Credettero o crederanno: la Bibbia tradita?

17 marzo 1999 :: Corriere della Sera, di Michele Brambilla

A chi parla di apparizioni o di miracoli, molti contrappongono il celebre ammonimento di Gesù a Tommaso, che «pretese» di toccare il costato del Risorto: «Perché tu hai veduto, hai creduto: beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno». Lo si legge nel Vangelo di Giovanni, nella traduzione «ufficiale» della Conferenza episcopale italiana, usata nella liturgia e approvata nel 1971. Chi crede sulla parola, quindi, sarebbe più meritevole di chi «pretende di vedere». Ma è proprio così che parlò Gesù? Sull’ultimo numero di Jesus, lo scrittore Vittorio Messori sostiene che quella frase si basa su una traduzione non solo inesatta, ma addirittura «rovesciata» rispetto all’originale greco: «Stando ai biblisti della Cei, Gesù avrebbe detto “crederanno”; se, invece, si va a vedere il testo, si scopre che il tempo verbale usato (pisteúsantes) non è un futuro ma un participio aoristo. Dunque, un passato. Così, correttamente, tradusse anche la Vulgata, l’edizione latina usata per quindici secoli dalla Chiesa: “Crediderunt”, credettero». Dunque, il testo corretto è: «Beati coloro che hanno creduto senza vedere». Questo errore di traduzione era già stato denunciato sette anni fa, sul mensile 30 Giorni, dal grande biblista padre Ignace de La Potterie. Ora Messori riprende la polemica perché la Cei, in una nuova edizione, ha ritoccato il versetto ma continuando a non rispettare l’originale: è sparito il «crederanno», ma è comparso (un compromesso?) il presente «credono». Ma cosa cambia, se si censura il passato? Molto, sostengono Messori e de La Potterie, il quale spiega: «Le parole di Gesù, con il “crederanno”, vengono trasformate in una regola valida per tutti coloro che vivono nei tempi successivi alla resurrezione di Cristo. Sembra che Gesù si opponga al naturale bisogno di vedere, chiedendoci di basarci soltanto sull’ascoltare». Invece, con il verbo al passato, è chiaro che la frase è rivolta «agli apostoli e ai discepoli che per primi hanno riconosciuto che Gesù era risorto, pur nell’esiguità dei segni visibili che lo testimoniavano». Insomma: beati quelli che, pur non avendo avuto la «prova» concessa a Tommaso, avevano comunque «visto» lui e i segni della sua presenza. Il «crederanno», dice Messori, «non è un a svista ma una scelta teologica precisa»; «la prospettiva qui avanzata non è cattolica, ma è consonante con quella dei protestanti», aggiunge de La Potterie. Infatti nella nota della Cei si legge che «la normalità della fede poggia sull’ascolto, non sul vedere»: in sintonia, secondo Messori e il biblista, con la visione protestante, che si basa sulla «Parola» e non riconosce la presenza «carnale» di Cristo nella Chiesa. Discussioni per teologi? No: svalutando il «vedere», si mettono in soffitta venti secoli di cristianesimo, fatti soprattutto di «segni» -anche, perché no?, di miracoli e di reliquie- e di incontri con persone che testimoniavano la presenza continua di Cristo nella Chiesa. Il cattolico è uno che crede in una Persona, non in una Parola. Sant’Agostino: «Nelle nostre mani i libri evangelici, nei nostri occhi i fatti».

© Corriere della Sera

5 commenti
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