Paolo IV firmò l’abolizione piangendo

25 aprile 1999 :: Corriere della Sera, di Giulia Borgese

La discussione sul latino non è nuova, d’accordo, ma ai nostri giorni in cui si parla tanto d’Europa ritorna naturalmente di attualità: dice Adriano Prosperi nell’articolo qui sopra che il latino era fino agli anni Sessanta il segno massimo della cultura europea. Un segno che è stato programmaticamente cancellato e sostituito, sia nella liturgia sia nelle scuole, con le lingue nazionali. Soprattutto con l’inglese, anzi con una forma di inglese che non ha più niente a che fare con la lingua di Dickens. Ed è questo pallido, o se si vuole variopinto, simulacro di una grande lingua che sta pigliando il posto che fu del latino come mezzo di comunicazione internazionale. Domandiamo a Cesare Segre, professore di filologia romanza all’Università di Pavia, che cosa pensa della cancellazione del latino dai programmi scolastici. «Noi parliamo latino senza saperlo», dice. «La nostra lingua è il latino, così come è andato trasformandosi in duemila anni. Perciò ignorare il latino vuol dire capir e ben poco anche dell’italiano. Inoltre, rinunciare al latino vuol anche dire cancellare quell’unità originaria che sussiste tra italiani, francesi, spagnoli, portoghesi e romeni. E, appunto, oggi si parla di Europa! Spero che ci si accorga della necessità, per qualunque persona colta anche nei paesi non neolatini, di ricominciare a studiarlo». Di parere opposto è Carlo Augusto Viano, che ha la cattedra di storia della filosofia a Torino: «Io sono molto favorevole alla fine del latino di massa, soprattutto in Italia dove si parla una lingua che non viene intesa al di là delle Alpi, mentre non si imparano le lingue moderne. E poi, del latino non si conosce la civiltà: invece di torturare i ragazzi facendogli tradurre una pagina di Tito Livio, sarebbe meglio -e anche più divertente- far loro leggere Livio in italiano. Il latino, lingua morta da imparare a tavolino, era l’asse portante della nostra scuola, e praticamente insegnava a studiare passivamente anche le lingue vive. Comunque spero che oggi nessuno dica più che il latino insegna a ragionare, mentre il tedesco o l’inglese no. Piuttosto, io potenzierei l’insegnamento del latino per chi lo sceglie all’Università». Lo scrittore Vittorio Messori premette che lo studio di otto anni di latino -dalla prima media alla fine del liceo classico- gli ha permesso di controllare la lingua e non viceversa: «E’ l’analisi logica che mi fa usare i giusti tempi dei verbi, mi fa riconoscere un soggetto da un oggetto. E questo non soltanto in italiano, ma in tutte le lingue che ho poi imparato, e per prima il tedesco. Quanto alla Chiesa, io non voglio discutere se sia stato un bene o un male l’adozione delle lingue volgari, però voglio dire che prima, quando il latino era la lingua della liturgia, tutti noi cattolici, in qualsiasi paese straniero ci trovassimo, sapevamo di partecipare ad una comunità, non ci sentivamo mai estranei. Recentemente sono stato a Malta e sono andato in chiesa a sentir messa, naturalmente in maltese. La lingua maltese è influenzata dall’arabo al punto che Dio lo chiamano Allah». «Così -continua Messori- mi è toccato di sentire un sacerdote cattolico in mezzo a una folla di cattolici, alzare le braccia al cielo e invocare Allah! D’altra parte ricordo bene che Paolo VI firmò piangendo il decreto che sanciva la fine del latino: tra le lacrime disse che, benché si rendesse conto che la scelta era indispensabile “quel giorno la Chiesa veniva a perdere una delle sue ricchezze più antiche e più grandi”».

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