Messori: la secessione non è contro la fede. Ma non va abbandonata a un Bossi qualsiasi

20 maggio 1997 :: Corriere della Sera, di Michele Brambilla

In un certo senso Vittorio Messori è stato, tra i cattolici, un federalista antemarcia. Nel ’90, quando la Lega era poco più di un fenomeno folcloristico, al Meeting di Rimini disse che l’Unità fu fatta contro la tradizione italiana, e che presto sarebbero venuti al pettine i nodi di quell’errore. Ricorda? «Come no. Fui attaccato da destra e da sinistra. Ma io mi ero limitato a osservare che l’Unità fu fatta sulla base di un progetto giacobino e centralista, mentre la proposta cattolica era quella di una Confederazione. Un progetto federalista, appunto». Quindi i vescovi che adesso «aprono» al federalismo… «Non fanno che rifarsi alla tradizione cattolica. Secondo la quale l’unità deve convivere con la pluralità. In fondo, anche la stessa Chiesa, intesa come istituzione, risponde a questo principio: c’è il Papa e ci sono i vescovi; c’è la Chiesa universale e c’è la Chiesa locale. La fede è una, ma i modi di viverla possono essere i più svariati. E così convivono carismi diversissimi: i francescani e i gesuiti, i domenicani e i benedettini…». Così nella Chiesa. E nell’organizzazione socio-politica? Come applicano, i cattolici, questo principio di «pluralità nell’unità»? «L’ho detto: con il federalismo. E ripeto: nel Risorgimento, i cattolici non erano contro l’Unità. Erano contro quel tipo di centralismo instaurato dalla Rivoluzione francese, un centralismo che ha distrutto quelle diversità che erano la ricchezza dell’ancien régime. La Francia di Luigi XVI non era un regno monolitico, ma una sorta di ricchissima confederazione di contee, marchesati… È dopo la Rivoluzione che la Francia diventa solo Parigi. Così è successo ovunque: perché la modernità odia la diversità, e mira a un potere mondiale che omologhi a sé tutto e tutti». Lei parla di federalismo. Ma ci sono vescovi che sembrano «aprire» anche alla secessione. Questo non è troppo? «E perché? Se avviene pacificamente, la secessione non è contro la tradizione né tantomeno la fede cattolica. Vorrei ricordare che, nella storia, per salvare un popolo, la Chiesa ha più volte favorito o tentato di favorire una secessione. Pensiamo all’Irlanda, al Quebec, alla Polonia dei secoli passati. E anche ora, in Catalogna, i vescovi sono in prima fila a chiedere la tutela dell’identità locale. La secessione non deve scandalizzare né il buon cattolico, né tantomeno il “sincero democratico laico e antifascista” che oggi tanto s’indigna». E perché? «Perché se si sacralizza il principio della democrazia, se si teorizza che la volontà della maggioranza è sovrana sempre e comunque, allora bisogna accettare come legittima anche la decisione di una regione che un domani, a maggioranza, decida di diventare autonoma. Detto questo…». Detto questo? «Detto questo chiarisco che io sono contrario alla secessione. Ma non, appunto, per motivi di legittimità, quanto per ragioni di opportunità. Intanto, la secessione, come assicurano gli economisti, sarebbe un disastro anche per il Nord. E poi perché la Padania di cui Bossi favoleggia non esiste. A differenza, ad esempio, della Catalogna, manca una lingua comune, che è il principale collante di un popolo. E manca pure una storia comune: il Piemonte era Regno di Sardegna, la Lombardia è stata alternativamente possesso degli Sforza, dei Visconti, poi degli spagnoli, degli austriaci, dei francesi, l’Emilia Romagna era Stato Pontificio, Parma un Ducato indipendente… E così via». Insomma, Messori: lei non è un cattolico folgorato da Bossi. «Se permette, non avevo bisogno di aspettare un diplomato della scuola Radioelettra per scoprire il federalismo. Che è, per un cattolico, una cosa importante. E proprio per questo non va lasciato a un Bossi qualunque».

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