Pinocchio, bravo burattino cattolico. I laici insorgono

15 aprile 1999 :: Corriere della Sera, di Dario Fertilio

C’era una volta… un burattino, direte voi, amanti di Pinocchio. E invece no, c’era una volta un bravo bambino cattolico. Un po’ scapestratello, all’inizio, tanto è vero che il suo papà Geppetto, come il buon Gesù, dovrà soffrire alquanto prima che appaia la Fata dai capelli turchini, trasparente simbolo della Madonna… Ma come, vi stupirete voi fan di Pinocchio, non avevamo sempre saputo che Carlo Lorenzini da Collodi, scapolo impenitente in odore di massoneria, intendeva raccontarci una favola intrisa di spirito risorgimentale, un libro Cuore immaginifico quanto pedagogico? Non ce l’aveva insegnato un altro toscano doc, Giovanni Spadolini, a considerare il burattino come metafora dell’uomo nuovo, laicamente redento dall’etica del lavoro e della responsabilità? Tutto vero, però l’ora della riscossa cattolica è suonata. Non da oggi, in verità: l’arcivescovo di Bologna, Giacomo Biffi, più di vent’anni fa aveva consegnato alle stampe il saggio Contro maestro Ciliegia (ristampato da Mondadori) per sostenere che tutta la storia collodiana era da leggere alla luce del Vangelo. La novità sta nel fatto che Biffi, concludendo la sua opera di «conversione postuma», domani andrà a visitare la sua casa natale in provincia di Pistoia, e pronuncerà un discorso per corroborare la tesi letterario-religiosa. Ce n’è abbastanza per riaprire il conflitto: a chi tocca il burattino? Per parte cattolica, lo scrittore Vittorio Messori dichiara senza mezzi termini di «condividere in pieno» l’interpretazione di Biffi. «Come tutte le grandi opere -spiega- Collodi ha scritto qualcosa che è andato al di là delle sue intenzioni. Il suo libro enigmatico, concepito di malavoglia per sopperire a un debito di gioco, interrotto a metà con l’impiccagione del burattino e ripreso per non deludere le aspettative dei suoi giovani lettori, descrive in realtà un percorso di salvezza. Pinocchio è l’uomo che sfugge alla grazia del padre, ma Geppetto lo insegue con il suo amore; la Fatina dai capelli turchini ha la stessa funzione della Madonna, il Paese dei balocchi è l’Inferno dove regna il diabolico Postiglione, e dove i bambini si riducono a bestie…». Messori non nega che molte altre interpretazioni siano possibili: esoteriche, psicanalitiche, massoniche. L’altolà glielo pone tuttavia lo storico Aldo Mola: «L’unica lettura autentica di Pinocchio, per chi conosca la personalità del suo autore, è quella umanistica e laica. Certo, il liberalismo post risorgimentale condivide l’idea della redenzione dell’uomo dalla rozzezza, attraverso il sacrificio personale e un cammino iniziatico. Ma si tratta anche di un affrancamento dal malgoverno clericale di molte regioni italiane». Che poi dal Pinocchio emani odore di sacrestia non lo crede Piero Citati, uno dei più raffinati esegeti dell’opera collodiana: in passato è ritornato più volte, ad esempio, sulla ambiguità della Fata Turchina, che a volte si presenta come regina delle fate, un’altra come visitatrice dal paese dei morti. Nemmeno lui, però, si sogna di escludere la molteplicità delle possibili interpretazioni: come per tutte le grandi favole. E allora, a ciascuno il suo Pinocchio: così fu se vi pare? .

© Corriere della Sera

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