Ma per il Vaticano questa volta la crociata è stata fatta dai laici

10 luglio 2000 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

«La Chiesa non può tacere la verità, perché verrebbe meno alla fedeltà verso Dio Creatore». Il silenzio del Papa, e della Santa Sede nel suo complesso, è stato rotto ieri a mezzogiorno, a fuochi gay ormai spenti, quasi per una sorta di atto dovuto. «Amarezza», «offesa ai valori cristiani», nelle parole di Giovanni Paolo II. Ma, nello stesso intervento (e non sfugga), la lettura di un brano del nuovo Catechismo dove si parla di «rispetto», «comprensione», «ingiusta discriminazione». In effetti, il raduno omosessuale non ha causato lavoro aggiuntivo, per tutta la sua durata, ai responsabili della sala stampa della Santa Sede. La parola d’ordine era: «Tacere!»; almeno sino alla fine della manifestazione. Non si è neanche comunicato ciò che pure era una notizia significativa. La diamo dunque noi qui, per primi, a conferma di una «atmosfera di mistificazione» lamentata, anche se solo privatamente, in Vaticano. Gli organizzatori del Gay Pride avevano annunciato la presenza nientemeno che del Dalai Lama. Poiché la cosa era manifestamente inattendibile, i dirigenti omosessuali avevano poi ripiegato sull’annuncio di un più modesto «messaggio di solidarietà». In realtà, gli uffici di Ginevra del capo buddista hanno comunicato alla Santa Sede l’indignazione per una notizia non solo falsa ma, per loro, offensiva: mai il Dalai Lama aveva pensato a un messaggio né, meno che mai, a una sua venuta. Se il Vaticano ha taciuto sulla smentita fatta pervenire da Sua Beatitudine, non si è voluto approfittare neppure di un altro infortunio che, in qualche modo, riguarda il mondo religioso. Gli stessi organizzatori della manifestazione avevano annunciato, con grande enfasi, quello che avevano definito il «patrocinio» della Unione delle comunità ebraiche. Pronta la smentita del presidente, professor Amos Luzzatto. Lo stesso circolo Mario Mieli ha così dovuto ammettere ciò che ha definito «un equivoco». Nessun cenno, però, al richiamo severo della Alleanza evangelica italiana verso «il relativismo teologico e morale» di alcune Chiese protestanti, Valdesi compresi: «La comunità cristiana non è il luogo per legittimare ogni comportamento, ma per annunciare la legge di Dio». Silenzio ostile verso i gay, poi, dal mondo musulmano, vigilato dai servizi segreti: per il Corano, l’accoppiamento tra maschi è «abominio» che esige l’eliminazione dei peccatori. In tutti i Paesi islamici l’omosessualità è un grave reato che, in almeno una dozzina di Stati, è punito con la pena di morte con i mezzi più atroci. Da qui, il timore del gesto di qualche fondamentalista, desideroso di colpire nel raduno ciò che, per lui, «grida vendetta al cospetto di Allah». Qualche alto prelato ha notato (anche se sottovoce) che, mentre un Gay Pride in una città musulmana potrebbe finire in un massacro, la Santa Sede ha rinunciato a far valere i diritti che è convinta le siano riconosciuti dai Patti Lateranensi, recepiti dalla Costituzione italiana con la benedizione di Togliatti. Da quanto ci risulta da fonte sicura, l’11 febbraio scorso l’arcivescovo Jean-Louis Tauran che, come segretario per i rapporti con gli Stati, è il ministro degli Esteri vaticano, ha incontrato il suo collega italiano, Lamberto Dini, all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. L’occasione era di routine: il ricevimento per l’anniversario, appunto, dei Patti Lateranensi. Già allora i siti gay su Internet e la documentazione distribuita dalle organizzazioni omo annunciavano il raduno di luglio come un’occasione imperdibile per «guastare la festa» del Giubileo. Lo stesso sito ufficiale del Gay Pride si apre con dichiarazioni di Immacolata Battaglia, la lesbica a capo del Mario Mieli, dove si confermano le intenzioni provocatorie della scelta del luogo e della data: la Roma del 2000, perché città di un Papa «xenofobo e omofobo». Parlando, come dicevamo, con Dini, mons. Tauran ha fatto presente il rammarico della Chiesa per una simile aggressività. Tutto, comunque (si assicura), è finito lì, senza passi ulteriori. Ma, anche questa, è una linea di moderazione che la Santa Sede non ha voluto sottolineare, pur subendo per settimane accuse, se non insulti, in base a uno schema previo: quello, appunto, di una sua «omofobia», data per indiscutibile. Si è scelta, dunque, la linea del silenzio come solo atteggiamento possibile. A chi lamenta che, così, sarebbe mancato il «dialogo», chi conta in Vaticano replica che dialogare era proprio ciò che le lobbies ideologizzate non volevano: la settimana romana era stata progettata come atto di ostilità, dove tutto il complesso problema omosessuale era ridotto a una provocazione nei riguardi di una istituzione considerata nemica. Anzi, «la Nemica» per eccellenza. Si fa notare che la Chiesa è un bersaglio sorprendente, se si confronta l’atteggiamento cattolico (tra gli ortodossi, ad esempio, non c’ è alcuno spazio per la tolleranza) a quello, ben altrimenti duro, di ogni altra religione: nessuna di esse, a parte qualche recente frangia liberal, ammette che possano coesistere diversi «orientamenti sessuali». Si ricorda, poi, che il vero «insegnamento del disprezzo», accompagnato a persecuzione ed emarginazione, sorge in Occidente con la borghesia ottocentesca, agnostica e anticlericale e al contempo ipocrita e sessuofoba. Come tutti sanno, poi, i campi di concentramento per i «pederasti» sono creati dal nazionalsocialismo pagano e dal comunismo ateo. Ancor oggi, nella Cuba di Castro, los maricones, i «froci» (come li chiamano sprezzanti), sono colpiti dalla legge e marchiati dal disgusto del regime, il cui «uomo nuovo» è ostentatamente maschilista. E nelle esecuzioni di massa negli stadi cinesi manca di rado qualche accusato di «atti contro natura». Si aggiunge poi (continuiamo a registrare umori che circolano nel mondo vaticano) che l’ideologia omosessualista da Gay Pride -rifiutata nel suo dogmatismo da molti omosessuali stessi- non solo avrebbe sbagliato avversario, ma rifiuterebbe ostinatamente di capire come questo sia davvero. Per conservare lo schema previo -«Il cattolico è un moralista oscurantista e un persecutore»- l’ideologia gay vuole ignorare la ricchezza di una riflessione che da decenni prosegue nella Chiesa e che si è espressa tra l’altro anche in encicliche, in documenti di congregazioni vaticane e di Conferenze episcopali, nonché in molti discorsi di Giovanni Paolo II. Sono parole nella linea di quanto afferma, testualmente, il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica al paragrafo 2358, non a caso letto ieri all’Angelus dal Papa: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». Espressioni che non sembrano davvero rientrare nello schema aggressivo cui si ispiravano molti slogan sentiti in questi giorni. Parole, comunque, alle quali seguono i fatti: in tutto il mondo, si devono all’iniziativa di religiosi o di laici cattolici molte delle più efficaci strutture di assistenza agli affetti da quell’Aids che colpisce soprattutto gli omosessuali. Proprio a questi malati, a San Francisco, nel settembre del 1987, Giovanni Paolo II ha parlato, inducendo alle lacrime i presenti, molti dei quali militanti del movimento gay più radicale. C’è delusione, insomma, nel mondo cattolico (al di là dei pochi che hanno scelto l’adeguamento al conformismo politically correct), per quella che è considerata un’occasione sprecata da chi non cercava che la caricatura del presunto «nemico». Omosessuali, dunque, da scherniti a schernitori? Anche da qui l’«amarezza» di cui ha parlato il Papa. E’ una delusione che, comunque, non ha incrinato l’atavico istinto cattolico a capire e a perdonare. Nessuno, si assicura, intende scendere a crociata né recedere dall’ impegno, spesso nascosto e silenzioso, di accoglienza e di comprensione.

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