Il presidente dei medici: no a quei telefilm, io cambio canale. Il cattolico Messori: speculano sul dolore

7 aprile 1998 :: Corriere della Sera, di Emilia Costantini

Medicomania in tv. Dai tempi del dottor Kildare, il fascino del camice bianco imperversa e fa ascolti. Cantava Nino Manfredi: «Basta ‘a salute e un par de scarpe nove…». All’argomento siamo tutti sensibili. Così i palinsesti televisivi si affollano di maghi del bisturi, di supermen del trapianto, di funamboli del pronto soccorso. Giovedì prossimo, in prima serata, si confrontano gli americanissimi E.R. Medici in prima linea su Raidue e il più casareccio Amico mio, seconda serie, con Massimo Dapporto su Canale 5. Lo stesso giorno, alle 23.00 su Italia 1, parte Ospedale in diretta, nuovo programma documentaristico, dove due videogiornalisti raccontano fatti e misfatti all’interno dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Una full-immersion nel dolore. Ci scherza sopra Dapporto che, dopo il successo della prima serie di Amico mio del ’93, si cala nuovamente nelle beghe mediche e sentimentali del pediatra Paolo Magri: «Il pubblico deve solo decidere dove ricoverarsi». Si piange molto tra le corsie pediatriche della fiction di Canale 5. Nella prima puntata un bambino è in attesa del trapianto del cuore: il prezioso organo gli verrà donato da un altro bimbo in coma, i cui genitori decideranno di staccare la fatidica spina della macchina che lo tiene in vita. Un caso di eutanasia. E non è difficile commuovere la platea mettendo in campo le sofferenze dei bambini. Risponde il regista Paolo Poeti: «È vero, in questa seconda serie abbiamo schiacciato il pedale del melò. Ma una storia senza dolore, è piatta. La nostra è una scelta drammaturgica e questa è la prima volta che, nella nostra fiction, muore un bambino, sia pure salvandone un altro. Per gli ascolti, beh, mi auguro che siano alti». Giustifica la scelta il direttore di Canale 5 Costanzo: «La salute è in testa a tutti i sondaggi come interesse primario. Perché la fiction non dovrebbe occuparsene?». Una puntata speciale è la prossima di E.R.. Spiega Carlo Macchitella, capo della fiction di Raidue: «È l’unica girata in diretta negli Stati Uniti, e lì già trasmessa nell’ottobre scorso. Un avvenimento unico nella storia del telefilm. I nostri Medici in prima linea sono molto diversi dallo staff di Amico mio. Ma il rischio di inflazionare l’argomento esiste: si va su filoni sicuri». Sulla scia emotiva della serata, si innesta il varo di Ospedale in diretta che ogni settimana presenterà la storia di tre pazienti, ma soprattutto il duro lavoro dei medici, veri questa volta. Spiega il direttore di Italia 1 Giorgio Gori: «Ho scelto il giovedì, proprio perché, insieme alle due fiction, diventi una serata a tema. I medici oggi sono eroi in tv e invece nel mirino delle polemiche nella realtà. Il nostro scopo è quello di raccontare l’impegno di questi professionisti, la loro dedizione». Ma i medici veri, guardando questo genere di programmi, si annoiano. È irritato il presidente dell’Ordine Aldo Pagni: «Ho visto qualche scena, in passato, di Amico mio, ma ho subito cambiato canale. Anche negli altri telefilm mi dà fastidio il tono piagnucoloso, la speculazione che si fa sui lati più deteriori dell’immaginario collettivo. Capisco che ci sarebbe bisogno di un’immagine che rinvigorisse la professione medica, come accade per l’Arma dei carabinieri col Maresciallo Rocca, ma non si fa buona propaganda con certe telenovele stucchevoli, spettacolari e poco credibili». E sulla spettacolarizzazione del dolore riflette lo studioso cattolico Vittorio Messori: «La tv ci sta marciando. L’estensione di storie dolorose, di bambini, di vecchi, di animali è cinica e impudica. A ciò si aggiunge l’ipocrisia dei mercanti televisivi che, sbattendo in faccia al pubblico temi delicati come l’eutanasia e la donazione degli organi, fingono di essere virtuosi proprio perché li affrontano. Ma è inutile scandalizzarsi, quando poi è il pubblico a far la fila per andare a raccontare in certe trasmissioni i fatti privati».

 

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