Palme: il dolore nella domenica della pace

28 marzo 1999 :: Corriere della Sera, di Michele Brambilla

Oggi è la Domenica delle Palme, un giorno che molti italiani considerano una festa di pace. Chi va a Messa porta a casa un ramoscello d’ulivo, simbolo appunto di benevolenza, accoglienza, conciliazione. Oggi, però, è anche la prima domenica di guerra, di una guerra che, per la prima volta dal 1945, ci riguarda molto da vicino. Mai, da mezzo secolo a questa parte, la possibilità che la pace possa venir meno ci è sembrata tanto concreta. Per questo saranno in molti, oggi, a provare disagio per il contrasto tra il tradizionale clima festivo e le notizie che arrivano dall’altra parte del «nostro» mar Adriatico. Eppure, il contrasto è in realtà solo apparente, perché proprio ciò che la Chiesa ricorda in questa domenica introduce i fedeli ne l mistero del dolore più profondo. Ciò che viene commemorato oggi, infatti, non è una festa di pace, ma l’inizio di una tragedia. Gesù non entra a Gerusalemme per raccogliere allori, ma perché è giunta la sua ora; la gente lo accoglie come un trionfatore, ma solo cinque giorni più tardi muterà le sue grida di «Osanna» in un terribile «Crucifige». È questa la domenica in cui la liturgia propone il brano evangelico della Passione, questa la domenica in cui ci viene ricordato quel venerdì in cui, « da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra». Pochi, forse, sanno che la palma, che per la tradizione biblica è segno di prosperità, di sapienza e di bellezza -i suoi rami venivano portati in segno di vittoria, e per questo vennero agitati all’entrata di Gesù in Gerusalemme- proprio a partire da quella domenica divenne, per i cristiani, una rappresentazione del martirio; e lo stesso ulivo, che oggi viene distribuito al posto delle palme per un semplice motivo «pratico», nell’antichità era raffigurato nelle mani di Minerva, dea della guerra. «Nella Domenica delle Palme», ha scritto il teologo Vinicio Albanesi sull’ultimo numero di Famiglia Cristiana, «nelle chiese e negli oratori scende un silenzio grave, partecipe del dramma e dell’ingiustizia della morte dell’innocente». Innocente, come chiunque muore oggi per una guerra che non ha voluto. La Domenica delle Palme di cinque anni fa Erri De Luca -uno scrittore di grande sensibilità religiosa che più volte è stato nei Balcani come volontario- entrava nella zona est di Mostar, quella musulmana, guidando un camion che faceva parte del convoglio di aiuti inviato dall’Arpa, un’associazione cattolica. Un ricordo, per De Luca, bello e lacerante insieme: «Mi sentivo come uno di un popolo estraneo che cercava di fare qualcosa per gli altri. Sabato scorso, invece, ero in un campo profughi a Nevesinie, nella Bosnia serba, e non mi sentivo più come appartenente a un popolo estraneo, ma come appartenente a un popolo che con una mano distribuisce aiuti, e con l’altra liscia le piste di decollo per i bombardieri». È questa divisione nel comportamento degli italiani che fa soffrire, oggi, De Luca: «Il mio popolo fino a qualche giorno fa stava di là ad aiutare, e oggi sta di qua a bombardare. E ciò che più mi duole è sentire che chi bombarda ha il coraggio di chiamare “azione di pace” quella che è solo una guerra. Questa Domenica delle Palme e questa Pasqua le vivrò stando qui in Italia, ma da separato in casa, perché io continuo a stare dall’altra parte». I ricordi di altre feste avvelenate dalla guerra si accavallano nella memoria di un protagonista della cultura cattolica italiana, il senatore a vita Carlo Bo: «Data la mia grande età, speravo che non avrei mai più vissuto delle Pasque bagnate dal sangue. Ricordo fin troppo chiaramente i tempi pasquali dell’ultima guerra, e non vorrei che anche oggi si ripetesse quella catena di desolazione e di abbandono». Ma per Bo quello che sta avvenendo è anche, purtroppo, una lezione di realismo per tutti coloro che si nutrono di utopie pacifiste: «Si potrebbe anche vedere questo ritorno come una conferma di una verità che troppo spesso dimentichiamo, e cioè che questo alternarsi tra pace e guerra è il simbolo stesso della nostra vita. C’è però una differenza: che allora la guerra poteva essere ancora considerata come espressione e conseguenza di una fragilità della nostra società e della nostra convivenza umana. Oggi, invece, cade tutta la grande speranza costruita in questi anni nonostante gli echi di guerra che venivano da tutte le parti del mondo. Ci illudevamo che qualcosa si era fatto per la costruzione della pace. Purtroppo, l’ultima realtà sconfessa e annulla quella speranza, che sarebbe più giusto chiamare illusione». E realista è anche lo scrittore Vittorio Messori: «Il cattolico dovrebbe sapere bene che la pace promessa da Cristo non ha niente a che fare con la melassa pacifista. “Vi lascio la pace, vi do l a mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi”, dice Gesù ai discepoli al momento del congedo». Il realismo non impedisce, comunque, di esprimere un giudizio molto duro sull’intervento della Nato in Serbia: «In una prospettiva cristiana», continua Messori, «questa guerra è ancora più scandalosa perché fatta con il pretesto dell’intervento umanitario. In nome dell’umanità, si stanno sterminando gli uomini». E c’è un altro aspetto che Messori tiene a sottolineare: «Un aspetto che, sempre in una prospettiva cristiana, è particolarmente inquietante. Ed è questo: gli Stati Uniti, travestiti prima da Onu e poi da Nato, hanno fatto una precisa scelta di campo, stabilendo che i carnefici sono i serbi cristiani, e le vittime gli albanesi musulmani. Ora, io so bene che il peccato originale tocca tutti, cristiani compresi, e che quindi non ci sono mai i buoni da una parte e i cattivi dall’altra: ma proprio per questo trovo assurda la demonizzazione dei serbi che si è fatta in questi anni. E trovo singolare e, ripeto, inquietante, che per la prima volta nella storia l’Occidente, che ha sempre combattuto per la cristianità, ora combatte per favorire l’avanzata dell’islam verso nord. Prima ha promosso la nascita, in Bosnia, di una repubblica fondamentalista islamica, e ora favorisce gli albanesi a danno dei serbi, che per secoli sono stati lo zoccolo duro della resistenza cristiana contro i turchi musulmani. Di questo, mi pare che non ci sia consapevolezza, neanche nella Chiesa».

© Corriere della Sera

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