Il valore dell’otium

17 dicembre 1996 :: Corriere della Sera, di Carlo Formenti

Tempo, attenzione, spazio, calma, ambiente e sicurezza: sono beni «immateriali» che la nostra società rende sempre più scarsi, e che proprio per questo, secondo lo scrittore tedesco Enzensberger, rappresenteranno i nuovi status symbol del Duemila, attorno ai quali si è già costituito un ideale di lusso che «snobba» quei costosi beni di consumo di cui qualsiasi parvenu può ormai entrare in possesso. «L’elenco mi sembra banale», commenta il sociologo Luciano Gallino, «da generazioni chiunque sa che è meglio passare le vacanze in una villa fra i boschi piuttosto che in una pensione che affaccia sull’autostrada. La ricerca di questi beni impegna le classi elevate da sempre. In quello che dice Enzensberger c’è una sola vera novità: la crescente scarsità di sicurezza. In Usa come in Europa è l’insicurezza che impedisce ai ricchi di godere dei loro privilegi, un’insicurezza che nasce dagli effetti sociali della diseguaglianza: il dieci per cento della popolazione dispone di redditi da 60 a 70 volte superiori a quelli delle classi più povere. E la disponibilità di beni immateriali, anche se più difficilmente quantificabile, accrescerà ulteriormente questo divario». Eppure c’è chi ritiene che il ritorno a un ideale aristocratico del lusso non sia negativo. «Per le aristocrazie premoderne», dice il filosofo Salvatore Natoli, «non era il possesso degli oggetti a contare, ma piuttosto l’esibizione di potenza che esso consentiva, come nei rituali regali e religiosi. La modernità ha rovesciato questi valori perché è figlia di una rivolta servile. Per i moderni il lusso significa liberazione dalla necessità materiale, si lega al lavoro, diventa un premio del lavoro, anche se non va dimenticato che la borghesia ottocentesca tentava ancora di elevarsi al gusto aristocratico». Ma questo non vale per la società di massa… «Infatti – approva Natoli -, nelle società di massa il lusso diventa pratica indifferenziata del consumo, si identifica con la pura capacità di spesa, un meccanismo da cui sono esclusi solo strati sociali marginali». E’ per questo che la nuova distinzione tende a fondarsi sui beni immateriali? «Non si tratta solo di beni immateriali», risponde Natoli, «il fatto è che oggi non basta più possedere gli oggetti: per goderne veramente bisogna anche comprenderli. E questo è un privilegio di pochi che segna un ritorno a ideali aristocratici. Ma anche se non tutti potranno aderire a questo modello, esso ci aiuterà almeno ad assumere consapevolezza degli effetti controfattuali del lusso consumistico, come lo sfruttamento della Terra. Una civiltà neoaristocratica, o neopagana come io preferisco definirla, potrebbe reintrodurre un’etica del limite, e farci riscoprire il valore dell’otium». Il tema dell’ozio ci riconduce al bene scarso che Enzensberger mette al primo posto della sua classifica di appetibilità: la disponibilità di tempo. Ma avere più tempo libero è davvero qualcosa che ognuno di noi debba augurarsi? «Sarebbe meglio non affidare questi interrogativi ai sociologi – risponde lo scrittore Vittorio Messori -, che, in fondo, sono dei signori pagati per spiegarci ogni volta che cosa hanno sbagliato nel loro libro precedente. Per rispondere, io preferisco rivolgermi a Pascal, il qual e diceva giustamente che ben pochi sfuggono alla necessità di ricorrere alla medicina del divertissement, per evitare di restare soli con se stessi. Il tempo libero, se è veramente tale, se è cioè dialogo con noi stessi, è come la libertà di parola: una volta che l’abbiamo ottenuta occorre avere qualcosa da dire. Chi è davvero in grado di rispondere agli interrogativi radicali sul senso ultimo della vita, che nascono quando si deve gestire il proprio tempo, quando non si è più costretti a fare ciò che gli altri ci dicono di fare?» Quindi la disponibilità di tempo non è un bene? «E’ una benedizione per pochi e una maledizione per la maggioranza. Una società proiettata verso la ricerca dei beni immateriali e del tempo libero rischierebbe di essere più razzista e classista di una società biecamente materialista. Basti pensare a quello che succede a molti pensionati, che finiscono per morire dell’angoscia provocata dal tempo “vuoto”. Una certa industria culturale non è altro che una risposta a questa disperata esigenza di riempire i vuoti. Solo chi è capace di fare i conti con le domande ultime – chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo – può affrontare una simile esperienza senza soccombere». certo una formazione cristiana: uscì da ambienti esoterici e positivisti”

© Corriere della Sera

4 commenti
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