Domande al Papa penitente

12 marzo 2000 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Si è abusato, e si abusa, dell’aggettivo “storico”: ma la liturgia penitenziale di oggi in San Pietro sembra davvero meritarlo. Per alcuni si tratta di un nuovo, emozionante inizio, non solo per la Chiesa, ma per la società in generale. Per altri è un’utopia buonista che, come sempre avviene, produrrà frutti opposti alle intenzioni. Proprio su questo giornale (il 9 marzo), un laico insospettabile come Montanelli s’è confessato interdetto per un simile gesto, da cui prevede rovine e macerie per la Chiesa. Quella, almeno, istituzionale (“curiale”, come la chiama). Per cercare non di capire (in una prospettiva di fede solo Dio può farlo, davanti a una decisione inedita e di sconvolgente profondità), ma almeno d’inquadrare la situazione, sarà bene partire dal lavoro della Commissione teologica internazionale che affianca, con i pareri dei suoi 30 membri, la Congregazione per la Dottrina della Fede. A quei venerandi luminari, il cardinal Joseph Ratzinger, che ne è il presidente, ha affidato il compito di trovare fondamento dottrinale ad un assillo di Giovanni Paolo II: rivisitare la storia della Chiesa, per chiedere perdono di quanto, in essa, non sembrasse conforme al Vangelo. O, stando a qualcuno, al Vangelo letto secondo la sensibilità attuale. Un assillo che ha già portato il Papa a scusarsi un centinaio di volte per quanto di male avrebbero compiuto i suoi predecessori nella fede; e che l’ha indotto a mettere quest’esigenza al centro del Giubileo, come da Bolla di indizione del novembre 1998. La liturgia vaticana odierna è il compimento di quell’intenzione, mentre il documento presentato martedì scorso dalla Commissione presieduta da Ratzinger (Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato) è il tentativo di trovargli una giustificazione teologica. È necessario spigolare in quel documento, del quale sono state date solo sintesi frettolose e, talvolta, apologetiche e parziali. Chi lo legga nella sua interezza non può non avvertire negli estensori una perplessità che, talora, si fa esplicito disagio. «Tra consenso e disagio» è, in effetti, un’ espressione usata sin dall’introduzione. Più avanti, la Commissione è ancor più chiara: di fronte «ai passi compiuti da Giovanni Paolo II per chiedere perdono di colpe del passato (…) non mancano fedeli sconcertati, in quanto la loro lealtà verso la Chiesa sembra scossa. Alcuni di loro si chiedono come trasmettere l’amore alla Chiesa alle giovani generazioni, se questa stessa Chiesa è imputata di crimini e colpe». Continuano, sempre testualmente, costoro che sono considerati i più autorevoli teologi cattolici, nonché i più fedeli alle prospettive romane: «C’è da aspettarsi che alcuni gruppi possano reclamare una domanda di perdono nei loro confronti, o per analogia con altri, o perché ritengano di aver subito dei torti». Ancor più inquietante (e sfuggita a tutti i commentatori) una delle domande che il documento pone: «Non è fin troppo facile giudicare i protagonisti del passato con la coscienza attuale, come fanno Scribi e Farisei?». Inquietante, diciamo, perché il riferimento in nota è a Matteo 23, 29s.: «Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti che dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti”». Poiché ogni pronunciamento ecclesiale, soprattutto se solenne come l’attuale, dev’essere fondato in quelle che, nella prospettiva cattolica, sono le due fonti della Rivelazione (la Scrittura e la Tradizione), al termine della sua analisi, la Commissione Teologica ammette che, almeno sino a Paolo VI, «nell’intera storia della Chiesa non s’incontrano precedenti richieste di perdono relative a colpe del passato». Non va molto meglio dopo aver passato al vaglio la Scrittura, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento: «Si può concludere che l’appello rivolto da Giovanni Paolo II alla Chiesa perché caratterizzi l’anno giubilare con un’ammissione di colpa (…) non trova un riscontro univoco nella testimonianza biblica». Dopo un’analisi storica dove si rinnovano i consigli a ricordare che le cose spesso non sono andate come ha sostenuto per secoli la propaganda antiecclesiale (finendo, magari, per convincere anche qualcuno nella Chiesa stessa), la Commissione dà alcuni avvertimenti, tra i quali questo: «Occorre innanzitutto evitare che simili atti contribuiscano a inibire lo slancio dell’evangelizzazione mediante l’esasperazione degli aspetti negativi…». Non solo: «Sarebbe auspicabile che questi atti di pentimento stimolassero anche i fedeli di altre religioni a riconoscere le colpe del proprio passato». In effetti, si scrive a chiare lettere, «la storia delle varie religioni è cosparsa d’intolleranza, superstizione, connivenza con poteri ingiusti e negazione della dignità e libertà delle coscienze». Insomma, se si vuol battere il vestra culpa sul petto di coloro che ci hanno preceduti nella fede, si ricordi, ammoniscono gli esperti di Ratzinger, che «i cristiani non sono stati un’eccezione e sono consapevoli di quanto tutti siano peccatori davanti a Dio!». Tutti: non cattolici e non cristiani compresi. Naturalmente, alle perplessità avanzate il documento della Commissione vaticana propone risposte e va alla ricerca di risvolti positivi in quest’«Operazione richiesta di perdono per le colpe di altri». Dove, tra quegli «altri», c’è anche l’ infinita schiera dei beati e dei santi: com’è stato autorevolmente osservato, gran parte di coloro che sono stati elevati agli altari -perfino dall’ attuale pontefice- non passerebbe gli esami del nuovo «teologicamente corretto». Tanto che qualcuno già ha chiesto coerenza ai vertici della Chiesa, così che si proceda a una lunga serie di de-canonizzazioni: l’espulsione, cioè, dalla lista di coloro che sono stati proposti ai credenti come modelli, ma che sono in realtà responsabili di pensieri e opere per le quali i «nuovi credenti purificati nella memoria» devono chiedere perdono. Al termine del documento, comunque, i teologi -tra avvertenze e distinguo- danno la copertura dottrinale. Come ovvio, visto che proprio questo era stato esplicitamente richiesto loro. Venendo, ora, alle conseguenze: la situazione che si è creata rende impraticabile la via di scampo di chi, pur perplesso, in coscienza volesse ricorrere al tradizionale atteggiamento cattolico. Quello, cioè, di affidarsi, nella fede, al rassicurante «carisma di Pietro» e, quindi, seguire con fiducia -malgrado tutto- le direttive papali. E un atteggiamento che non sembra più concesso. È infatti Roma stessa che proclama solennemente che molti Papi si sono gravemente sbagliati: gran parte di loro, in effetti, ha promosso o almeno considerato meritorie cose come inquisizione, crociate, lotta contro scismi ed eresie, diffidenza verso il giudaismo post-biblico, proselitismo missionario. Le cose, cioè, per le quali viene oggi chiesto perdono a Dio e agli uomini. Da qui, le drammatiche (ma del tutto conseguenti) domande del cattolico che vuol restare tale: «Se quei pontefici hanno errato, come essere certi che non erra quello attuale? Chi m’assicura che un suo successore non chiederà perdono per i suoi perdoni? Che avverrà domani dei cattolici obbedienti, se oggi sono rivalutati come profeti coloro che s’opposero al magistero di Papi anche santi? L’attuale vulgata in tema, ad esempio, di diritti umani, di pluralismo, di dialogo, è davvero il criterio unico, insuperabile per giudicare la prospettiva della fede?». Domande drammatiche, ripetiamo. E, per un credente, assai dolorose. Ma sono proprio lealtà e fedeltà a imporci di farle. È dunque con fiducia filiale che attendiamo chiare risposte che ci aiutino a capire. E che ci sostengano in un impegno sempre più travagliato: ritrovare la sicurezza (e la gioia) del cattolico, grato per un Magistero voluto, come garanzia di una guida ferma, dal Cristo stesso.

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