«Il cristiano deve affrontare la vita con un sorriso»

7 aprile 1998 :: Famiglia Cristiana

Messori, è lecito l’umorismo per un cattolico?

«Per ogni cattolico dovrebbe sempre valere la regola dell’et-et, cioè del “sia questo sia quello”. C’è un tempo per ridere e uno per piangere, si legge ad esempio nell’Ecclesiaste».

Questo non sembra valere per Gesù, stando al Nuovo Testamento…

«Ci siamo sempre soffermati sulla figura del Cristo penitente. Tralasciando il fatto che in fondo Gesù doveva essere anche un grande mangiatore e un grande bevitore. Prendiamo il suo primo miracolo, quello delle nozze di Cana, Gesù tramuta l’acqua in vino non per aumentare la penitenza, ma per aumentare la baldoria, perché anch’egli amava i banchetti. Chissà quante volte avrà riso anche lui a crepapelle. Per poi trascorrere in penitenza quaranta giorni nel deserto».

E oggi, i cattolici rispettano questa regola?

«Mah, penso alla cupezza di un certo cattolicesimo progressista che ti parla solo di fame nel mondo e buco dell’ozono, magari mentre sei a una cenetta tra amici. E, all’opposto, alla cupezza dei clerico-reazionari che pensano solo ai complotti giudaico-massonici e all’abbandono del latino nella liturgia. Nessuna delle due categorie segue la regola dell’et-et. Perché essere cattolici significa mettere insieme le due dimensioni della vita».

Quella tragica e quella comica, insomma…

«Non proprio. Il cattolico non deve essere né tetro né ridanciano. In realtà la sua virtù per eccellenza, da aggiungere a quelle dell’elenco ufficiale, è quella dello humour. Dovrebbe prendere tutto sul serio e niente sul tragico. Guardare il mondo con una bonaria ironia. Il cristiano sa che tutto finirà bene, che c’è una prospettiva di vita eterna. In questa prospettiva, se c’è uno che si può permettere di affrontare la vita con un sorriso, beh, questi è proprio il cristiano».

C’è un personaggio che incarna questa visione?

«Il Manzoni, che è anche autoironico: saper ridere significa ridere pure di sé stessi. Penso a don Bosco, che era severo ma si arrabbiava se i suoi ragazzi nella ricreazione non facevano abbastanza chiasso».

Di cosa ride soprattutto Vittorio Messori?

«Degli editorialisti, degli elzeviristi e di tutti i tromboni che si prendono troppo sul serio. E naturalmente anche di me stesso».

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