Gesù Uomo o Dio? La risposta dei filosofi

30 aprile 2000 :: Corriere della Sera, di Fernando Savater

Ma è la stessa cosa dire che il Cristianesimo compie duemila anni e dire che li compie Gesù? Non ci sarà dell’ altro in Gesù rispetto a quanto si è inventata la Chiesa cristiana sulla sua pelle? Se davvero Gesù fu qualcuno e non solo qualcosa da duemila anni nelle mani di scaltri amministratori ufficiali, chissà se sarebbe in buoni rapporti con i cristiani o se invece -come sostenne Dostoevskij nella parabola del Grande Inquisitore- sarebbe da questi bistrattato. Sinceramente, non so che dire. Ma già che siamo in tema di complesecoli, può risultare educato oltre che opportuno che ogni ordine si chieda quali siano i propri vincoli con quel dubbio messia galileo di così durevole impatto culturale. Il mio gruppo di appartenenza è costituito (più o meno) dai filosofi: che cosa hanno pensato dunque i filosofi a proposito non tanto del Cristianesimo, quanto della figura di Gesù? Quello che segue è un abbozzo di risposta, marchiata da una mancanza di erudizione rimediata solo in parte grazie allo zelo del mio amico Manolo Fraijò e a Il Cristo della filosofia di Xavier Tilliette (Ed. Desclée de Brouwer, 1994). Durante il XVII secolo, Gesù Cristo trova due importanti sostenitori filosofici, anche se per ragioni contrapposte. La tormentata eloquenza di Pascal lo presenta come un rimedio contro la superbia cartesiana della filosofia, in grado solo di studiare la nostra condizione corrotta e miserevole ma non di liberarci da questa. Senza Gesù Cristo la conoscenza è impotente e sterile, rappresenta semplicemente una «distrazione» in più -e per giunta tra le peggiori- dietro la quale mascheriamo il disagio sfiancante nel quale sguazziamo fino a quando la morte viene a disingannarci una volta per tutte. In poche parole, Gesù ci salva anche – soprattutto? – dalla filosofia… Per Spinoza, invece, il più convinto ed eretico tra i seguaci di Descartes, Cristo rappresenta nientedimeno che il summus philosophus e la traiettoria della sua vita -come ce la narrano apologeti tanto entusiasti quanto, molte volte, vacillanti- è un esempio insuperabile di serenità razionale… punita con persecuzione e morte (e Spinoza conosceva bene per esperienza personale questo genere di anatemi). La verità essenziale dell’ Umanesimo -secondo cui il naturale destino di ogni uomo è rappresentato dai suoi simili e dunque l’uomo deve essere complice bene fattore di tutti loro, senza eccezioni- è il nucleo essenziale della dottrina di Gesù. Se lui la spiegò con parabole e la propose sotto forma di leggi e non per more geometrico come fece in seguito Spinoza, ciò è dovuto «all’ ignoranza e alla testardaggine del popolo» al quale si rivolgeva. Quanto ai miracoli e alla sua stessa resurrezione dal regno dei morti, si tratta di formule allegoriche che una tradizione pia quanto erronea si sforza di interpretare alla lettera. Durante il secolo dei Lumi, Rousseau conferma nei suoi aspetti fondamentali i dettami di Spinoza a proposito del fondatore del Cristianesimo (e non fondatore, secondo lui, della Chiesa né delle chiese che si sono accaparrate nel tempo la sua eredità). Nella Professione di fede del vicario savoiardo paragona la morale di Gesù a quella di Socrate: sostiene che queste essenzialmente non sono diverse, ma mentre per il greco era stato sufficiente trascrivere i modelli di virtù in vigore nella sua fortunata epoca, il povero Gesù -al quale era toccato un contesto sociale fanatico e vile, leggi sacerdotale- dovette inventarsi tutto daccapo a partire dalla sua innata rettitudine interiore. La posizione di Voltaire nei confronti del nostro personaggio è meno conciliante, ma ugualmente ambivalente. Da un lato egli critica, con tanto di documenti storici, la leggenda che lo circonda e le relative inverosimiglianze, sottolineando il fatto che in nessun passaggio dei Vangeli Gesù è presentato realmente come Dio o come identico a Dio e precisando che tale concezione platonizzante prende piede solo a partire dal Concilio di Nicea: in realtà si trattò di un semplice contadino più o meno sveglio (e per giunta ebreo, il che per Voltaire non costituisce propriamente una raccomandazione), che non sapeva leggere né scrivere, al quale il popolino attribuì episodi mitici desunti dall’ Antico Testamento (pensiamo, per fare un esempio, al Sermone del rabbino Akib, ma soprattutto a La tomba del fanatismo). Allo stesso tempo, però, gli capita di parlare di lui come di un «Socrate rustico», altrettanto martirizzato dai detentori del potere terreno, che predicò contro la prepotenza sacerdotale e a favore di una morale naturale, semplice e benefattrice. Suscitò fervidi consensi, e questo dimostra che non dovette mancargli una forte carica persuasiva nonché integrità personale. Ma il massimo elogio coniato da Voltaire nei suoi confronti è contenuto nella lettera a Èlie Bertrand del 24 dicembre 1757: «Gesù Cristo non ha mai mandato al rogo nessuno». Probabilmente non è esistito filosofo tanto consapevole della figura storico-mitica di Gesù Cristo quanto lo è stato Nietzsche, a partire da L’origine della tragedia dove aveva denunciato Socrate come una specie di Cristo greco -precursore del nichilismo moralizzante che il Cristianesimo avrebbe realizzato in seguito- fino ad arrivare alle ultime lettere della pazzia, firmate «Dioniso», figura che lui aveva sempre immaginato «contro Cristo». Eppure anche nei suoi attacchi più spietatamente coerenti contro il Cristianesimo, l’ombra di Gesù Cristo pare esercitare un fascino torbido su Nietzsche. In uno dei suoi scritti risalenti su per giù al 1885 e pubblicato postumo, Nietzsche annota: «Ironia contro chi crede che oggi il Cristianesimo sia stato superato dalle moderne scienze naturali. I valori cristiani non sono mai stati superati da tali scienze. Cristo in croce rimane ancora oggi il simbolo più sublime che esista». A grandi linee, possiamo concludere dunque che la figura di Gesù non ha avuto una cattiva fama tra i filosofi, sia tra i credenti sia tra gli agnostici o gli atei dichiarati. Di sicuro, è stato venerato intellettualmente molto più della Chiesa che ha innegabilmente fondato e che pure gli somiglia così poco… Resta ancora irrisolta -dopo tanti secoli!- la questione se i pensatori abbiano «protetto» Cristo in quanto divinizzazione dell’umano o piuttosto in quanto umanizzazione di Dio. (Traduzione Simona Geroldi)

 

Ma la soluzione dell’enigma non sta in un ragionamento. E il vero pensatore finisce con l’approdare alla teologia

 di Vittorio Messori

Non c’è, davvero, molto da replicare a questo scritto di Fernando Savater, se non si raccolgono, perché un po’ noiose, le solite provocazioni sulla Chiesa e, in genere, sui cristiani che, «scaltri amministratori», camperebbero di «invenzioni sulla pelle di Gesù». Questa, sembra proprio di averla già sentita… Qualche tentazione in più di reagire verrebbe davanti alla citazione di Voltaire: «Gesù Cristo non ha mai mandato al rogo nessuno». Dove, naturalmente, Savater sottintende: «A differenza della Chiesa». Ma sì: verrebbe da ricordare che solo tra l’autunno del 1793 e l’ estate dell’anno successivo, quei volterriani d.o.c. che furono i giacobini ghigliottinarono 17.000 persone dopo un «processo» (le virgolette sono di rigore) e 25.000 senza processo. Nei secoli della loro esistenza, tutte le Inquisizioni consegnarono al braccio secolare meno di un decimo delle vittime di quei pochi mesi della Rivoluzione che vide il trionfo delle idee di Voltaire. Ma niente vietatissimi, oggi, umori «apologetici». Semmai, un poco d’informazione. A beneficio dello stesso Fernando Savater che, con ammirevole onestà, pur facendo di mestiere il docente di filosofia, ammette di non sapere nulla dei rapporti tra i filosofi e colui che chiama il «dubbio messia galileo». Gli va dato atto non solo della sincerità, ma anche della buona scelta operata per farsi una prima idea del tema. Il suo articolo, in effetti, non è altro che una diligente sintesi dell’ottimo libro del padre gesuita Xavier Tilliette. Malgrado la lettura di quel volume, il saggista spagnolo mostra di non essere a suo agio nei temi religiosi, vista la domanda che si pone: «Che cosa hanno pensato i filosofi non tanto del Cristianesimo, quanto della figura di Gesù?». E’ una distinzione inaccettabile perché, in realtà il «Cristianesimo» non esiste: il termine appare soltanto nel Settecento, all’epoca della nascita delle ideologie. Per diciassette secoli i cristiani sono stati consapevoli che ciò in cui credevano, ben prima che una dottrina, una sapienza, una morale era una Persona: quella di Gesù, «vero uomo» che, uscendo di nuovo vivo dal sepolcro, aveva mostrato di essere non solo il Cristo, il Messia atteso da Israele, ma anche «vero Dio». La domanda che si pone Savater non è che l’eterno problema del rapporto tra la ragione -di cui i filosofi si sono considerati gli specialisti- e la fede. Di questa, il contenuto è Gesù Cristo, non è un inesistente «Cristianesimo». Alla morte di quel Pascal che Savater, giustamente, cita, si scoprì che, nella fodera del panciotto, quel grande si era cucita una pergamena. E’ il celeberrimo Mémorial, testimonianza della «notte di fuoco» del 23 novembre 1654 e le cui prime parole sono: «Dio d’ Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, NON dei filosofi e degli scienziati». Ebbene, per aiutare Savater a rispondere alla domanda che si pone, prendiamo a pretesto questa contrapposizione famosa per informarlo che questo aut aut pascaliano non corrisponde alla prospettiva cattolica. Prospettiva immutata dai Padri della Chiesa sino alla Fides et Ratio di Giovanni Paolo II. Non a caso, la formazione dei preti inizia con un ciclo detto «di filosofia» per giungere a quello, conclusivo, di «teologia». Caposaldo del cattolicesimo, a differenza del protestantesimo, è la convinzione che ci sono «legami di amicizia reciproca» (parole di Leone XIII) tra la ragione naturale di ogni uomo, a cominciare dal filosofo, e quella rivelazione il cui contenuto è Cristo stesso. Il Creatore (il pascaliano Dieu des philosophes et des savants) e il Redentore, il Rivelatore, sono lo stesso Dio. A Lui, al suo Mistero porta la ragione medesima, il cui «ultimo passo è riconoscere che vi è un’ infinità di cose che la superano». Ed è significativo che anche questa formula sia di Pascal che, sceso dalle vette del misticismo, riprese le categorie di quel cattolico che era. Dai credenti, ogni vero filosofo è stimato, purché non creda di essere il sacerdote della «sapienza suprema»: il suo strumento, la ragione, è dono di Dio; ma come strumento per aprirsi al mistero che vive nella persona di Gesù, senza la cui rivelazione potremmo giungere a riconoscere l’esistenza ma non l’essenza di Dio. Savater fa bene a darci questo suo riassunto. Ma il cristiano ha il diritto di ribadire che ciò che alla fine importa, per lui, non è l’opinione di qualsivoglia filosofo. Ma è il continuare a sostenere la possibilità per la filosofia di sfociare -con naturalezza, senza lacerazioni- nella teologia. Anzi, nella cristologia.

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