Andreotti benedetto, cattolici divisi

4 maggio 1999 :: Corriere della Sera, di Alessandra Arachi

Quelle dita del Papa alzate sulla fronte di Giulio Andreotti, in mondovisione. Una benedizione che, il giorno dopo, anche nel mondo cattolico fa discutere. O fa serrare le labbra in cauti: no comment. Come quelle della bocca di Mino Martinazzoli. «Figuriamoci se spetta a me l’esegesi di un gesto del Papa» taglia corto l’ex segretario della Dc, prima, e del Ppi poi. Eppure con quel gesto al termine della cerimonia per la beatificazione di Padre Pio, il Santo Padre ha regalato un pezzetto di grazia anche al senatore a vita Andreotti (democristiano prima e popolare poi), imputato per omicidio e per mafia dalle Procure di Perugia e Palermo. Ma nemmeno Tina Anselmi (che, tra le altre, fu ministro democristiano del Lavoro nel terzo governo Andreotti) vuole commentarlo. E Franco Passuello, che fu un tempo presidente delle Acli e adesso è responsabile organizzativo dei Ds, ritiene il giudizio su quella benedizione «fuori dalla portata del suo compito». «Ho l’impressione che sia stato un gesto sopravvalutato, che ne sia stata data un’interpretazione enfatica» si dilunga invece Franco Monaco, già presidente a Milano dell’Azione Cattolica, oggi vicepresidente dei Democratici dell’Asinello. E aggiunge: «Immagino che quel gesto sia da ascrivere allo zelo di qualche alto prelato della curia romana che Andreotti frequenta con assiduità. Ovvero che al Papa sia stato suggerito». È stato un monsignore a chiamare Giulio Andreotti alla fine della cerimonia di Padre Pio e a dirgli: «Si desidera che lei venga dal Papa». Andreotti, infatti, non era nella delegazione ufficiale delle autorità. Ma il Santo Padre è a lui che ha voluto dare anche la benedizione, invece di limitarsi alla stretta di mano riservata al presidente Scalfaro, al premier D’Alema, al presidente Mancino, al ministro Russo Jervolino, al sindaco Rutelli. «È che Andreotti aveva più bisogno di loro di una benedizione» rincalza Monaco, severo nei giudizi politici sul senatore a vita. Ma non ha grosso seguito. «La verità è che quella benedizione è la prova dell’anticonformismo di Giovanni Paolo II. Un Papa che sente la sua coscienza e non i criteri del cerimoniale. Che va dritto per la sua strada: lui ha perdonato Andreotti. Di tutto il resto non gliene importava nulla» si accalora Giorgio Rumi, storico cattolico, docente all’Università statale di Milano. Poi si infiamma: «Se ci pensiamo c’è una punta cavalleresca in quel gesto del Santo Padre. Lui non bada a quelle piccole diplomazie che normalmente indicano la prudenza. Lui è andato oltre il conflitto tra cuore e opportunità. Si è messo su un altro binario, incurante di cercare consensi con il suo operato». Vittorio Messori, scrittore cattolico, divide in due il suo commento. Dice: «Come cristiano esulto, mi sento rallegrato, perché credo che Andreotti abbia ragione. Gli credo quando il senatore a vita dice che nell’aldilà dovrà render conto di tanti peccati ma non certo di un omicidio o di favoreggiamento alla mafia. E con quella benedizione il Papa lo ha confortato non poco. Ma come cittadino sono preoccupato». Ma non riguarda l’integrità morale del senatore a vita la preoccupazione del «cittadino» Messori, bensì la credibilità della nostra magistratura. Spiega, infatti: «Benedicendo Andreotti il giorno dopo la richiesta di condanna all’ergastolo, il Papa ha dimostrato di essere convinto dell’errore dei magistrati. E questo è un problema che si ripete. Ai nostri magistrati non crede il Papa, ma non hanno creduto nemmeno tutte le autorità che hanno celebrato Andreotti per il suo ottantesimo compleanno. Quando ha compiuto gli anni, infatti, Andreotti era già sotto inchiesta sia presso la Procura di Palermo sia a Perugia». Non è così che la vede Gabriele De Rosa, anche lui storico e cattolico. «Con quel suo gesto il Papa non è voluto entrare nel merito della richiesta di condanna. Da queste cose il Santo Padre è e rimane fuori. Con quella benedizione il Papa voleva soltanto esprimere grande comprensione per la durezza del sacrificio che sta soffrendo un cattolico come Andreotti: la sua religiosità e la sua profondità di fede non si possono nemmeno discutere».

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