Messori boccia il film tv su don Milani

29 novembre 1997 :: Corriere della Sera, di Valerio Cappelli

Arriva Don Lorenzo Milani, frettolosamente liquidato come prete «scomodo». Su Raidue, alle 20.50 martedì e mercoledì, il film con Sergio Castellitto che ripercorre la vita del sacerdote che si considera tale solo «per le persone più lontane, per quelli che non hanno istruzione, per gli operai», denunciando (nel collegio del Mugello) ogni ingiustizia sociale. Il Servo dei poveri si spense nel ’67, a un metro dalla contestazione giovanile. Del film «Don Milani – il priore di Barbiana» si parla da 6 anni: l’idea fu dell’attore Vittorio Mezzogiorno, che poi morì. Si pensò a Kim Rossi Stuart, si intrufolò Mediaset che mise il film nel catalogo mentre alla Rai si avvicendavano i capistruttura. Ora che il film di Andrea e Antonio Frazzi è uscito da i sepolcri sarà preceduto in entrambe le puntate da speciali e dirette, con l’assicurazione che Don Milani non verrà «beatificato» da una Raidue che procede a Eventi. Eppure per lo scrittore cattolico Vittorio Messori sarebbe stato meglio aspettare 30 anni prima di trasfigurare quell’esperienza in un film; sul quale non dà giudizi, («Non l’ho visto»), ma sono altri i pastori di Dio che meritano la platea tv: «Penso alle decine di sacerdoti vittime della guerra civile in Spagna, con un superbo sfondo cinematografico tra l’altro; per loro nessuno ha suonato la campana, sì, nessun Hemingway ne ha scritto». Oppure tante donne del ‘900: da Gianna Deretta Molla («Tra l’aborto e la propria morte scelse lucidamente la morte») a Francesca Cabrini («La maestrina del Lodigiano che aiutò i poveri emigranti in USA»). «Qui siamo ancora fermi ai Sofri e ai Negri…». Il personaggio Don Milani, per lei, si presta a strumentalizzazioni? «È un enigma. Fu anche un prete obbediente e tradizionale. Penso, all’abito talare che portò all’epoca dei preti in maglione. Quell’abito, di cui sono i laici a ricordarsi, penso alla Messa è finita di Moretti, esprime una nostalgia». Messori si fa ilare: «La Chiesa, che in tv ritorna in tanti film e spot, per i laici può essere una buona occasione per tornarci al momento opportuno». Don Milani sostituì un santo vero con l’icona inventata di San Scolastico richiamandosi al suo insegnamento con i poveri sul campo. «Quello fu un attentato al buon gusto, più che alla fede. E fa parte della paccottiglia sessantottina». Un prete sessantottino? «Beh, lui assorbì in buona fede ma in modo acritico la demagogia del tempo, che trasfigurò in categorie profetiche: lo smascherare i complotti, il pensare che alzando la voce si arrivi a un mondo migliore. Una lettura populista del Vangelo. Non è detto che i poveri siano sempre buoni. E la prima povertà dell’uomo non è quella del pane materiale, che è solo una conseguenza del pane di Cristo, il pane della verità. In certi aspetti è terribilmente datato. Don Milani era divorato dalla passione per i giovani e dall’ossessione pedagogica, quindi si accomuna ai grandi educatori della Chiesa». Però quanto fu osteggiato… «La Chiesa ha il dovere di tenere a bada i Don Milani, il carisma va incanalato, disciplinato». E Castellitto si porta dietro il destino da «cane sciolto»: «Don Milani non è santo né eroe, per questo lo diventerà davvero».

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