La fiducia nel Mistero per l’uomo di ogni tempo

aprile 1999 :: Quaderni Valtellinesi, di Dario Benetti

Razionalità e passione per l’uomo hanno sempre convissuto in modo positivo nel suo lavoro. Credo che questo equilibrio sia uno dei motivi principali del successo di tutte le sue opere. La cosiddetta “cultura cattolica” è invece spesso ottenebrata dal pregiudizio e non arriva al cuore dell’uomo, alle dimensioni fondamentali che lo costituiscono. Da questo punto di vista la recente enciclica “Fides et Ratio” è una forte sollecitazione agli intellettuali a non fermarsi sulla soglia del rapporto tra fede e cultura, ripartendo dalla frase incisa all’ingresso della grotta dell’oracolo di Delfi: “conosci te stesso”. Come giudica, in questo senso, la situazione culturale attuale del mondo cattolico?

Direi che più che il “pregiudizio”, nella cultura cattolica è molto diffuso un senso di inferiorità nei confronti della cultura laica e dunque una certa qual soggezione ai modelli imperanti. La pienezza dell’uomo, il suo valore, il suo destino possono essere colti pienamente solo all’interno di una visione religiosa della vita. Tanto più in quella cristiana, dove Dio stesso si è chinato sulla Sua creatura fino al punto di inviare il Figlio –Dio e uomo allo tempo stesso- che, assumendo la pienezza della carne umana, l’ha anche definitivamente inserita nella propria vita divina. Gli orizzonti che ci vengono proposti sono dunque straordinari. Ma noi stentiamo assai ad accorgercene. Vedo in giro molto timore, troppa soggezione a una visione laicista dell’uomo; e, dunque, per forza di cose limitata. Il cristianesimo sembra talvolta non aver più fiducia in se stesso come fonte di ispirazione della musica, dell’arte, della cultura in generale. Si cerca l’incontro con il “diverso”, il cosiddetto “dialogo”. Questo è bene se porta ad una sintesi superiore, non se appiattisce su un livello inferiore. Dobbiamo saper ripercorrere all’indietro la nostra Tradizione per riscoprirla, perché spesso non la conosciamo in tutto il suo valore, in tutta la sua ricchezza. E saperla così riproporre all’uomo di oggi. Infatti una Tradizione o è vivente, cioè capace di introdurre al Mistero l’uomo di ogni tempo, o non è.

Nell’intervista concessa ai “Quaderni” nel 1983 era molto pessimista sulla situazione sociale e parlava di “un mondo che porta segni inquietanti di morte” e di “società necrofila”. E’ ancora dello stesso parere?

Sì. Vedo molti segni di morte. Uno innanzitutto: un uomo che vuole sganciarsi da Dio, che esige una libertà totale in campo metafisico e morale e che proprio per questo cade in mille schiavitù e, dunque, fa esperienze molto dolorose e senza speranza. Ma tutto questo potrebbe anche essere un preludio ad una fede rinnovata, forse addirittura a quella Apocalisse che attendiamo. O, più semplicemente, a u tempo di riscoperta di Gesù Cristo. Quando l’uomo tocca il fondo, infatti, quando uno si vede umiliato dalle sue stesse mani, dal suo stesso comportamento, allora è davvero pronto per ricevere il Salvatore. Prima, crede di non averne bisogno. Dove esiste il peccato può sovrabbondare la Grazia. Per questo non bisogna oggi essere timidi, avere paura. La gente ha più che mai bisogno di Dio, del Dio di Gesù Cristo.

Cosa pensa del problema della convivenza multietnica in Italia e dei rapporti con l’Islam? Come si concilieranno le esigenze sempre maggiori di identità e di autonomia locale con la pressione e la forza culturale dell’immigrazione extra-europea?

Credo che tutto questo porterà, dopo un assestamento che potrebbe anche essere lungo e difficile, a una riscoperta dell’identità cristiana. Il fenomeno di questa compresenza di religioni diverse, per l’Europa, per l’Italia in particolare, è ancora troppo recente. Oggi, dunque, assistiamo, più che altro a fenomeni di destabilizzazione. C’è una crisi di identità nei cristiani (ma anche nei musulmani che vengono a contatto con la secolarizzazione). Oppure a un eccessivo irrigidimento su una Tradizione che rischia di uscirne imbalsamata. Ma se crediamo davvero che Gesù Cristo è il Salvatore del mondo riusciremo certamente, con l’aiuto dello Spirito, a ritrovare la giusta armonia tra il rispetto delle differenze religiose che sembrano rispondere a un piano stesso di Dio e la piena adesione a chi ha detto di sé di essere la Via, la Verità e la Vita.

“Io lancio bottiglie in mare –mi diceva nel 1983- se qualche naufrago le vuole raccogliere mi fa molto piacere… ma non ho molte illusioni di modificare con questo la società”. E’ ancora dello stesso parere?

Sì, certo. Il mio “lancio” in mare continua. L’ultimo è quello straordinario e misconosciuto prodigio di Calanda (una gamba riattaccata all’improvviso ad oltre due anni dalla amputazione) di cui parlo nel recente libro Il Miracolo. Cerco di accendere delle luci, di mantenere viva la speranza. Non mi propongo di modificare la società, ci mancherebbe! Soltanto di portare ognuno che mi legge il più possibile vicino al Mistero. Poi, tocca allo Spirito muovere i cuori e le menti, se vuole. E allora da una pietra può anche nascere un “figlio di Abramo”…

La recente guerra del Kòsovo ha riproposto in modo drammatico il problema del rapporto tra Oriente e Occidente, tra chiesa ortodossa e chiesa cattolica. Pochi hanno notato come si sia fatto e si stia facendo tutto il possibile per evitare l’incontro tra questi due mondi cristiani. La suggestione di personaggi come il cardinal Bessarione (che compare nello studiolo del Duca di Urbino insieme a Vittorino da Feltre) e, in tempi più recenti, di filosofi cristiani come Nikolaj Berdjaev, che evidenziarono con forza la complementarietà esplosiva di questi due mondi separati sembra svanire nella dimenticanza…

In realtà, più che uno scontro tra ortodossi e cattolici, è uno scontro sul modo diverso di intendere il rapporto con l’Islam. L’ortodossia in questo non si sente capita e accettata. Ma ha anche diverse cose da farsi perdonare, come la collaborazione con il marxismo. Tuttavia, credo che ormai si sia capito da parte di tutti che senza i suoi due polmoni, quello occidentale e quello orientale, il cristianesimo non può che respirare faticosamente.

Il suo ultimo sforzo sul “miracolo dei miracoli” è un reportage sull’irruzione del mistero nella storia e non conta che si parli del Seicento, tanto è stato documentato e “rivissuto”. In un mondo in cui tutto sembra profano, anche un certo modo di vivere la liturgia, ci si può ancora accorgere di un Presenza con la “P” maiuscola?

Sì, perché, pur sotto una apparenza di negazione, in realtà esiste un gran bisogno di questa Presenza. Si spera magari di trovarla altrove: nelle religioni orientali, nel vago spiritualismo della New Age… Ma la si cerca con il desiderio. Tutto questo deve scuoterci. In Gesù Cristo, Uomo Dio, è la pienezza della Verità. Non dobbiamo essere timidi, complessati, impauriti. E’ bastato riscoprire quel grande Miracolo, quel gesto di misericordia, di amore avvenuto nella Spagna del ‘600 perché molti gioissero di tutto questo (come vedo dalle molte lettere che ricevo) e perché tanti si rimettessero in cammino per un pellegrinaggio, fisico, concreto, verso quei luoghi. Là si è riaccesa una luce. Là il diaframma che ci separa dal Mistero si è fatto così sottile da essere quasi trasparente. E la gente si riavvia fiduciosa verso quella Presenza.

A tutti credo interessi avere qualche anticipazione sul suo prossimo libro, a cui so sta lavorando…

A Dio piacendo, il prossimo libro sarà quello sulla Risurrezione che da tempo ho promesso ai lettori, ma che per una serie di motivi non sono ancora riuscito a completare. Ma forse non è senza significato che esca proprio nell’anno giubilare. Senza voler enfatizzare questa ricorrenza, tuttavia non saremmo certo qui a ricordare la nascita di Gesù se ad essa non fosse seguita quella Risurrezione sulla quale tutta la nostra fede sta o cade.

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