Messori: una sigaretta in meno come atto di fede

28 novembre 1998 :: Corriere della Sera, di Enzo D’Errico

«Lo so, molti diranno: ma cos’è questo, il decalogo del bravo parroco di provincia? Un vademecum buonista fatto di fioretti e azioni meritevoli? Non c’è dubbio che il rischio di venir fraintesi esista… Per capire, invece, bisogna inquadrare tutto in una prospettiva di fede». Le nuove «disposizioni» per ottenere l’indulgenza giubilare non sembrano stupire più di tanto lo scrittore cattolico Vittorio Messori. «Smettere per un giorno di bere o fumare, devolvendo ai poveri quanto si sarebbe speso per un pacchetto di sigarette o un bicchiere di vino, può far sorridere o addirittura indispettire un laico. Ma, come si diceva nel ’68, bisogna andare a monte del problema». Proviamoci, allora. «Dobbiamo partire dal peccato. Attraverso la confessione, il sacerdote perdona la colpa a nome di Cristo. Questo, però, non basta: resta sempre una pena da scontare. Nella Chiesa primitiva, l’espiazione avveniva in terra: tre anni a pane e acqua, il pellegrinaggio a Santiago de Compostela o altre cose del genere». Poi cos’è cambiato? «Beh, con il passare del tempo la dottrina cattolica ha reso la pena trascendente, facendola scontare nell’aldilà. In purgatorio, tanto per capirci». E l’indulgenza? «Diciamo che è un modo d’abbreviare la condanna: un sistema che, in un’era secolarizzata. può anche apparire “umano, troppo umano”, per dirla con Nietzsche». Quindi tenersi lontani dal fumo per un giorno aiuta ad andare in paradiso? «Messa così, suona come una cosa grottesca. Il sistema delle indulgenze è tuttora in vigore nella Chiesa. La sua validità è stata ribadita dal nuovo catechismo e dal diritto canonico. Siamo di fronte, insomma, a una questione ben più complessa». Ma che valore religioso può avere una sigaretta in meno? «Intendiamoci, mica esiste un Padreterno sadico che infligge sofferenze per concedere il perdono… Il ragionamento è diverso: per un cattolico, il dolore è una benedizione, una via di salvezza. E la penitenza rappresenta una manifestazione di fede. D’altronde, la bolla papale specifica pure che il denaro non speso per fumo e alcol va devoluto ai poveri». Il semplice «fioretto», insomma, non basta? «Qualunque atto di carità compiuto nel nome di Dio ha valore eterno: è la fede che si trasforma in opera. Gesù ha detto: se in nome mio darete da bere agli assetati, sarete salvati. Capisco, dunque, che rinunciare alle sigarette per guadagnare un’indulgenza possa apparire soltanto un gesto destinato a far sorridere la maggioranza delle persone. Ma ciò che un cattolico chiede è giustizia per la sua fede, null’altro. Chi vuole comprendere deve necessariamente porsi nella prospettiva del credente».

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