Profezia e martirio

14 maggio 2000 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Il padre Joaquin Alonso, religioso spagnolo, fu forse il maggiore, certo il più conosciuto, fra gli studiosi degli eventi di Fatima. Uomo di grande scienza (era docente di teologia in un’università pontificia romana), poco prima di morire, nel 1981, lanciò un appello a Giovanni Paolo II: “Oggi, forse, non esistono più le ragioni di prudenza che convinsero Giovanni XXIII e Paolo VI a non divulgare il cosiddetto terzo segreto. Santità, lo faccia conoscere, per mettere fine a questo fiume di ipotesi, speculazioni, pseudorivelazioni che danneggiano la credibilità del grande messaggio della Vergine”. Seppure con quasi vent’anni di ritardo, il padre Alonso -e, con lui, tanti altri- è stato ascoltato. Ma, con lui, è stata ascoltata soprattutto suor Lucia che ha atteso ben quarant’anni che fosse rispettata la consegna datale dalla Madonna stessa: il testo, nella sua integrità, avrebbe dovuto essere annunciato al mondo nel 1960 dal Pontefice allora regnante. Sia dunque resa lode all’operazione di glasnost, di trasparenza voluta da Papa Wojtyla che, anche questa volta, deve avere superato non poche resistenze interne alla Chiesa. A differenza, però, della “operazione richiesta di perdono” (quando -almeno inizialmente- il Papa dovette misurarsi con la perplessità del cardinal Joseph Ratzinger) pare che questa volta l’accordo tra i due sia stato senza incrinature. La glasnost di Wojtyla ha fatto cadere l’ultimo muro del Sant’Uffizio. Non si dimentichi che all’attuale prefetto della Congregazione per la fede si deve l’apertura totale degli archivi del Sant’Uffizio. Ora, da quanto sembra, le poche righe in portoghese scritte da suor Lucia erano l’ultimo documento top secret conservato negli archivi di quella mitica istituzione. Comunque, per cercare di capire, va inquadrata la situazione. Non era (possiamo oramai usare l’imperfetto, anche se nella sua integrità ancora non è noto), non era un «terzo segreto» ma, semmai, l’ultima parte di un messaggio compatto che solo per convenzione si poteva suddividere in sezioni. Avvenne durante la terza apparizione, il 13 luglio del 1917: la Signora «splendente più del Sole» rivelò ciò che possiamo sintetizzare così. Primo: i castighi di Dio per i nostri peccati. Secondo: i mezzi per evitare quei castighi. Quanto alla prima parte, fu mostrato l’inferno ai bambini terrorizzati. Fu detto poi che, «se non si cessava di offendere il Signore, nel regno di Pio XI comincerà una guerra peggiore di quella che sta per finire». Si aggiunsero predizioni -che oggi assumono risalto particolare- circa la «punizione del mondo mediante la guerra, la fame e le persecuzioni contro la Chiesa e contro il Santo Padre». Fu aggiunto: «La Russia diffonderà nel mondo i suoi errori, suscitando guerre e persecuzioni alla Chiesa. Molti buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire». Per venire alla seconda parte, tra i mezzi per evitare quei disastri: «devozione al Cuore Immacolato» di Maria, «consacrazione della Russia» a quel Cuore, comunione riparatrice ogni primo sabato del mese. L’ultima frase della parte sinora nota del messaggio dice: «Il Portogallo si manterrà sempre nella dottrina della fede». Poiché qui seguiva lo spazio bianco, quello «censurato», l’ipotesi più logica era che altrove quella dottrina sarebbe stata abbandonata o, almeno, contestata. Come avvenne, in effetti, negli anni Sessanta -allorché il testo doveva essere rivelato- per effetto congiunto del postconcilio e del Sessantotto. Fautore di questa interpretazione era anche il maggior mariologo vivente, il prete francese René Laurentin. Ci viene ora rivelato che (per stare alla sintesi chiara e al contempo un po’ criptica del cardinal Sodano), il cosiddetto terzo segreto «riguarda soprattutto la lotta dei sistemi atei contro la Chiesa e i cristiani e descrive l’immane sofferenza dei testimoni della fede dell’ultimo secolo del secondo millennio». «Questa interminabile Via Crucis è guidata dai vescovi». «E uno di questi, quello vestito di bianco, camminando tra i cadaveri degli uccisi, cade a terra come morto», colpito dai colpi di un’arma. Si capisce così perché, proprio prima di recarsi a Fatima, Giovanni Paolo II abbia voluto celebrare, con una solenne liturgia, la memoria dei martiri cristiani per mano delle ideologie moderne. E si capisce anche la decisione (che, per quanto importa, ci trova consenzienti) di non pubblicare il testo nudo e crudo, ma di accompagnarlo con una sorta di guida alla lettura preparata dai teologi di Ratzinger. Il genere profetico è il più fascinoso ma, al contempo, il più insidioso, mescolando piani e tempi ed essendo per sua natura infarcito di simbologie, con un linguaggio spesso apocalittico. La meritoria glasnost di questo papa, al quale nessuno vorrà negare la virtù del coraggio, esige franchezza anche da parte dei commentatori. C’è, dunque, una prima osservazione da fare, in attesa di disporre del testo completo. Quando si supponeva che la profezia riguardasse la crisi della Chiesa dopo il Vaticano II, la sorprendente decisione di Papa Giovanni di non rivelare il messaggio era interpretata da molti come la rimozione di un testo in qualche modo «guastafeste», visto che intenzione di quel futuro beato era quella di convocare il Concilio. Si vede ora come questo sospetto fosse ingeneroso verso quel pontefice, visto che i pericoli annunciati dal Cielo attraverso suor Lucia non venivano dall’interno della Chiesa. Si aprono, però, nuove domande. Quando fu chiesto a suor Lucia perché il «segreto» fosse da leggere soltanto nel 1960, rispose: «Perché allora tutto sarà più chiaro». Ma proprio allora era il tempo di quel Kruscev che, malgrado la leggenda rosa creatagli attorno dal mito occidentale, fu secondo solo a Stalin nella persecuzione antireligiosa. Quel martirio cristiano che la profezia annuncia raggiunse allora uno dei suoi culmini. Eppure, poiché Roma desiderava a ogni costo che il Concilio fosse «ecumenico» e si voleva che partecipasse una delegazione della Chiesa russa, si aprirono trattative con il Patriarcato di Mosca che, come tutti sapevano, era controllato interamente dai servizi segreti sovietici. Si giunse a un accordo (che non è dietrologia, ma storia documentata): i russi avrebbero inviato una loro delegazione. In cambio, il Concilio non avrebbe fatto neppure il nome del comunismo: così infatti fu, come può constatare chiunque scorra l’indice analitico dei documenti, dove neppure una volta ricorrono i termini «comunismo» o «marxismo». Questo, proprio mentre i cristiani subivano il martirio per mano comunista. Da tempo questa omissione da parte del Vaticano II è causa di polemiche nella Chiesa. Non occorrono altre «profezie» per prevedere che queste polemiche si riavvieranno dopo la rivelazione che persino il Cielo preannunciava le sofferenze dei credenti proprio in quegli anni Sessanta che (parola di suor Lucia) avrebbero chiarito a che cosa ci si riferiva. Forse per questo Paolo VI, alla chiusura della terza sessione del Concilio, inviò la Rosa d’Oro al santuario di Fatima, rinnovò la consacrazione al Cuore Immacolato e, soprattutto, decise di recarsi in Portogallo? Quasi un senso di colpa di quel grande, tormentato pontefice per una decisione di tacere che, peraltro, non era stata sua? Solo l’analisi del testo completo potrà chiarire almeno parte del grande enigma.

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