Il Papa richiama i fedeli chiassosi

31 luglio 2000 :: Corriere della Sera, di Bruno Bartoloni e Maria Teresa Veneziani

La pazienza di Giovanni Paolo II è proverbiale, ma ieri è sembrato per un istante averla proprio persa di fronte all’entusiasmo dei fedeli venuti all’appuntamento dell’Angelus nel cortile della sua residenza estiva di Castel Gandolfo. Non lo lasciavano parlare e per riprendere la parola ha dovuto battere con forza con la mano sul suo leggìo trasparente (il gesto è stato ripreso dalle tv), ben sapendo che il microfono avrebbe moltiplicato l’effetto. Spagnoli scatenati con ola da stadio, suorine scalmanate, pellegrini accaldati che si lasciavano trasportare dall’atmosfera di festa non se ne sono dati per inteso ed hanno subito dopo rilanciato una gran cacofonia di evviva in varie lingue. Il Papa ha cercato di fare avvertire che la pazienza cominciava di nuovo ad esaurirsi tamburellando sul leggìo, fin tanto che di fronte al prolungarsi dell’entusiasmo ha dovuto chiedere esplicitamente «un poco di pazienza», cosa che pochi ricordano avergli sentito chiedere nel passato. Della sua pazienza Papa Wojtyla ha dato prove straordinarie, fin da quando decise di accettare agli inizi del pontificato il contatto fisico con i fedeli. Tornava allora nel suo appartamento con i polsini della camicia strappati ed a volte con i polsi graffiati. Al termine dei grandi incontri continua ancora oggi a passare molto tempo fra i malati ascoltandoli a volte uno per uno. L’episodio più significativo a conferma di questa sua eccezionale capacità di controllo di fronte alle situazioni più impreviste e contrarianti fu quando a Managua, mentre celebrava la messa, i propagandisti del regime sandinista dettero vita ad una operazione di boicottaggio della cerimonia, diffondendo slogan politici attraverso gli altoparlanti installati per la messa. Il Pontefice continuò come nulla fosse a celebrare il rito. Ai giovani inevitabilmente più chiassosi, Giovanni Paolo II ogni tanto segnala scherzosamente che la pazienza va esaurendosi. Suscitò una reazione di simpatia incontenibile quando minacciò i ragazzi di San Benedetto del Tronto con la punta del bastone sul quale si appoggiava. È evidente che l’età e le condizioni fisiche non consentono più all’anziano Papa di «controllare» l’entusiasmo dei pellegrini come gli era facile nel passato, grazie anche alla sua esperienza di attore. Di qui la rumorosa «manata» di ieri sul leggìo. Tanto più che, rivolgendosi proprio agli spagnoli, si preparava a rinnovare la condanna al terrorismo dell’Eta, esprimendo dolore per le vittime della violenza in Spagna, dove sabato è caduto sotto i colpi dei terroristi baschi l’ex governatore Juan Maria Jauregui.

Messori: una volta toccò anche a me

«Una volta è toccato anche a me. Quel colpo sferrato con il palmo della mano sulla tavola fece sobbalzare i bicchieri e impallidire i segretari del Pontefice». Vittorio Messori, giornalista e scrittore, intervistatore del Papa, quella pacca non l’ha mai dimenticata. Anche i Papi perdono la pazienza? «In fondo anche questo è uno dei segreti del carisma di Giovanni Paolo II. Wojtyla è una persona di estrazione popolare, per fortuna…» Per fortuna? «Il forte impatto che il Papa esercita sulla gente nasce dal fatto che le persone lo sentono vicino. E’ la prima volta che un Pontefice non appartiene a una famiglia aristocratica. Pacelli era addirittura un principe e la famiglia di Montini apparteneva alla buona borghesia bresciana». Ma lei come si sentì quando il Papa l’azzittì con un pugno sul tavolo? «Mi colpì moltissimo. Rimasi affascinato da quell’uomo vestito di bianco, bello e vigoroso -era il ’94, il Pontefice non era ancora stato piegato dalla malattia- che per sottolineare le sue idee in una discussione fattasi un po’ troppo animata batteva manate sul tavolo lasciando tutti senza parole». Dove eravate? «A pranzo nel tinello di Castel Gandolfo, servito dalle suore polacche. Ero stato convocato per un’ intervista insieme all’allora direttore della Rai, Carlo Fuscagni, e al regista Pupi Avati. Seduti al tavolo, di fronte a noi, oltre a Wojtyla c’erano i due segretari. Mi ricordo che i miei colleghi erano in evidente stato di soggezione». E lei no? «Io sentivo di avere di fronte quello che considero un padre e parlai chiaramente, gli dissi che l’eccessiva esposizione in tivu può essere negativa perché abbiamo bisogno di un maestro e non di opinion leader. Insomma lo punzecchiavo un po’, ma lui reagì con la consueta passione e vitalità»

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