L’ultima su Gesù? E’ una bufala

28 marzo 1997 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Naturalmente, me l’aspettavo. E altre me ne aspetto nei prossimi giorni. Così -come ogni anno, all’approssimarsi del Natale o della Pasqua- ho sulla scrivania l’apposita cartellina. È l’ultima, per ora, di una serie con un’etichetta su cui ho scritto, a pennarello rosso: «Bufale su Gesù». I ritagli sono ormai tanti che dovrei decidermi a raccoglierli in un libro, gettando il materiale utilizzato. Ma so che, in poco tempo, avrei di nuovo problemi di spazio. Ai primi di dicembre, di solito, il primo lancio di agenzia annuncia scoperte – «inedite» e «sconvolgenti», ottenute con l’aiuto combinato di computer e antichi archivi – sulla stella di Betlemme. Al «prestigioso studioso» autore dello scoop è attribuito di norma un nome anglosassone, peraltro sempre sconosciuto anche a noi che pure, per mestiere, dovremmo seguire questo tipo di ricerche. A quel «ricercatore» è attribuita pure una cattedra in una università americana, con sede in una città – pure questa, non si sa perché – ignota agli atlanti. Stessi problemi di identità e di luogo per gli autori delle rivelazioni che si susseguono sino a Natale: di solito, «scoperte» sulla verginità di Maria, sull’età di Giuseppe, sui fratelli di Gesù. Proprio a ridosso del 25 dicembre, è di rigore il professore che svela come il fatale Bambino non sia nato d’inverno; un collega si occupa invece di spiegare che i pastori alla grotta erano in realtà una delegazione di Esseni. C’è tregua sino a dopo Capodanno. Ma, prima dell’Epifania, ecco rivelazioni – sempre da inafferrabili cattedratici – sui Magi. Il 7 di gennaio ripongo la cartellina rigonfia di ritagli. È, comunque, sempre a portata di mano, per i «meteoriti mediatici» che – a date ricorrenti, ma imprevedibili – annunciano come il consueto «specialista» abbia svelato il trucco della Sindone, legandolo di solito ai Templari. (A conferma, tra l’altro, della «legge di Eco», nel senso di Umberto: «Di matti ce ne sono di infiniti tipi; ma il matto autentico lo riconosci dal fatto che, dopo un quarto d’ora che ti parla, comincia ad alludere ai Templari»). All’approssimarsi di Pasqua si comincia, di solito, con la rivelazione dei rapporti gay tra Gesù e Giovanni; la versione «etero» – ormai in declino – punta sulla Maddalena. Si continua, poi, con una scelta che prevede: il processo al presunto Messia fu fatto solo dai romani e, comunque, non in primavera; il condannato non fu appeso a una croce ma a un palo; i due «ladroni» erano in realtà guerriglieri per la liberazione della Palestina; la morte di Gesù fu solo apparente; dal sepolcro uscì con le sue gambe e con le medesime camminò fino in Kashmir, dove spirò tranquillamente molti anni dopo e dove ancora si venera la sua tomba. Ma se iniziavo dicendo che me l’aspettavo è perché quest’anno è rispuntato un déjà vu che da qualche Pasqua non rifaceva capolino e che, dunque, era atteso: Giuda, il discepolo di Karieth (l’Iscariota) non tradì e non ebbe mai le trenta monete. Giorni fa, era stata la volta di un autentico classico: Saulo di Tarso, detto Paolo, come vero fondatore del cristianesimo. Làtita, per ora, la questione del gallo, che non avrebbe cantato dopo il triplice rinnegamento di Pietro. Mentre ritaglio e archivio, rumino tra me alcune considerazioni. E non tutte confortanti. La prima è sulla vulnerabilità, la permeabilità sempre maggiore del media-system internazionale. Ciò che in un tempo ancora recente avrebbe trovato (forse) qualche riga nelle «Spigolature» della Domenica del Corriere o nel «Non tutti sanno che…» della Settimana Enigmistica «buca» ormai senza incontrare difesa, cioè, la serie di strettoie e di controlli che dovrebbero proteggere le pagine dei grandi giornali e la scaletta dei telegiornali. Non è di certo un fenomeno solo italiano: la fonte delle «bufale» in questione è quasi sempre anglosassone, talvolta tedesca o scandinava, e la cassa di maggiore risonanza è costituita dai media «atlantici». Con un corollario inquietante: tanto maggiore è la fantasiosità della pseudo-notizia, tanto maggiore è la probabilità e la visibilità della «ripresa». Insomma, il solito caso di eterogenesi dei fini: l’accumulo di informazione, superato un punto critico, si rovescia nel suo contrario, la disinformazione. Mentre lascio il dibattito su questo punto a pensosi moralisti e sociologi, vorrei fare la sola parte che mi compete: quella del credente, per giunta nella sospetta versione «cattolica». La parte, cioè, di chi continua a scommettere sulla sostanziale coincidenza tra ciò che è narrato nel Nuovo Testamento e ciò che davvero è successo. E non da disarmato naif, ma con consapevolezza passata attraverso il fuoco dei maestri del sospetto. In questa prospettiva, c’è da rassicurare i colleghi che – trasferendo in pagina le «rivelazioni» da agenzia – alludono quasi sempre a «sconcerto fra i credenti». Per quanto mi riguarda (ma so di poter parlare a nome di tanti) la reazione è semmai di noia: spesso rassegnata, talvolta un poco divertita. Il fatto è che, ormai da venti secoli, a ogni generazione si rinnova un fenomeno singolare: un gruppo di uomini e di donne è disposto a credere, non solo nella verità di quei quattro libriccini scritti in disadorno greco popolare e chiamati «vangeli», ma addirittura nella attendibilità della lettura che ne propone la loro comunità, che chiamano «Chiesa». In questi duemila anni c’è stato tutto il tempo perché ogni «ipotesi» (e, se si vuole, «bufala») su Gesù sia stata avanzata, discussa, confutata. Sconcerto? Scandalo? Non certo per i compagni di fede di un Charles Péguy, passato al cristianesimo dalla più virulenta negazione: «Gesù si è consegnato in balia del biblista, dell’esegeta, dello storico, del giornalista così come, nella sua Passione, si consegnò inerme ai soldati, ai giudici, alla folla».

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