Tiberiade, passerella sommersa per camminare sulle acque

2 febbraio 1999 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Viene subito in mente -è inevitabile- la vecchia facezia che circolava in sagrestie e conventi a proposito di incredulità dei Farisei. Un gruppo di questi (sulle rive, appunto, del lago di Tiberiade) osserva Gesù che cammina su e giù sulle acque più profonde. Alla fine, se ne vanno scuotendo il capo: «E questo sarebbe l’atteso Messia? Ma non vedete che non sa neanche nuotare!…». Reso omaggio alla freddura clericale, è probabile che il gioco delle parti pretenda da un cristiano indignazione per il progetto israeliano di offrire ai pellegrini di farsi essi pure «marciatori sull’acqua». D’accordo, d’accordo, ovviamente: Disneyland, Son et Lumière, Cecil B. De Mille, mercanti nel Tempio, e quant’altri nomi ed epiteti si vogliano tirar fuori per facile associazione di idee. Ma, proprio da cristiani, ci viene in mente che lo stracciarsi subito le vesti connota, nel Vangelo, personaggi non troppo positivi. Il gridare sempre allo scandalo non è fra le esortazioni della Scrittura, del Nuovo Testamento innanzitutto. Scriviamo, è onestà precisarlo, da cattolici. Dunque, non rispondiamo della rispettabile, ma diversa, prospettiva dei protestanti. I quali, presi dall’ideale di una fede «pura e dura», tutta e solo basata sull’«ascolto della Parola», accusano il cattolicesimo di essere «la religione del vedere». In effetti, è così; né c’è da pentirsene, né da avanzare una di quelle «richieste di perdono» cui certi preti si abbandonano oggi con una sorta di sado-voluttà. È proprio grazie a questo «bisogno di vedere» che il cattolicesimo è stato nella storia il maggior committente e ispiratore di arti come pittura, scultura, architettura. Anche il fasto liturgico o le processioni sono in questa prospettiva, che altro non fa che prendere sul serio l’Incarnazione. Anche i sensi, infatti, devono partecipare alla fede, questa deve coinvolgere non solo lo «spirito», ma la persona umana tutta intera, composto inscindibile di corpo e anima. Expertus potest credere, diceva l’antica liturgia: può credere chi «prova», chi «sperimenta», chi «ha esperienza». Riflettendo su questo e dopo le ovvie messe in guardia da spettacolarizzazioni e speculazioni-, si può forse sospettare che la trovata israeliana non sia da respingere subito con indignazione. Vediamo, parliamone, discutiamone. L’utopia generosa dei santi non è stata forse quella di «fare come Cristo», di «sperimentare» con Lui, di immedesimarsi il più possibile nella Sua vita? Non comprando un biglietto, certo. Ma c’è un cristianesimo dei «semplici» che ha più diritti di quello degli snob e dei moralisti: parola di Gesù stesso.

© Corriere della Sera

5 commenti
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