Messori: tante chiacchiere aumentano solo consumo e fascino delle droghe

12 febbraio 1998 :: Corriere della Sera, di Luigi Offeddu

La parola droga divide le coscienze, anche quelle dei preti. E un cattolico atipico come Messori che ne pensa? «Penso, da cattolico, che il paradiso non è di questa terra. Che non esistono soluzioni totali. E non si può creare una società perfetta manovrando le leggi. Questa è la vecchia illusione illuministica. Ma ogni legge che risolve un problema ne crea altri. O si casca in quella che Vico chiamava eterogenesi dei fini: le buone intenzioni che si rovesciano nel loro contrario. Come fu in America con il proibizionismo sull’alcol, preteso dall’ossessione moralistica dei protestanti. Volevano sradicare il vizio con le leggi, invece crearono la vera illegalità». Allora proibire la droga è sbagliato? «C’è del bene e del male in questa posizione e in quella opposta. L’antiproibizionista Pannella e il proibizionista Gasparri sono figli della stessa mentalità. Ma davanti ai problemi sociali non ci sono formule magiche, pozioni alchemiche alla Di Bella». Ma si dovrà decidere, dopo le parole del giudice Galli Fonseca… «Sì. Primo: bisogna tornare al realismo dei Vangeli e di San Tommaso. Che diceva: “La politica è l’arte di far convivere gli uomini fra loro ma, al massimo, può solo limitare i danni”. Secondo: bisogna confrontarsi non sugli schemi ideologici (droga sì, droga no) ma sulla realtà, studiando i vari sistemi -Svizzera, Olanda e così via- e trovando non il meglio, che non esiste, ma il meno peggio. Terzo, bisogna porre l’embargo sulle chiacchiere che si fanno intorno alla droga» Come? «Sì, basta con il chiacchiericcio infinito sulla droga, basta discorsi buonisti, campagne edificanti e dibattiti con preti impegnati. Si operi, ma nel silenzio. Per tre anni, è vietato pronunciare sui mass media la parola droga». E poi? «E poi si vedrà che il consumo è calato. Non sparito, perché il bisogno di droga è fisiologico nella nostra cultura. Ma calato, sì. Più si tenta di dissuadere dalla droga parlandone in pubblico, più aumentano il suo consumo e il suo fascino. Così è stato nei Paesi scandinavi. È un’altra illusione illuministica che la salvezza possa venire dalla denuncia verbale, dimenticandosi della realtà. Ma la demonizzazione isterica causa la fascinazione: come accade per la pedofilia o il razzismo». Mussolini censurò gli articoli che parlavano dei suicidi… «Non ho paura di questa parola: censura. Ma quella che propongo io è a tempo, garantita da leggi implacabili: in tribunale ogni buonista che infranga il divieto». Lei dice che il bisogno di droga è fisiologico nella nostra cultura… «Sì. E solo nella nostra. Ecco il fatto su cui il cristiano dovrebbe alzare la sua voce profetica. E non limitarsi a fare il barelliere, a creare lazzaretti per i feriti della società. Come fanno certi preti impegnati -naturalmente in ottima fede- che accettano la vulgata corrente aggiungendovi uno spruzzo di buonismo. Meglio farebbero, i cattolici, a chiedersi perché la droga sia oggi un bisogno fisiologico». Appunto : perché? «Perché deve riempire un vuoto, placare l’angoscia causata dal mistero: l’uomo non sa da dove viene, dove va, perché deve morire; e il non sapere crea angoscia. Bisogna stordirsi per non pensare. Ecco dunque la droga o i vari “ismi” come tappabuchi: chimiche o ideologiche questa società ha bisogno di droghe. Ed ecco il dovere del cristiano: riproporre il Dio cristiano come definitivo tappabuchi». Ma questa angoscia non è in ogni epoca? «No. Nell’Europa cristiana, i crociati cercarono di importare la droga dall’Oriente e così fece Venezia. Ci provarono anche spagnoli e portoghesi dalle Americhe o dall’Asia. Fallirono tutti perché, agli europei di allora, la droga non interessava. Nell’Europa postcristiana, poi, cocaina e hashish si diffusero come uno sfizio in un’élite irreligiosa: penso a Verlaine, Rimbaud e D’Annunzio. Infine vennero gli Anni ’60 e la droga, per la prima volta nella storia, diventò un fenomeno di massa. Come purtroppo è ancora oggi: non una cosina che si possa combattere in un dibattito, strimpellando su una chitarra».

© Corriere della Sera