«Lasciateci il rock, avvicina il popolo a Dio»

8 maggio 2000 :: Corriere della Sera, di Francesco Battistini

Canto 908. Nell’antichissima chiesa di Sant’Eustorgio, si celebra la più moderna delle liturgie. Don Pigi Perini, microfono mollettato sui paramenti, la dedica ai «fratelli nuovi» venuti alla messa delle 11. «Alzatevi», li invita. Parte l’applauso. Subito, ecco le chitarre, lo xilofono, le marajas. E il battimani dell’assemblea a ritmare. Nel coro che caracolla, manca solo Sister Act: «Benvenuto benvenuto/ nella casa del Signor/ nella casa del Signor/ benvenuto benvenuto/ e nel nome di Gesù benvenuto…». Andate in pace, la lagna è finita. Ora che i vescovi italiani l’hanno stabilito (sono solo canzonette, basta con le schitarrate), i preti dovranno adeguarsi: saranno 360, non uno di più, i canti ammessi all’hit parade delle domeniche. Stop ai ritmi beat, stop al rock e ai suoi fratelli. E se il Vaticano benedice il concertone del Primo maggio, se i preti vanno a Sanremo, se tre anni fa il Papa si trovò in uno stadio ad ascoltare perfino Imagine di John Lennon («Immagina che non ci sia paradiso… e nessuna religione»), alla messa è tutta un’altra musica. Si torna alla tradizione. Fra i belati risentiti di qualche pecorella: «Nella Chiesa diamo fastidio -protesta Ezio Cervasio, 45 anni, da dieci maestro di coro a S. Eustorgio-. Quando s’innova, arriva chi dice basta. Scegliamo canzoni rockeggianti: e perché non dovremmo? Che fastidio dà un ritmo sincopato? O un testo semplice, che nasce dal cuore e avvicina il popolo a Dio? Anche nel XII secolo, col gregoriano, ci fu un’esplosione di canti. Prima della riforma liturgica, invece, le novene in latino erano incomprensibili ai più. Si vuol tornare ai cori nell’abside?». Il nuovo repertorio Cei, selezionato dopo 4 anni di lavoro, sarà presto distribuito alle parrocchie. Ma che fine faranno, per esempio, i 649 titoli del Cantemus Domino ambrosiano? «La fantasia pastorale va rispettata -è l’altolà di don Pigi-. E cosa vuol dire, poi, che facciamo musica leggera? Anche Mira il tuo popolo è musica leggera…». «La scelta della Cei va bene -dice Adriana Mascagni, autrice di brani culto come Povera voce-, il bello e il vero vanno salvaguardati. Io ho scritto un centinaio di canti, non tutti adatti alla liturgia. E ci sono state mode sbagliate. Ma attenzione: i limiti non siano troppo rigidi». Leva infine il cuore al cielo Vittorio Messori, scrittore cattolico: «Finalmente. Però le stalle si chiudono quando i buoi sono fuggiti. L’Unesco ha già proposto di condannare la Chiesa per aver distrutto il gregoriano, la più grande tradizione musicale del mondo. Una liturgia che veniva dal Tempio ebraico e che i preti hanno cancellato negli anni ’60-’70, passando dall’ organo alle chitarre. Tutto è permesso nella Chiesa di oggi, tranne cantare come s’è fatto per duemila anni. Con un po’ di snobismo, s’è negata la bellezza: credendo che il popolino non apprezzasse il caviale, gli s’è dato il tonno. Questa distruzione, sia chiaro, è stata fatta in buona fede, pensando di stare al passo col mondo, d’avvicinare più fedeli. In realtà, dopo 30 anni, bisogna riconoscerlo: la riforma liturgica non ha dato i frutti sperati. Le chiese sono sempre più vuote. Non c’è una melodia che abbia lasciato il segno, come fu invece l’Ave Maria di Lourdes. Si cantano insulsi motivetti, tipo “che bello volersi bene”, inni al pacifismo, all’ecologismo, a quel politicamente corretto che affligge gran parte del cristianesimo. Vince l’homo sentimentalis, un buonismo insipido che non c’entra niente col sapore forte, di sale, del Vangelo. Vorrà dire qualcosa se, dove si celebra ancora col vecchio rito, la folla c’è. E per tenerla a bada, i parroci devono chiamare addirittura i vigili».

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