San Paolo. Quel vuoto sulla via di Damasco

29 aprile 2001 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Né l’età, né la malattia, né le difficoltà politiche e religiose sono riuscite a fermarlo: ancora una volta l’ostinazione polacca lo ha portato a realizzare quanto desiderava. Così, venerdì prossimo, Giovanni Paolo II partirà per l’ultima tappa del «pellegrinaggio sui luoghi della storia della Salvezza» il cui proposito aveva annunciato sin dal 1999. Voleva andare (ed è andato) là dove l’Antico Testamento prima e i Vangeli poi hanno impresso i segni del divino. Restavano, come da programma, i luoghi dove il Cristianesimo ha iniziato la sua marcia nella storia. Sono le orme di Paolo che più gli interessano, com’è giusto, visto che dopo la risurrezione di Gesù il fatto più importante per la fede fu probabilmente la conversione del giovane fariseo, persecutore fanatico della neonata setta del Nazareno. Ecco, allora, che tra cinque giorni, l’aereo papale punterà su Atene, dove l’Apostolo per eccellenza annunciò Cristo davanti al tribunale dell’Areopago: ma, dicono gli Atti, quando quei magistrati «sentirono parlare di resurrezione dei morti lo deridevano o gli dicevano che su quello l’avrebbero sentito un’altra volta». Il viaggio proseguirà poi per Damasco, alle cui porte Paolo, venuto per dare una lezione agli ebrei traditori che avevano riconosciuto il Messia nel Galileo crocifisso, fu catturato per sempre dalla traumatica apparizione proprio di Gesù. Infine, Malta, dove fece naufragio la nave che trasportava l’Apostolo prigioniero verso Roma e dove (testimonianza sempre degli Atti) gli scampati furono «trattati dagli indigeni con rara umanità». Ciò che rende singolare il carisma di Karol Wojtyla è l’unione della tensione profetica, talvolta quasi utopica, con un realismo che sa fare i conti con i fatti, così come sono. E’ dunque indubbio che proprio un pellegrinaggio alle origini stesse della Chiesa lo porterà a riflettere -con realismo, appunto- sul mistero di un Dio che non blandisce di certo i suoi fedeli, che non assicura loro trionfi consolanti. In Siria i cattolici superstiti sono meno del due per cento della popolazione e, come in tutti i Paesi musulmani, il loro numero tende a diminuire ulteriormente. Ormai da milletrecento anni, i minareti di Muhammad hanno sostituito i campanili cristiani persino là dove Cristo stesso chiamò un ebreo ad essergli testimone nel mondo. Le reliquie di Giovanni il Battista che il Papa venererà a Damasco sono scampate solo perché il Corano cita con venerazione quel parente di Gesù e sono ospitate all’interno della grande Moschea degli Omayyadi, costruita distruggendo la basilica cristiana. Del resto, la fede nel Vangelo è scomparsa in buona parte dei luoghi dove Paolo riuscì a farla accogliere, tra fatiche e rischi inenarrabili. Molte delle comunità da lui fondate non sono che un lontano ricordo, un remoto luogo archeologico. Persino la sua Tarso, di cui fu così fiero, è ormai un polveroso cittadone della Cilicia turca dove, tra la folla islamica, si cercherebbe invano chi ricordi il suo nome e il messaggio che annunciava. In Grecia, la fede cristiana si è conservata, con una resistenza eroica ad un Islam che tra l’altro, per marcare il suo disprezzo verso gli «adoratori della croce», ogni anno sequestrava un bambino ad ogni famiglia cristiana. Alcuni li evirava, riservandoli alla custodia degli harem. Altri, i più, li allevava nel culto maomettano e ne faceva i «giannizzeri», i crudeli soldati addetti alla difesa del Sultano e alla repressione dei moti di rivolta dei battezzati: ai turchi, far massacrare i cristiani dai loro stessi figli sembrava una piacevole trovata. Si è dunque conservata, nella Grecia martirizzata, la fede nel Cristo: ma non, certamente, la convinzione che abbia un vicario in terra e che questo sia il vescovo di Roma. Il rifiuto di tutto ciò che è cattolico raggiunge in alcuni l’ossessione: sui muri di Atene sono apparsi manifesti che gridano odio verso quell’Anticristo vestito di bianco. Il primate ortodosso ha detto apertamente di essere stato costretto ad accettare la visita, il cui invito non risaliva di certo a lui ma ai capi di quello Stato cui la Chiesa è legata in un rapporto di reciproco vassallaggio. I cinquantamila cattolici (lo 0,50 per cento della popolazione) non hanno la pienezza dei diritti, riservati agli ortodossi che impongono di indicare l’appartenenza religiosa sui documenti di identità. Non è lecito essere «vero greco» se non si è membri espliciti della Chiesa nazionale, condividendone l’avversione per Roma. Dunque, se nel suo Medio Oriente oggi Paolo sarebbe uno sconosciuto straniero, in Grecia constaterebbe quale fine abbia fatto il suo ideale di unità, di concordia, di amore tra tutti i credenti nel Vangelo di Gesù. Verrà poi la tappa di Malta: finalmente consolante? Sì, se si sta alle statistiche, secondo le quali il 95 per cento della popolazione è cattolico. Una fede eroica, anche qui, come conferma la disperata resistenza ai secolari assalti delle marinerie musulmane che non riuscirono a conquistare l’isola principale, ma più volte deportarono, come schiavi, gli abitanti di Gozo. Anche qui, peraltro, il realismo vieta al cattolico facili apologetiche: pure Malta tradì, con conseguenze gravissime per la storia ecclesiale. Malta, che non aveva ceduto all’Islam, cedette senza colpo ferire -nel 1798- ai «senza Dio» di quel Bonaparte che del Papa, dei suoi Stati, dei suoi frati e suore aveva fatto, nei due anni precedenti, quel che sappiamo. La cattolicissima Malta capitolò davanti alla «blasfema rivoluzione» per liberarsi di quei Cavalieri (pentendosene, peraltro, subito dopo avere conosciuto chi fossero i giacobini francesi), di quegli Ospitalieri di San Giovanni del Sovrano e Militare Ordine, che le avevano assicurato per secoli protezione e prosperità ma che alla fine le parvero padroni oppressivi. Oggi, poi, come è avvenuto all’Irlanda, al Québec, alla Polonia stessa, anche la Malta devota sta diventando un ricordo: sotto l’assalto, questa volta, delle armi del consumismo, dell’edonismo, dello scetticismo. Tutto questo, naturalmente, è ben noto a Giovanni Paolo II. Ed è certo, lo dicevamo, che il suo pragmatismo gli vieterà ogni rimozione della realtà. Eppure, è altrettanto certo che tutto questo (e molto altro ancora, incontrato nei viaggi in ogni angolo della terra) non scalfisce in alcun modo la sua certezza: proprio perché apparentemente sconfitto nel mondo, il Dio di Gesù Cristo è quello «vero». Successi, trionfi, vittorie non sono categorie evangeliche. Anche per questo sembra avere messo il suo pontificato sotto l’insegna che proprio Paolo annuncia nella più densa delle sue lettere, quella ai Romani: sull’ esempio di Abramo, «sperare contro ogni speranza». È in questa ostinazione -rocciosa e al contempo mite- che sta, ci pare, uno dei segreti di un inedito pontificato.

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