Messori: è la rivincita contro il clero intellettuale. I credenti hanno bisogno di «toccare» la loro fede

ottobre 2000 :: Corriere della Sera, di Ma. Po.

«E’ il fascino della Sindone. Seguo queste cose da molti anni, non ne ho mai dubitato». Eppure si avverte, nel tono di Vittorio Messori, scrittore cattolico ed esperto di sindonologia, qualcosa di simile a uno stupore misto a gioia. «È vero, lo confesso, la notizia che ieri a Torino fossero presenti tante persone mi sorprende felicemente. A così breve distanza dall’ostensione precedente (del ’98 ndr ) pensavo che le previsioni sull’afflusso di pellegrini potessero essere rispettate ma non che ne arrivassero poco meno del doppio». Cosa legge, Messori, dietro a questi numeri? «Intanto un segnale che il mondo postmoderno non è insensibile a segni che rimandano al mistero. Poi che c’è un forte bisogno di sacro. Di quel sacro che la gente non trova più nelle chiese, per così dire, ufficiali. Non a caso i soli luoghi del mondo cattolico che negli ultimi 20 o 30 anni non hanno avuto a che fare con diminuzioni del numero di fedeli o pellegrini sono stati i santuari, quelli mariani soprattutto ». E le chiese che lei definisce «ufficiali», invece? «Pensiamo alla Chiesa di Francia: ha visto i propri fedeli ridursi a percentuali da prefisso telefonico, siamo attorno al 5 per cento della popolazione. E questo mentre Lourdes sfondava il tetto dei 5 milioni di pellegrini all’anno». È abbastanza per parlare di un cambiamento nel modo di porsi rispetto alla religione? «Basta per farsi un’idea di quali manifestazioni davvero coinvolgano le masse. Per esempio, fenomeni come quello, guardato con sospetto, di padre Pio». E però questo cosa significa? «Che c’è la necessità di ritrovare quel “sacro” che certo clero un po’ intellettuale ha tolto di mezzo immolandolo sull’altare di un cattolicesimo ridotto a una sorta di calvinismo in ritardo di secoli. Oggi il rito, per la preoccupazione di sfuggire a ciò che viene percepito come superstizione o devozione popolare, è diventato troppo secco». Un tentativo di trasformazione che non ha funzionato, dunque? «La frequenza a questa “nuova messa” non ha fatto altro che diminuire. In Italia i fedeli sono attorno al 20%, quando va bene si arriva al 25% delle persone. Altri esempi? Pochi mesi fa è stata trasmessa in tv una miniserie in due puntate su Lourdes. Quando ci si è accorti che gli indici di ascolto erano altissimi molti si sono stupiti». Lei invece se lo aspettava? «Io ho seguito la vicenda perché ero tra gli autori della sceneggiatura, e in quell’occasione ho avuto la conferma che non è vero che la gente non è sensibile al fascino religioso. Soltanto non accetta, non è attratta, non desidera seguire un certo tipo di religione intellettualistico». Provi a entrare nel cuore dei fedeli. «Sentono, forte, il bisogno di pregare e di adorare, più che di ragionare. Non scordiamo che parallelamente alla crisi delle Chiese cristiane, fioriscono sette di ex cristiani che non trovavano più fervore, mistero, devozione». Come si collega questo al «successo» della Sindone? «La Sindone fa parte di questo mondo: soddisfa il bisogno di “toccare” che avvertono i credenti». Anche a dispetto delle tante “querelle” scientifiche sulla datazione? «Molti studiosi si sono detti perplessi sulla datazione del 1988 che faceva risalire la Sindone a epoche medievali. Ma quelle polemiche, in una prospettiva di fede, sono state provvidenziali. Chi studiava la Sindone non ha accettato le conclusioni che andavano in rotta di collisione con infiniti altri risultati scientifici. E i test sono stati una sorta di volano per il rinvigorirsi degli studi». Questo per quanto riguarda studiosi e scienziati, ma la Sindone interessa soprattutto le persone «normali». «A quelle è bastato l’istinto o il sensus fidei per decidere di non gettare l’immagine della Sindone nel cestino. Il mondo cattolico sa che quel volto non può essere frutto di trucco o inganno. Un volto che dice troppo per essere stato prodotto da un uomo, e meno che mai da un truffatore. Il fascino di quell’immagine straordinaria è intatto».

© Corriere della Sera