Messori: ma non è così che gli si rende merito

15 giugno 1996 :: Corriere della Sera, di Marisa Fumagalli

Il commissario Calabresi morto in odore di santità? Lo scrittore cattolico Vittorio Messori riflette: «No, lo escludo. Da quello che so era davvero un cattolico esemplare. Ma la proposta di beatificazione mi lascia alquanto perplesso per la sua intempestività. Perché rinnovare odi e strumentalizzazioni politiche? Oggi, invece, bisognerebbe riscoprire la saggezza della Chiesa dei tempi passati, che lasciava trascorrere fino a un secolo, prima di avviare qualsiasi processo di beatificazione». «Lo scopo – spiega Messori – era quello di far raffreddare le passioni che inevitabilmente si coagulano attorno a personaggi forti. Del resto, la Chiesa non ha fretta. Ha davanti l’eternità». Dunque, lei non contesta il merito, ma i tempi? «Sì. Ripeto: qui non è in gioco la figura di Calabresi, ma ciò che ruota attorno. Nei suoi riguardi si accesero passioni politiche esasperate. Per la Sinistra era il demonio, per la Destra, l’angelo vendicatore. Il simbolo dello Stato che reagisce alla barbarie». La sua opinione? «Sono cattolico, ho 55 anni, ho vissuto quell’epoca travagliata come giornalista de La Stampa. E rammento benissimo certi titoli (che io stesso ho fatto) sul commissario Calabresi e sulla sua morte. A dir poco erano settari. Ma quello, purtroppo, era il clima dell’epoca». «Bisogna lasciare che gli animi si plachino – continua Vittorio Messori – bisogna che alla nostra generazione ne subentri un’altra, non emotivamente coinvolta. Dopo di che, non escludo che un giorno potremo avere il primo commissario di Ps beato…». Crede, realisticamente, che l’iniziativa di chiedere il processo di beatificazione di Calabresi possa avere un seguito? «Francamente, no. Penso che sia la Diocesi ambrosiana, sia la Curia vaticana si rendano conto della delicatezza della questione. A questo proposito vorrei citare me stesso, quale curatore della biografia di Francesco Faà di Bruno. Costui fu un personaggio dell’Ottocento, coinvolto nelle passioni e nei contrasti risorgimentali e postrisorgimentali (che furono alla base della nascita dello Stato italiano). Ebbene, la sua proclamazione a beato risale al 1988, esattamente cent’anni dopo la morte». «Se per assurdo – conclude Messori – Calabresi fosse fatto beato ai tempi nostri, non gli renderemmo merito. Troppe volte è stato tirato per la giacchetta. Lasciamolo in pace, almeno per un po’».

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