Un Dio per il ragazzo dell’ “interparrocchiale”

15 giugno 2002 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Che giansenisti, calvinisti e arcigni moralisti in genere la smettano, per favore, di importunare Giovanni Trapattoni per le sue esternazioni religiose; e persino per le sue aspersioni del campo giapponese con acqua presumibilmente di Lourdes.

Fortunatamente, il Dio di quel solido cattolico lombardo -che cominciò la carriera calcistica nella squadra interparrocchiale “Beato Piergiorgio Frassati”- non ha nulla a che fare con una Divinità impassibile e remota, circonfusa di timore e tremore, sdegnosa di curvarsi sulle vicende del mondo. E’ “il Dio dei filosofi e dei sapienti“, per dirla con Pascal; ed è anche il Dio di certe lugubri confessioni protestanti. Ma non è affatto il Dio del cattolicesimo. Come ricorda, nel suo celebre inizio, la Gaudium et Spes, il documento conclusivo del Concilio: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi sono pure quelle dei discepoli di Cristo; e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. C’è qualcosa di più “genuinamente umano“ di una partita di un Campionato mondiale seguito, tra entusiasmi e disperazioni, da alcuni miliardi di uomini? Come pensare che il Creatore non abbia proprio nulla a che fare con le passioni profonde suscitate nelle Sue creature da quella metafora incruenta della guerra, dell’orgoglio nazionale, dell’abilità, della forza, della sanità del corpo, che è il match di uno sport che accomuna bianchi e neri, poveri e ricchi?

E’ Gesù stesso che, nel vangelo di Matteo, esorta i suoi a guardare ai passeri, ai gigli selvatici, ai fili d’erba del campo: anche queste “piccolezze“ il Padre ama, e di esse si cura. Persino i capelli del capo, aggiunge il Maestro, sono contati, perché nulla sfugge alla benevolenza divina, infinitamente attenta. Dovrebbe forse sfuggirgli ciò che calamita gli occhi –ma anche i cuori– dell’umanità intera ? C’è chi dice che Trapattoni abbia vicinanze spirituali con l’Opus Dei. E’ certo, comunque, che in quell’ambiente conta amici e che ha voluto celebrare il suo sessantesimo compleanno con una messa in una residenza fiorentina dell’Opera fondata dal beato (santo, dal prossimo 6 ottobre) Escrivà de Balaguer. Il quale, come si sa, insegnava che ciascuno può raggiungere la santità, semplicemente sforzandosi di compiere al meglio il suo lavoro, quale che sia. Figlio di operai, l’attuale Commissario Tecnico ha sempre inteso come un lavoro alla pari degli altri –e da fare, appunto, nel modo più serio– il suo impegno prima come calciatore e poi come allenatore. Anche senza scomodare la spiritualità della mitica Opus, è il sensus fidei, è l’istinto di fede assorbito negli oratori delle parrocchie lombarde che gli ha fatto capire che la fede non è estranea alla vita e che il Dio dei vangeli è al fianco di ogni uomo, in ogni circostanza, anche la più quotidiana. Se è così, era forse pensabile, per un Trapattoni, non rivolgersi a Lui in un appuntamento come quello di una partita in cui era in gioco non solo un risultato sportivo ma anche il senso di una vita di lavoro, di impegno, di fatiche? Ha pregato anche il suo collega messicano? Siamo pronti a scommetterlo. In effetti (ci sia lecita una battuta) il Cielo sembra avere diviso equamente i suoi favori, visto che entrambe le squadre hanno raggiunto, con un pareggio, il risultato che si proponevano…. Non sempre la Provvidenza è così equanime: ma anche per gli sconfitti la preghiera –in un modo che Dio solo conosce- non è mai inutile, sempre ha valore e significato. Chi non comprende questo, rischia di rendere disumana la fede in un Dio che ha voluto farsi uomo tra gli uomini, condividendone (per ridirla con il Vaticano II) “gioie e speranze, tristezze a angosce”.

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