Ma il Papa non è un manager

16 gennaio 2000 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

La notizia era falsa. Ma questo non ha impedito ad autorevoli opinionisti di commentarla a lungo, sulle prime pagine, come se fosse vera. Parliamo, é ovvio, della presunta richiesta di dimissioni papali da parte di monsignor Karl Lehmann, presidente della Conferenza episcopale tedesca e arcivescovo di Mainz, la nostra Magonza. “Che razza di giornalista sarei, se prendessi sul serio i giornali?”. La domanda che un direttore di quotidiano rivolgeva a un suo giovane reporter in un film americano può essere un buon antidoto, in casi come questo. Eppure, poiché mai nulla e’ senza un pizzico di verità, stavolta la briciola di vero potrebbe stare nelle parole finali di un celebre editorialista: è un “modo di pensare”, quello cattolico, “che non è comprensibile da chi fede non ha”. Se è lecito, con qualche pudore, un riferimento personale, posso parlare, qui, per esperienza diretta. La dimensione religiosa è stata per me un approdo inaspettato, dopo una formazione sotto il segno di un agnosticismo tranquillo, ben più impenetrabile di quella fede appassionata che è l’ateismo, e la cui preghiera potrebbe essere: “Padre nostro, se sei nei Cieli, restaci pure e lasciaci in pace. Amen”. Soltanto dopo mi fu dato di capire che il punto di vista in cui si pone il credente fa tanto diverse le cose da renderle davvero “incomprensibili”, se si resta nella prospettiva laica che ancora per tutti gli anni universitari fu anche la mia e che, in buonafede, mi sembrava la sola possibile. Di questa “verità alternativa”, visibile solo agli occhi della fede, se n’è avuto un buon esempio proprio nel gran discutere della settimana scorsa sulle condizioni di salute del Papa. Ha ragione Joaquin Navarro-Valls, portavoce vaticano ma anche medico, nel ricordare che “la salute è sempre un concetto relativo. Ha salute chi può realizzare le priorità della sua esistenza. E finora il Papa ha potuto (e può, come si vede ogni giorno) portare avanti con pienezza il suo ministero. Ha, dunque, la salute che gli è necessaria”. Ma sì, ha ragione quest’antico allievo della facoltà di medicina di Barcellona. E se anche le condizioni di salute di Giovanni Paolo II fossero peggiori e se, in futuro, dovessero peggiorare, nulla si capirebbe del problema per la Chiesa stando dal punto di vista “del mondo”. Questo applica al Papa (nè può fare altrimenti, lo si è visto anche in questi giorni) le sue categorie, quelle che valgono per imprenditori, per politici, per uomini e donne di ogni potere e di ogni responsabilità. E’ doveroso. Ma è doveroso anche avvertire che, rispetto alle tavole di valori del “mondo”, il Vangelo è un universo capovolto, un universo dove sono chiamati beati i poveri, gli ignoranti, gli emarginati, i malati, i perseguitati, i sofferenti d’ogni tipo. Di fronte a chi, magari anche nella Chiesa, sostiene che questa “ha bisogno di un Papa forte, vigoroso, fisicamente gagliardo”, il credente sente levarsi la voce di Paolo di Tarso. Questi, rivolgendosi ai Corinti, confida di aver più volte pregato il Cristo di liberarlo dalla malattia. Ma, prosegue, “Egli m’ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza”. Dunque, ne conclude l’Apostolo, “mi vanterò volentieri delle mie debolezze, perchè dimori in me la potenza di Cristo”. Già nella lettera precedente agli stessi abitanti di Corinto, Paolo aveva avvertito: “Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”. Nella prospettiva del credente, il Papa, chiunque egli sia, prima d’ogni altra cosa è un mistero: il mistero di un Dio che non ha voluto far tutto da solo, ma che ha voluto aver bisogno degli uomini. Di un uomo, innanzitutto, che fosse il suo “vicario” in Terra, che lo rappresentasse fino al suo ritorno. Ma questo Dio di cui è vicario il vescovo di Roma (e pastore della Chiesa universale), entrando nella storia, ha assunto le sembianze di un tal Gesù, ebreo, profeta fallito, irrilevante per gli antichi storici “seri”, che difatti non lo citano, giustiziato in pubblico con la morte vergognosa riservata agli schiavi. E poi risorto sì, ma nelle tenebre della notte, e manifestatosi solo ai discepoli, chiedendo loro di annunciarlo non con l’evidenza del Dio onnipotente, ma con quella che sempre Paolo chiama “la stoltezza della predicazione”. E sarà proprio quel Risorto furtivo che rivolgerà a Pietro (di cui ogni Papa, per la fede, è successore) parole che, in questi giorni, molti credenti hanno riletto con emozione: “In verità ti dico: quand’eri giovane, ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi. Ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti cingerà la veste…”. Se e’ lecito confidarlo: il ricordo di quest’annuncio di Gesù al suo primo vicario mi è riemerso quasi con violenza quando una telecamera ha mostrato il Papa, che già fu nuotatore, sciatore, atleta, tirato ora a braccia, con le membra irrigidite e la fissità nel volto, su una sorta di carretto lungo la navata di San Pietro: “Quando sarai vecchio, tenderai le tue mani…”. Ma non è proprio in questa debolezza che si manifesta la forza, nel mondo scandaloso, alla rovescia, del Vangelo? C’è, insomma, un sospetto da insinuare: proprio coloro che, tra giornali, microfoni, schermi, discettano con sicurezza di cose di Chiesa come se tutto avessero capito rischiano di essere tra quelli che nulla capiscono. Ciò che si chiede loro non è certo la fede, che non possono darsi da sé e che nessuno, se non Dio stesso, può dare. Si chiede loro di accogliere almeno un dubbio: potrebbe esistere (e per il credente esiste) una dimensione in cui vale il contrario stesso di ciò che vale per l’identikit del manager, o del leader politico, ideale. Anche dalla cattiva salute di un Papa sofferente può, misteriosamente, venire salvezza per tutti.

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