la miseria per tutti come rimedio alla fame di alcuni. L’eroica rinuncia francescana è una splendida vocazione: ma -lo dice la parola- per chi vi è chiamato, vi è vocato. E’ un «consiglio» per alcuni, non un dovere per tutti. Proprio il Natale è diventato il luogo classico di un «miserabilismo» che poco ha a che fare con il Vangelo così come sta. Giuseppe non era un proletario affamato, ma uno stimato artigiano e, come tale, con un livello di vita decoroso. La nascita di Gesù non avviene in una grotta ma, presumibilmente, in una sorta di dependance del caravanserraglio, dove -secondo l’uso generale orientale- convivevano uomini e animali. Da qui la «mangiatoia» (ma non vi è traccia, nei testi canonici, di buoi e asinelli) del vangelo di Luca. Il quale precisa a chiare lettere che, per la Sacra Famiglia, «non c’era posto nell’ albergo»: ma non perché a Giuseppe mancassero i denari, ma perché non aveva prenotato. E Betlemme era affollata per l’arrivo di coloro che, come lui, dovevano farsi censire. Insomma, proprio perché cristiani, nulla abbiamo a che fare con il moralismo pauperista. Ma neppure nulla vogliamo avere a che fare con gli indubbi eccessi di un amore per le cose che si fa culto idolatrico, frenesia dell’avere che oscura l’essere e, in quanto tale, è scimmia capovolta del vangelo. Così come ne è caricatura la melassa buonista -da «partita del cuore», da «pubblicità -progresso», da televisiva «maratona benefica»- che si è raggrumata attorno al Natale, pretendendo di avere qualcosa a che fare con quel vangelo dove risuonano le invettive contro i farisei e gli ipocriti. Unicuique suum, a ciascuno il suo, come ricorda il motto proprio sotto la testata del giornale vaticano. Il rimedio è praticabile e, ne avessimo lo spazio, potremmo documentarne i modi concreti (la recente riforma liturgica ha imposto mutamenti ben più rivoluzionari): l’inizio dell’Avvento alla metà di luglio, di conseguenza la festa della Natività il 15 agosto. E a chi obietta che, così, toccherebbe all’emisfero Sud avere il Natale invernale, si può replicare che il problema da risolvere riguarda soprattutto Europa e America del Nord. In questo modo, chiarezza (e rispetto) per tutti, libera scelta tra giornata in spiaggia o in chiesa, fine del tormento degli auguri per impossibilità di reperire parenti, amici, conoscenti. E un cartello -«Chiuso per ferie»- alla porta delle Città Mercato. Crediamo che anche i miscredenti ce ne sarebbero grati.

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