Un anno senza dire messa: ecco la penitenza per il vescovo

31 agosto 2001 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Meno pingue, grazie al digiuno, di quando era arrivata, la coreana (ma con trascorsi, partenopei) vola a New York, dove dovrà vedersela con il suo Messia, Sun Moon. In effetti, pare che, travolta dai sentimenti, sia andata al di là delle indicazioni della sètta che –per ragioni di strategia perbenista– non voleva giungere a un braccio di ferro con la Chiesa. A conferma, tra l’altro della potenza dell’organizzazione -vera multinazionale anche economica– sappiamo da fonte certa che Moon non aveva ottenuto soltanto l’intervento, per una mediazione onorevole, della Corea, ma anche dello Zambia, patria di Milingo, il cui presidente nei giorni scorsi ha convocato il nunzio apostolico.

L’ordine del santone di farla finita al più presto è venuto dopo l’intervista televisiva dell’arcivescovo: quando questi, girando le dita come per stritolare qualcosa, ha mostrato quale fosse il controllo della setta sugli aderenti, Moon ha capito che l’immagine, già non eccelsa, della sua “chiesa” rischiava di ricevere un danno ulteriore. Da qui, l’ordine di chiudere con un pari e patta: richiesta alla Chiesa di cedere sulla pretesa che l’incontro tra i due si svolgesse in un edificio religioso ma accettazione della condizione della controparte che ci fossero testimoni. Condizione, quest’ultima, sulla quale l’entourage di Milingo non intendeva rinunciare. In effetti, si era convinti che –con il pretesto della spossatezza da digiuno– la signora avrebbe ricevuto a letto, in camicia da notte, nell’intimità di una camera d’albergo colui che, per alcune settimane, aveva vissuto con lei come marito. E non è forse il vangelo stesso che richiama alla prudenza, ricordando che, se lo spirito è forte, la carne può essere debole? Quella, soprattutto, di un uomo al contempo avveduto e fanciullesco, scaltro e ingenuo: un africano della tribù degli Ngumi che, sino ai dodici anni, era il guardiano –analfabeta e nudo– degli zebù e la cui preoccupazione principale era tenere acceso un falò per difendere sé e le sue bestie da leopardi, leoni, serpenti. In certi commenti impietosi a questa vicenda, proprio questo si è dimenticato: sembra illecito giudicare quanto avvenuto con categorie solo occidentali, dimenticando la diversità culturale, la singolarità biografica di un fiero Zulu (di cui gli Ngumi sono parte) portato dalla foresta a un seminario dove si insegnava a dir messa in latino; di un nero che a soli 39 anni si è trovato ad essere ossequiato -“eccellenza”, “monsignore”- come primo arcivescovo indigeno della capitale del suo Paese.

E adesso? Che ne sarà, adesso, di questa sorta di “figliol prodigo“ che –lo ha ripetuto più volte– non ha potuto non ascoltare l’appello a tornare di quella Chiesa che, davvero, per lui è stata madre, sin da quando, già adolescente, lo ha vestito e gli ha insegnato a leggere e scrivere? Un “figliol prodigo”, va pur detto, verso il quale Giovanni Paolo II si è comportato come il padre della parabola. Certo, c’era in lui anche le preoccupazione per un vescovo con moglie moonie che, in Africa o altrove, avrebbe potuto ordinare sacerdoti, in modo illegittimo ma valido, creando una sorta di chiesa parallela. Ma questo papa anche mistico, anche carismatico, si è posto sulla lunghezza d’onda adeguata per questo smarrito fratello nell’episcopato. Ricevendolo, abbracciandolo, non ha discusso con lui di teologia ma, alzando la mano tremolante per la malattia, gli ha ingiunto: “In nome di Gesù, ritorna nella Sua Chiesa!”. Ci ha detto qualcuno vicino a Milingo, che questi continua a ripetere che, per lui esorcista, queste parole del Papa sono state il suo “personale esorcismo“. Come se fosse stato liberato, di colpo, da un sortilegio che lo aveva avvinto da almeno due anni. Da qui, la decisione di riparare, a qualunque costo.

Riparare. Ma come? Quale sarà, dunque, il suo futuro ? Va precisato, innanzitutto, che il monsignore è uscito dalle competenze della Congregazione per la Dottrina della Fede che lo minacciava di scomunica per abiura, nel caso avesse confermato il suo passaggio tra i fedeli di Moon. Milingo è tornato dunque a dipendere dalla sua Congregazione, quella per i vescovi. E questa non potrà non sottoporlo a penitenze canoniche per “scandalo grave”, per “peccato pubblico”. Dunque, terminato il ritiro da lui deciso autonomamente, verrà decisa la “penitenza”: che durerà forse un anno e che potrà consistere nel divieto temporaneo di celebrare la messa, nella recita quotidiana di determinate preghiere, nell’imposizione di un pellegrinaggio o altre opere di pietà, nel ritiro per qualche tempo in monastero, nell’assistenza a un ciclo di esercizi spirituali, nell’astensione dalle apparizioni pubbliche. Penitenze, sia chiaro “medicinali”, come vengono chiamate : non per punire, dunque ma per guarire, per purificare; a beneficio del penitente e della comunità da lui turbata. E dopo? A ciascun giorno, la sua pena. “Affidiamoci alla provvidenza” ci ha detto il nostro informatore “E non dimentichiamo che tanti santi divennero tali dopo avere fatto penitenza per le loro colpe”.

© Corriere della Sera